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L’indegna squalifica di Heraskevych alle Olimpiadi è la mossa più ipocrita che il CIO potesse fare

Le facce sul casco di Vladyslav Heraskevych, lo skeletonista ucraino squalificato alle Olimpiadi, non erano politica ma umanità. Quella che lo sport, con decisioni così, cerca di cancellare.
A cura di Jvan Sica
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Il rapporto tra politica e sport è claustrofobico da sempre, gestito con sotterfugi, ammiccamenti e compromessi a volte squallidi, ma in questi anni è diventato particolarmente tossico. Da una parte c'è chi tutto vede attraverso l'ottica della dicotomia politica dei nostri anni, progressisti contro nazionalisti, unico modo di chiamare i trumpisti vari di tutto il mondo che ormai non sono più nemmeno conservatori. Loro vogliono dichiaratamente un altro mondo, diverso da tutto quello che abbiamo visto fino a oggi. Dall'altra parte poi c'è chi mette la testa sono un paio di metri di sabbia e continua a ripetere a pappagallo: "La politica non deve entrare nello sport".

Entrambe le posizioni sono assurde e appunto tossiche, perché nel primo caso ogni presa di posizione sembra un atto di sfida nazionale a qualcun altro, come se uno che vince la medaglia d'oro olimpico nello short track e si gira per esultare voglia fare la guerra al Canada e al Belgio. La seconda posizione poi è quella che ha scelto il CIO nei confronti di Vladyslav Heraskevych, skeletonista ucraino, che aveva deciso di onorare 21 atlete e atleti ucraini uccisi dalla Russia durante la guerra. Lo voleva fare mostrando i loro volti sul suo casco, quel casco ben in vista nello skeleton perché si scende a 100 all'ora e più proprio con la faccia in avanti. Imprimersi quelle facce nella memoria era un monito che tutti gli schermi del pianeta avrebbero riverberato.

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Con la sua idea Vladyslav Heraskevych voleva in qualche modo dire: noi siamo rimasti ma loro ci guidano e guidano la mia folle discesa, in uno sport considerato da tutti come folle. Ma tutte queste follie al CIO non sono piaciute. E quando qualcuno va oltre il consueto, si mette mano alle carte e in base alla regola 50 della Carta Olimpica, che proibisce "ogni tipo di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale", l'atleta è stato squalificato e non ha potuto partecipare oggi alle prime due discese.

Ricordare un popolo attaccato con le armi è propaganda? Ricordare le proprie sorelle e i propri fratelli "in sport" ammazzati è propaganda? Ricordare che c'è una nazione sotto bombardamenti da quattro anni è propaganda? Ricordare il proprio Paese distrutto è propaganda?
Se è propaganda, come il CIO ha confermato oggi squalificando Heraskevych, allora anche il dolore è propaganda e tutti gli atleti da oggi in poi devono zittire ogni emozione legata alla realtà e ufficialmente prendere la carta d'identità di un mondo parallelo, dove non esiste il male inflitto agli innocenti.

Il CIO crede che esista questo mondo e le atlete e gli atleti devono pensarlo obbligatoriamente anche loro, se poi a casa qualcuno muore per una bomba arrivata chissà dove e da chissà quale altra realtà bisogna tacere e sciare, scendere, correre, pattinare, saltare, tirare, calciare. L'ipocrisia profonda di tutte le istituzioni sportive negli ultimi anni (anche prima non brillavano di sicuro per coraggio) si è ulteriormente accentuata perché molto spesso da stati dittatoriali (lo diciamo per brevità ma anche per verità) può venire quella che è considerata la salvezza dello sport, ovvero una vagonata di soldi senza senso che muove economie pulite e sommerse e che fa bene a pochi, ma che, guarda caso, sono spesso quei pochi che devono decidere dove si devono tenere i tornei e le manifestazioni internazionali.

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Scegliere uno stato rispetto a un altro, fare delle dichiarazioni a favore di questo o quel rappresentante, incontrare o non incontrare una delegazione è già pienamente politica e il CIO che ferma un dolore da voler mostrare al mondo è l'operazione più ipocrita che si possa immaginare. Lo sport è tutto politica, ora bisogna scegliere se farlo diventare uno strumento fondamentale di buona politica oppure no, non ci si può nascondere nell’idea dei due mondi diversi e lontani.

Heraskevych non voleva urlare contro qualcuno, non cercava vendetta, non si lanciava contro i nemici, si sarebbe lanciato invece con la testa in avanti verso il desiderio di ricordare, strisciando onde di dolore del suo popolo per quattro lunghi anni assediato e continuare a dire al mondo che gli ucraini esistono e sono dentro una guerra terribile. Quelle facce non erano politica, erano umanità: il CIO ha voluto cancellarle, cancellando quella scintilla di umanità che lo sport dovrebbe sempre esprimere. Gli atleti-macchine andranno bene per chi non vuole pensieri, gli atleti-uomini sono quelli che fanno la storia.

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