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Diego Nargiso: “Non ho visto un Sinner diverso come dicono. Guardate Alcaraz: non è improvvisazione”

Diego Nargiso analizza il momento del tennis dopo gli Australian Open ai microfoni di Fanpage.it: “Sinner troppo prevedibile contro Djokovic, serviva più discontinuità”. L’ex azzurro spiega perché Alcaraz durerà a lungo e cosa manca a Musetti.
A cura di Marco Beltrami
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Diego Nargiso non vede grandi cambiamenti nel gioco di Jannik Sinner. Ai microfoni di Fanpage, l’ex Davisman azzurro, oggi stimato commentatore e coach è tornato sugli Australian Open, analizzando la sconfitta del numero due del mondo contro Djokovic. A detta dell’ex giocatore napoletano, sarebbero servite a Jannik più variazioni, e una maggiore propositività, quella che ha messo invece in campo Nole. Nargiso non si limita a commentare i risultati dello Slam, ma entra nelle pieghe del gioco: il concetto di "discontinuità strutturata" che manca alle nuove leve e anche a molti dei top ten, la "leggerezza" mentale di Carlos Alcaraz che a suo dire gli consentirà di durare quanto i Big Three. Un viaggio nel tennis moderno, tra ritmi da spezzare e la necessità di ritrovare l'arte dell'attacco.

Diego, sei tra quelli che pensano che Sinner abbia un po' accettato il ritmo di Djokovic senza fare qualcosa di diverso tatticamente?
"Siamo rimasti un po’ tutti sorpresi dalla prova di Djokovic. È entrato in campo sostenendo un ritmo che all’inizio sembrava non riuscire a tenere, e poi piano piano si è adeguato, fino a diventare addirittura il giocatore più propositivo nelle giocate. Jannik Sinner era spesso in difesa e doveva contrattaccare. Io avevo pronosticato che Novak, per vincere questa partita, avrebbe dovuto fare qualcosa di straordinario: accelerare, non accettare il ritmo di Jannik, andare sopra, provare anche il serve and volley. Perché rimanendo nella sua partita classica, quella delle ultime cinque apparizioni, non era mai riuscito davvero a metterlo in difficoltà. Devo dire che non mi aspettavo che Jannik facesse fatica a trovare soluzioni. Questa volta non ci è riuscito".

Quali sono state le sue difficoltà principali, anche poi messe a confronto con quanto fatto da Alcaraz in finale?
"Carlos Alcaraz in finale ha fatto fatica all’inizio, ma poi ha trovato il modo di riprendersi, perché ha un gioco più vario: ha cambiato molto le altezze sopra la rete, ha spezzato il ritmo, ha allontanato l’avversario. Jannik questo non è riuscito a farlo. Mi è sembrato in grande difficoltà. Anche se ha fatto più di 20 ace, quindi non è stato un problema di servizio o di percentuali. È stata proprio una questione di giornata. Secondo me Novak ha giocato a un livello che ha ricordato le sue migliori partite. Non tanto a livello fisico, perché in difesa non è più quello di una volta, ma per pulizia dei colpi sì. La risposta al servizio è stata impressionante: sulla seconda palla riusciva sempre a rispondere vicino alla riga. La profondità dei colpi e i cambi lungolinea sono stati devastanti e hanno sorpreso tutti, compreso Sinner".

Diego Nargiso
Diego Nargiso

Come hai visto Jannik Sinner? Secondo te era un po' scarico emotivamente, hai avuto questa percezione fuori dal campo?
"Sinceramente no. A parte la partita con Spizzirri, che è stata un incidente di percorso, cose che possono capitare in uno Slam. Anche Alcaraz ha avuto problemi in un match. Dipende da tanti fattori: riposo, condizioni, attenzione, momento della giornata. Io non ho visto un Sinner diverso. L’ho visto forse meno in controllo in alcune partite, ma nulla di particolare. Anche contro Ben Shelton, 6-3, 6-4, 6-4, è stata una partita importante: Shelton è un top player. In due settimane di Slam un imprevisto capita sempre. Le condizioni sono estreme, si giocano partite lunghe in situazioni pesanti".

Non hai visto dunque particolari "stravolgimenti" nel gioco di Sinner?
"Io ho visto semplicemente un giocatore che continua ad andare nella sua direzione. Una direzione diversa che vedono tanti, non l'ho vista. Non vedo un cambiamento sostanziale nel suo gioco. In alcuni momenti vedo qualche variazione, ogni tanto va a rete, viene più vicino al campo. Ma se guardi i numeri, non fa 30 discese a rete, non  fa serve-volley o è sistematicamente aggressivissimo sulla seconda. Gioca il suo tennis, quello che lo ha portato a vincere quattro Slam perché stiamo parlando di un giocatore incredibile. E lo fa bene".

Insomma è stato più forse lo stupore per la prestazione di Djokovic.
"Secondo me c’è stata una sorpresa generale: nessuno pensava che Novak potesse giocare cinque set in quel modo e metterlo così in difficoltà. Le 18 palle break, di cui solo 2 sfruttate, sono un dato che ti deve far capire. Vuol dire che si è creato le occasioni. Se ne avesse convertite anche solo il 30%, parliamo di 5-6 break: avrebbe vinto facile. Invece no. Djokovic, sulle palle importanti, gioca sempre benissimo, lo sappiamo. Ma Jannik ha avuto anche diverse opportunità sulle seconde non sfruttate. È stata una giornata in cui è rimasto un po’ sorpreso, ha avuto tante chance e non è riuscito a portarle dalla sua parte. Non è andato fino in fondo a prendersi la partita. Djokovic, invece, è stato più determinato, ha fatto quel passo in più e se l’è meritata".

Il saluto tra Sinner e Djokovic
Il saluto tra Sinner e Djokovic

Diego nelle fasi finali degli Australian Open sono arrivati i soliti noti, il "nuovo che avanza" è solo Lorenzo Musetti?
"Oggi, se parliamo di ‘nuovo', il nuovo è Lorenzo Musetti. Se dobbiamo indicare un giocatore che rappresenta davvero la novità, che meriterebbe probabilmente in questo momento anche il numero 3 al mondo, quello è Lorenzo, senza dubbio. È un giocatore che, lo dico da tempo, può raggiungere livelli di qualità tennistica paragonabili a quelli di Carlos Alcaraz e di campioni incredibili come Roger Federer. Non vuol dire che giochi sempre a quei livelli, ma che può raggiungerli. Ed è sicuramente il giocatore più bello, più interessante, più ammaliante, più spettacolare che oggi il tennis ci sta regalando, insieme ad Alcaraz, che è il più vincente e anche uno dei più spettacolari. Detto questo, però, dobbiamo farci una domanda".

Quella relativamente ai suoi infortuni? Che idea ti sei fatto?
"Ricordiamoci che l’anno scorso è entrato nei primi 10, ha raggiunto Torino, che era un suo obiettivo, e oggi è stabilmente tra i migliori cinque del mondo. Negli Slam arriva quasi sempre in fondo: semifinali a Wimbledon, quarti quest’anno, con grandi fatiche. È un giocatore assolutamente tra i migliori. Però, secondo me, ha ancora un gioco troppo dispendioso. Questo poi porta anche agli infortuni. È un giocatore stupendo, che ci lascia sempre a bocca aperta, ma abusa ancora molto del suo fisico, delle sue capacità di difensore e contrattaccante, anche quando non ce n’è bisogno. Mi spiego: pensa alla partita lunghissima in cinque set in Australia contro Tomas Machac. Lui è un buon giocatore, forte, per carità. Ma Lorenzo, nell’economia della partita, ha speso ancora troppe energie. È vero che oggi ne spende già meno, grazie al servizio e a soluzioni più rapide, però deve concentrarsi ancora di più su questo tipo di gioco, soprattutto negli Slam. Perché in due settimane vince chi spende meno energie e arriva più fresco alla fine. È inevitabile".

Come si rimedia a tutto questo dal tuo punto di vista?
"Secondo me, ed è solo una mia opinione, Lorenzo deve puntare sempre di più su soluzioni rapide, sul gioco ‘uno-due', in modo più continuo. Deve cercare meno la spettacolarità dei recuperi impossibili, dei passanti da quattro metri dietro, quando non è necessario. Non vuol dire non farlo mai, ma le partite contro avversari inferiori devi vincerle dominandole, senza dover attingere troppo fisicamente. Altrimenti poi succede quello che è successo contro Novak Djokovic. È arrivato con un accumulo di stanchezza. Perché in quella partita Musetti era nettamente superiore e sembrava quasi finita: stava facendo la differenza, Djokovic non aveva armi per contrastarlo. Poi è arrivato l’affaticamento all’inguine, dovuto probabilmente alle tante corse, agli sforzi accumulati. Lui stesso ha detto che il dolore aumentava sempre, fino a diventare insostenibile. Non è una cosa che nasce all’improvviso. Anche uno strappo improvviso nasce sempre da un affaticamento precedente. La contrattura, lo stiramento, arrivano proprio da lì: dal consumo fisico accumulato nel tempo".

Musetti agli Australian Open
Musetti agli Australian Open

Ma tu pensi oggi il tennis sia stereotipato e quindi giocatori come Musetti oltre ai due soliti noti possano fare la voce grossa?
"Guarda, da quando il tennis è cambiato ed è diventato davvero professionistico, tra fine anni '80 e inizio anni '90 il tennis è sempre stato così. Non ricordo che ci fossero solo di giocatori di talento puro. Ci sono stati sempre grandi giocatori dalla notevole potenza, spinta, continuità. Pensa a Ivan Lendl, Mats Wilander, Jimmy Connors, Björn Borg: erano tutti giocatori fortissimi, potenti, continui. Poi c’era il talento più puro: John McEnroe, Pete Sampras, Boris Becker, Stefan Edberg. Ma, in proporzione, la maggioranza è sempre stata fatta da giocatori di potenza ed esplosività. Non è una novità di oggi. La differenza è che oggi, forse, oltre ad Alcaraz e Lorenzo Musetti, non ci sono più attaccanti puri".

Mancano giocatori con caratteristiche ben delimitate, con un'identità definita come in passato?
"Prendi Ben Shelton: potrebbe esserlo, ma non è ancora un giocatore ‘connotato'. È offensivo, ma non è un vero attaccante cioè un giocatore d'attacco. E questo secondo me oggi manca. Manca anche perché per battere giocatori come Novak Djokovic e Jannik Sinner, non puoi farlo sul loro terreno. Devi portarli su un altro campo, devi usare armi diverse per metterli in difficoltà. Qualcuno prova a farlo, come Jack Draper, Shelton, oppure Jakub Mensik, ma non hanno ancora la maturità o continuità sufficiente. Non hanno ancora un’identità definita. Per esempio Shelton continua a fare pallate con Sinner. Così non lo batterà mai. Finché non capisce che è la discontinuità a mettere in difficoltà questi giocatori, non vincerà".

Ben Shelton, giocatore ancora da affinare
Ben Shelton, giocatore ancora da affinare

Mi piace questo concetto della discontinuità.
"È la discontinuità che manda fuori ritmo, non il contrario. Invece molti hanno ancora in testa la giocata classica, più ogni tanto l’attacco o la palla corta. No: deve essere il contrario. Un giocatore come Shelton, per battere Sinner o Zverev in cinque set, dovrebbe: andare 60-70 volte a rete, fare risposta e volée, entrare sempre nel campo, usare spesso la smorzata. Non per vincerle tutte, ma per destabilizzare l’avversario. Per non fargli giocare sempre la stessa palla per più di due o tre colpi. Un giocatore di ritmo va portato fuori ritmo, altrimenti lo metti nella sua condizione ideale. E questo, secondo me, non è ancora chiaro né ai giocatori né agli allenatori".

Il più discontinuo di tutti forse è Alcaraz?
"Certo. Una delle grandi forze di Carlos Alcaraz è proprio questa: la discontinuità. È imprevedibile. Cambia ritmo, colpi, soluzioni. Ha estro. Non sai mai cosa farà dopo, e questo crea instabilità nell’avversario. Ma attenzione: non è improvvisazione. Dentro quella discontinuità c’è una tattica precisa. È un modo di giocare ponderato, non confusionario. Diventa confusionario solo quando lo fai a caso: ‘ogni tanto provo'. Invece deve essere una logica precisa. Se io sono in una certa posizione, posso fare due cose: una volta faccio una, una volta faccio l’altra. Una volta vado lungolinea e vado a rete. Una volta fingo e faccio la corta. Così l’altro non sa mai cosa aspettarsi. Io scelgo in base a: come sto io, dove sono io, dov'è l’avversario, cosa sta facendo meglio o peggio. Questo è giocare con cognizione di causa".

La difficoltà è proprio trovare continuità nella discontinuità.
"Se invece lo fai cinque volte a partita, non basta. Non destabilizzi nessuno. Questa è la differenza. Se io allenassi un giocatore come Draper o Shelton, lo indirizzerei su questa logica: non quella della continuità, ma quella della discontinuità strutturata. Non ‘quando mi viene'. All’epoca c’erano Pat Rafter e giocatori estrosi e attaccanti. Veniva fuori la palla corta, poi l’attacco, il serve and volley, però sempre dentro una giocata prefissata. Era tutto pensato, strutturato".

Carlos Alcaraz esulta in Australia
Carlos Alcaraz esulta in Australia

A proposito di Carlos Alcaraz il fatto che lui abbia già completato il Career Grand Slam cosa ci dice? Avrà la tenuta mentale per durare come i big three?
"Ti dico totalmente sì, e ti spiego anche il perché. Questo ragazzo, rispetto a tutti gli altri, ha una forza incredibile che sta nella leggerezza. Nel suo modo di essere. Ed è per questo che deve continuare a essere così. Io l’ho visto, questo suo modo quasi ‘surreale' di vivere il tennis, tutto a modo suo. Ma quello è lui. È meravigliosamente allegro, meravigliosamente autentico. Ama gli amici, ama prendersi ogni tanto tre o quattro giorni di vacanza. E deve restare così. Nel momento in cui resta così, avrà una carriera lunghissima. Perché il tennis, per lui, è un’attività che ama davvero. Ama stare in campo, ama fare quello che fa. Vive anche della bellezza delle sue giocate, del sorriso, del piacere di giocare".

Lui dà la sensazione proprio di divertirsi in campo.
"Io ti posso assicurare, anche se non sono stato neanche un centesimo di quello che è lui, che quando fai un colpo che ti piace, una palla corta, un gesto bello, e poi guardi il pubblico e ti rendi conto che hai dato gioia alle persone, è una sensazione incredibile. La gente viene al campo con mille problemi, poi si prende un momento di spensieratezza guardando una partita, un gesto tecnico, un’emozione. E lui vive anche di questo. Secondo me è la cosa più bella del mondo: vedere un ragazzo di 23 anni sorridere in campo, godersela, creare un legame empatico con il pubblico. È qualcosa di speciale. E anche se domani si fermasse, che so, a sette Slam, pensi che la sua vita cambierebbe? No. Sarebbe comunque una persona felice, serena. Ha la famiglia, gli amici, la fidanzata, una vita equilibrata. È uno che ha tutto. Ed è proprio per questo che, secondo me, ne vincerà molti di più. Ma anche se non succedesse, resterebbe una persona felice. Per questo penso che durerà tantissimo".

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