
Diciamoci la verità: dopo mesi di critiche da parte di piloti, addetti ai lavori e puristi, dal primo Gran Premio del Mondiale della Formula 1 2026 ci si aspettava un disastro totale. E invece il disastro, almeno per chi l'ha guardato da spettatore disinteressato, è stato solo a metà.
Perché è vero: la gara del GP d'Australia non ha regalato un gruppone compatto in lotta per la vittoria né una battaglia serrata per il successo fino all'ultimo giro. Però ha offerto comunque qualcosa che negli ultimi anni si era visto troppo poco: duelli, sorpassi e controsorpassi, non solo in testa ma anche a centro e fondo gruppo.
Certo, si può storcere il naso davanti a una Formula 1 in cui molte battaglie nascono dal fatto che un pilota finisce l'energia elettrica, deve ricaricare e diventa vulnerabile all'attacco dell'avversario. Ma fare oggi gli schizzinosi sarebbe quasi ingeneroso, considerando che veniamo da stagioni in cui i sorpassi veri si contavano sulle dita di una mano e i controsorpassi erano merce rarissima nell'arco di un intero campionato. A Melbourne, invece, se ne sono visti diversi e anche in sequenza.

A tratti questa nuova F1 sembra davvero Mario Kart, come hanno lasciato intendere anche Leclerc e Verstappen: boost, modalità sorpasso, gestione dell'energia, aerodinamica attiva. Il pilota diventa una sorta di giocatore di scacchi a 300 km/h. Un'idea che difficilmente può piacere a chi è cresciuto con la Formula 1 del "chi frena più tardi" e del puro "manico", così come a chi continua a vedere in questo sport la sfida tra le macchine più veloci del pianeta. Eppure non va dimenticato che una delle gare più belle degli ultimi anni, il Bahrain 2022, nacque proprio da una dinamica simile: due campioni (proprio i due di cui sopra), due macchine vicinissime, una partita a scacchi ad alta velocità. Quando ci sono veri duelli in pista, il meccanismo che li genera passa inevitabilmente in secondo piano.
Il problema vero, allora, forse non è neppure questo. Il problema vero è un altro: la nuova Formula 1 rischia di essere giudicata attraverso la lente deformante del dominio Mercedes.
Perché a Melbourne si è vista una Mercedes non solo superiore, ma irraggiungibile. E sullo sfondo c'è stata ancora una volta la mano politica di Toto Wolff, che in questi mesi ha dato una lezione di gestione del potere nel paddock. Ha coperto il reale potenziale della W17 fino al momento decisivo, ha incanalato a proprio vantaggio il tema del rapporto di compressione, ha spinto verso una modifica della procedura di partenza che ha aiutato proprio i motorizzati Mercedes sul fronte turbo-lag e si è ritrovato con un pacchetto tecnico-regolamentare cucito addosso nel momento chiave dell'inizio stagione.

Il risultato si è visto in pista: pole rifilando distacchi pesantissimi a tutti, doppietta in gara, ritmo irraggiungibile in aria pulita, gestione totale delle gomme e della corsa. Ferrari ha provato a stare lì soltanto nella fase iniziale, sfruttando lo spunto al via, ma appena la corsa si è stabilizzata il divario reale è emerso in tutta la sua evidenza.
E allora la vera domanda è questa: avremmo giudicato allo stesso modo questa nuova Formula 1 se la Mercedes non avesse inflitto quasi un secondo a tutti in qualifica e non avesse poi controllato la gara con quella facilità? Probabilmente no. La percezione sarebbe stata meno catastrofica, e forse anche più equilibrata.
Per questo ciò che spaventa non è soltanto il rischio di vedere una F1 che somiglia a un videogioco. È il timore che si stia per rivivere lo scenario già visto all'alba dell'era ibrida: una rivoluzione tecnica enorme, accompagnata però da un dominio tale da svuotare il confronto sportivo.
Perché finché ci sono duelli, anche sporchi, anche strani, anche nati da meccanismi artificiosi, la Formula 1 resta viva. Ma se spariscono i duelli e resta solo il dominio, allora sì che la situazione diventa davvero catastrofica per questo sport.