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Paolo De Chiesa: “Ho incontrato l’uomo della pistola che stava per uccidermi. Era pietrificato”

Paolo De Chiesa ha rilasciato una lunga intervista a Fanpage.it nella quale ha parlato del colpo di pistola che gli ha cambiato la vita, delle Olimpiadi di Milano Cortina e della pericolosità dello sci: “Oggi è lo sport più pericoloso in assoluto”.
A cura di Alessio Morra
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Paolo De Chiesa rappresenta a tutto tondo lo sci italiano. È stato un abile slalomista ed è assai noto anche perché da quasi quarant'anni commenta lo sci in TV, con garbo e signorilità, e senza fare sconti a nessuno. Nemmeno ad Alberto Tomba. Chi meglio di lui per parlare di questo sport, dei suoi rischi e delle Olimpiadi di Milano Cortina. De Chiesa recentemente ha raccontato la sua vita in un libro, ‘Ho sfiorato il cielo', edito da Minerva, scritto con Sergio Barducci. L'ex sciatore ha parlato anche di un particolare evento che ha cambiato il corso della sua vita. Negli anni '70, la sua fidanzata dell'epoca gli sparò con una pistola, da poca distanza, colpendolo al volto. De Chiesa ricorda bene quei momenti, fissati nella sua mente per sempre.

Nel suo libro ‘Ho sfiorato il cielo' ha raccontato tutta la sua vita, e lo ha fatto senza remore.
Si, è vero, c'è la mia vita senza molti filtri. L'ho scritto perché volevo farlo. Inizialmente ho pensato: ma chi interessa la mia vita? Ma parlando con l'editore, Minerva, e con Sergio Barducci, l'autore, ho capito che se hai una storia particolare come la mia è bello raccontarla e può essere anche uno spunto per chi la leggerà, per chi si trova in una situazione brutta come può capitare a chiunque nella vita. Ho vissuto lo sci come metafora nella vita. Nello sci si cade tante volte, così come nella vita e quello che conta è rialzarsi.

Partiamo dalla medaglia ai Mondiali di Schladming, quando accadde qualcosa di particolare.
Si, eravamo al campionato del mondo in Austria, a Schladming. Lì lo sci è come il calcio in Brasile. Dopo la prima manche ero terzo, quindi ero in zona medaglia, pensavo di poterla vincere. Non parlo tedesco e non l'ho mai imparato, mentre parlo inglese e francese. Nonostante non conosca il tedesco, qualcosa riesco a capirla e riesco a sentire l'intermedio. Ed è una cosa difficile, considerati anche i 50 o 60 mila spettatori. Da uno degli altoparlanti disseminati sulla pista riesco a intenderlo, inconsciamente freno un attimo e riduco un po' l'andatura. L'ho capito e mi sono detto: dai muoviti, ma era tardi e ho perso la medaglia per 5 centesimi.

Morale?
Nella vita per me la priorità è sempre stato dare il massimo di me stesso in quello che faccio. Nello sci ho pensato: se le mie capacità mi permettono di arrivare ottavo e arrivo ottavo, ho dato il massimo. La mia gara la faccio con me stesso, se gli altri sono più bravi, sono più bravi. Poi è chiaro, se uno vince è meglio. Noi, per qualunque professione, dobbiamo provare a dare il massimo.

Nel libro ha raccontato un momento centrale della sua vita. La sua fidanzata dell'epoca prese una pistola posta su un tavolo e sparò a sangue freddo. Quando era a terra ha rivisto le immagini di tutta la sua vita?
In quel momento drammatico ero convinto al cento percento, anzi, al mille percento di morire. Forse c'era solo un flebile spiraglio. Era successa una cosa e stavo morendo, ero convinto che sarebbe successo. Mentre pensavo questo ero ancora vivo e in quei momenti ho visto le immagini di tutta la mia vita. Mi è passato tutto in mente, un turbinio di cose tutte insieme, non so come spiegarlo. Era come fosse una unica mega fotografia, ma molto confusa. Non so perché succede una cosa del genere, ma a me è successo.

Paolo De Chiesa con Gustavo Thoeni al centro e Piero Gros, a sinistra.
Paolo De Chiesa con Gustavo Thoeni al centro e Piero Gros, a sinistra.

Fa rabbrividire solo a pensarlo o sentirlo, figuriamoci a viverlo.
Immagini il terrore. Dopo un colpo di pistola, sono sanguinante e sto morendo. Ma sono riuscito ad alzarmi, quando mi è tornato il respiro sono balzato su. Mi sono alzato come facessi una gara di slalom. Mi sono rimesso in piedi, ho trovato uno specchio e ho guardato: ho visto che il sangue non usciva a fiotti e ho capito che usciva in modo normale. Quindi salto in macchina, vado in ospedale, con la padrona di casa che è voluta venire con me, perché temeva per la mia vita, invece fortunatamente non sono morto.

In ospedale mentì, non facendo il nome di chi le aveva sparato dando una versione dei fatti differente.
Ho detto una bugia, sì. Raccontai che pulendo quest'arma, che non era mia, era partito un colpo per sbaglio. Un segreto sepolto sotto una bugia per cinquant'anni pensi. L'incaricato delle indagini mi gelò, dicendo che non credeva alla mia versione, ma che doveva accettarla. Ordini dall'alto.

Si è mai chiesto da dove provenissero quegli ordini?
Non lo so, io ero moribondo ed ero contento di essere vivo. Mi sono svegliato e ce l'avevo fatta. Quell'uomo mi disse: ‘Questa versione devo accettarla, perché così mi è stato detto, ma non mi convince per niente, e lei lo sa. Buona vita signor De Chiesa'. Ho cercato di salvare questa persona, non so per quale motivo, una persona che mi aveva sparato. Nella vita è sempre meglio essere signori.

Non c'è stato mai stato un tentativo di pentimento dall'altra parte?
Questi signori qui, né quello della pistola né l'altra, non mi hanno mai chiesto scusa, né per quello che è successo, né per non essere finiti dietro le sbarre. E a tal proposito le racconto un episodio che non ho messo nemmeno nel libro.

Mi dica.
13-14 anni fa, penso, ero in un parcheggio a Busto Arsizio, nella zona dov'era successa questa cosa. Stavo aspettavo una persona. Vedo avvicinarsi un uomo, mi vede, mi raggiunge e mi dice: ‘Ma tu sei Paolo?'. Non capisco, non lo riconosco, poi mi dice il suo nome. Era il proprietario della pistola. Mi fa: ‘È tanto che non ci vediamo'. Questa frase come a dire: beh, come stai? Non mi ha telefonato una sola volta per sapere come stavo. Mi avvicino a tanto così dal suo naso, lui mi dice che in fondo non era successo niente. Io gli rispondo: ‘Ma come non è successo niente? Ho smesso di sciare, di studiare, ho perso 12 chili, ho perso tutto. E mi dici che non è successo niente?'. Era pietrificato. Gli dissi solo: ‘Ma voi che razza di gente siete'. E mi sono girato. Lui è rimasto in piedi pietrificato, senza nemmeno chiedermi scusa.

Cambiando decisamente argomento. Alberto Tomba lo conosce da quando era ragazzino, qual è il vostro rapporto?
Alberto è entrato in squadra quando vivevo il mio ultimo anno, io ero il più vecchio e lui il più giovane. L'ho conosciuto bene, l'ho commentato quando lavoravo a TeleMontecarlo, poi in Rai. Siamo sempre in contatto, siamo molto amici, ci vogliamo bene, non passa una settimana che non ci sentiamo. Abbiamo tutt'ora un bellissimo rapporto.

In generale, come racconta nel suo libro, ha mantenuto ottimi rapporti con tantissimi sciatori?
Si, è vero. Con Gustavo (Thoeni, ndr) ci vogliamo molto bene, Piero Gros è mio fratello. Con Stenmark ci sentiamo e ci telefoniamo, ci facciamo gli auguri per il compleanno. Pensi che ogni volta mi manda una splendida foto il giorno del mio compleanno. Ingemar si fa un selfie davanti a una foto scattata il giorno in cui ha vinto la prima gara a Madonna di Campiglio, davanti a me. Scatta la foto e me la manda tutti gli anni. Tra l'altro compiamo gli anni a pochi giorni di distanza.

Il selfie che Ingemar Stenmark invia a Paolo De Chiesa per il compleanno.
Il selfie che Ingemar Stenmark invia a Paolo De Chiesa per il compleanno.

Da anni commenta lo sci in televisione ed è in assoluto uno dei talent più apprezzati.
Sono un collaboratore, un consulente tecnico, lo faccio vivendo dell'esperienza che ho maturato nella mia vita. Dalla mia prima gara che ho disputato in Coppa del Mondo, quando avevo 18 anni, ho visto tutte le gare. Prima le ho fatte, poi le ho viste. Dopo aver smesso di sciare sono quasi 40 anni che le commento. Per forza di cose sono in quel mondo lì, per me è normale parlare di sci, sapere che quello sciatore ha fatto una cosa o un altro quell'altra. Ho la fortuna di avere una grande passione, questo mi dà entusiasmo e cerco di trasmettere emozioni.

Il suo è uno stile equilibrato, ma quando deve effettuare critiche a chicchessia non si risparmia. C'è stato qualcuno che si è inalberato per qualche commento?
Diciamo che un occhio di favore per gli azzurri c'è sempre, ma io non lesino critiche, corrette. Se le cose vanno male devo dirle. Ci sono telecronisti che si arrampicano sugli specchi per giustificare risultati deludenti. Se uno va male, va male. Non dico bravo a uno che è arrivato trentesimo. Molti telecronisti hanno parametri diversi: per alcuni uno che è arrivato trentesimo è molto bravo, noi che siamo stati dei campioni non lì valutiamo così.

Ci sono mai state reazioni scomposte?
Tomba non sentiva le telecronache, ma aveva una serie di amici che gli riportavano cose e gli dicevano cavolate: ‘De Chiesa ha detto questo e quello'. Lui poi veniva da me e mi diceva: ‘Paolino che hai detto?'. Gli rispondevo: ‘Alberto l'hai sentita la telecronaca? No, allora quando te la senti con le tue orecchie, capirai'. C'era chi voleva ingraziarselo, ma io me ne fregavo altamente: dico quello che penso e quello che vedo, se uno si offende non è un problema mio. Quando sbagliavo me ne dicevano tutti i colori. Con Alberto siamo sempre amici.

Paolo De Chiesa e Alberto Tomba, amici veri, prima compagni di nazionale.
Paolo De Chiesa e Alberto Tomba, amici veri, prima compagni di nazionale.

Lindsey Vonn a Milano Cortina gareggerà con un crociato rotto.
Lindsey fin qui ha fatto qualcosa fuori dal comune, sembra sbarcata da un altro pianeta. Quando aveva 36 anni si è ritirata, a 41 è tornata e quest'anno ha ottenuto risultati eccezionali, considerando le due vittorie e diversi podi. Sarebbe stata una delle grandi favorite sia nella Discesa libera che nel Super G, poi si è rotta il crociato a Crans Montana. Nonostante ciò ci proverà, con un tutore. Dovesse vincere sarebbe davvero Vonnder Woman.

Alle Olimpiadi, così come ai Mondiali, nello sci veramente non ci sono certezze.
Alle Olimpiadi nello sci non c'è al mondo un atleta che possa essere sicuro di vincere di sicuro, né ci sarà mai. Ci sono stati sciatori di grande livello che dovevano vincere e hanno deluso, e l'esatto opposto. Lo sci è strapieno di varianti, imprescindibili e imprevedibili. Nessuno può sentirsi al sicuro, nemmeno se sei Odermatt o Shiffrin. Alle Olimpiadi non c'è niente di già scritto, la pagina è vuota. E poi ci sono degli outsider che hanno meno da perdere, meno pressione, ci provano e fanno il colpo. È successo tante volte e potrà accadere pure quest'anno.

C'è un motivo se è così?
Lo sci non è come l'atletica. Non si corre su una pista, dove se io faccio 45.2 in allenamento alle Olimpiadi magari riesco a fare 44.8, perché c'è quel valore aggiunto che mi dà l'evento, e in ogni caso arrivo intorno a quel tempo. Nello sci invece puoi essere più forte di un altro e puoi prenderle. Stop. Sinner ha sintetizzato bene l'essenza dello sci, quando ha spiegato perché ha scelto il tennis da ragazzino. Disse: ‘Se sbaglio nel tennis non succede niente, se non è in un matchpoint; nello sci se faccio un errore la gara è andata'. Sinner, che è un ragazzo intelligente, ha spiegato in poche parole la differenza tra lo sci e il tennis.

Matilde Lorenzi, la giovane sciatrice venuta a mancare a causa di un incidente in una sessione di prove nell’ottobre 2024.
Matilde Lorenzi, la giovane sciatrice venuta a mancare a causa di un incidente in una sessione di prove nell’ottobre 2024.

Considerati i tanti incidenti recenti, che hanno coinvolto diversi sciatori, e quelli drammatici di Matilde Lorenzi e Matteo Franzoso, si ha la percezione che lo sci sia diventato più pericoloso in questi ultimi anni. È così?
Oggi lo sport più pericoloso che ci sia. Basta veder la catena di incidenti. Matilde e Matteo sono morti perché non ci sono delle regole e perché non c'è stata attenzione. Prima di Matilde le cose dovevano cambiare. Non sono state cambiate nemmeno dopo la sua perdita e per questo motivo è morto anche Matteo. C'era una palizzata che doveva essere assolutamente protetta in una prova di discesa con la nazionale, e non è stato fatto. Matteo non l'ha nemmeno vista e così è morto anche lui.

Perché non si è agito?
Bisogna essere duri, estremamente duri, perché è un mondo che non si è fermato alla morte di Matilde. Bisognava fermarsi, imporre lo stop e cambiare le regole. Questo non è avvenuto. Non serviva un genio della matematica per evitare la morte di Matteo. Oggi con questi materiali e queste velocità non controlli più gli sci. Questo può succedere tanto a Odermatt o a Shiffrin, che a pinco pallino. Per questo le piste devono essere più protette.

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