Perché la Formula 1 vuole a tutti i costi che il campionato Mondiale 2020 si svolga? Quanti soldi perderebbe se l’emergenza sanitaria globale legata alla diffusione del Coronavirus dovesse protrarsi ancora a lungo e la stagione non dovesse disputarsi? Cosa prevedono i contratti firmati con i broadcaster televisivi e con i promotori dei GP in calendario? La risposta a queste domande non fornirà alcuna certezza su se, come e quando la F1 2020 prenderà il via (a fare un po’ di chiarezza in merito nelle ultime ore ci ha pensato il boss del Circus, Chase Carey), ma può far comprendere il perché delle scelte, delle dinamiche nonché delle tempistiche delle cancellazioni o rinvii delle gare, oltre che spiegare cosa c’è dietro i numeri snocciolati continuamente dal Ceo della Formula 1, dai rappresentanti degli organi di governo del settore automobilistico, dagli uomini a capo delle scuderie e dai vari promotori delle singole gare.

Mondiale F1 2020: per la Fia bastano 8 GP in stagione, per le tv ce ne vogliono almeno 15

Andiamo con ordine. Partiamo dal perché Chase Carey ha parlato di un calendario ridotto a 15/18 gare? Anche se potrebbe così apparire, questi numeri non sono affatto casuali. Se è vero che la FIA (Federazione Internazionale dell’Automobilismo) richiede per regolamento 12 auto in pista per celebrare una gara e un minimo di otto gran premi nell’anno per ritenere valida la stagione e designare un campione, è vero anche che Liberty Media, proprietaria dei diritti della Formula 1, ha firmato accordi con i vari broadcaster televisivi che prevedono un minimo di 15 gare per stagione. Se questa soglia minima non dovesse essere raggiunta la società sarà costretta a rimborsare alle varie emittenti, in proporzione, le mancate entrate dei diritti di trasmissione. E, come è facilmente intuibile, si tratta di cifre astronomiche quelle già pagate da Sky Sports UK, Sky Italia, Canal Plus France, Fox Sport, Movistar e le altre. Per farsi una prima idea, basti pensare che la sola tv britannica abbia pagato circa 130 milioni di euro nel corso del 2019.

Gli accordi con i promotori dei GP: chi cancella l’evento paga

Quella derivante dalla cessione dei diritti tv è dunque una fonte di reddito fondamentale per gli organizzatori del campionato Mondiale, ma in termini economici non è la più importante. Gli introiti principali nelle casse della Formula 1 derivano dalla quota pagata dai promotori per ospitare i Gran Premi. E, considerando che i contratti firmati prevedono che chi prende la decisione di cancellare l’evento paga, ecco spiegato anche il perché si temporeggi nel fare scelte drastiche se pur doverose (si pensi al GP d’Australia annullato solo a poche ore dalla prima sessione di prove libere con i tifosi davanti ai cancelli dell’Albert Park) e si aspetti che sia qualcun altro a fare la mossa definitiva.

Per ogni GP cancellato mancati introiti da 25 a 50 milioni di euro

Ecco spiegato anche perché né i promotori né Formula 1 vogliano cancellare i Gran Premi, ma propendono piuttosto per i rinvii a data da destinarsi. Il “canone” pagato da ogni singolo promotore va infatti dai circa 25 milioni di euro di base ai 50 milioni di euro pagati dal Bahrain, Abu Dhabi e Singapore. Monaco, già cancellato, ad esempio pagherà a malapena 5 milioni di euro per le spese organizzative. Ed è per questo che ora i vertici del campionato valutano di cancellare solo quegli appuntamenti meno remunerativi (il GP del Brasile e il GP di Spagna sono tra i candidati più papabili al momento) per fare spazio ad altri più redditizi.

Il GP d’Australia ha già intavolato una discussione legale per il risarcimento

Con almeno quattro gare delle 22 originariamente in programma che, stando alle parole di Carey, non avranno luogo i conti del Circus dunque già ne risentiranno per tutto il 2020. A tal proposito l‘Australia ha già intavolato una discussione legale per chiarire cosa succede ai soldi che ha già pagato per ospitare il GP poi cancellato dopo che un tecnico McLaren è risultato positivo al Coronavirus.

Il crollo in borsa di Formula 1: -50% nell’ultimo mese

Tanti dunque i mancati introiti per la Formula 1 che potrebbero aumentare qualora non si riuscisse a portare a termine almeno 15 GP in stagione. Ma c’è anche un altro fronte che preoccupa e non poco il gruppo di Chase Carey, vale a dire la borsa. La Formula 1 è infatti quotata nell'indice nordamericano "Nasdaq" con la denominazione "FWONK",e durante l'ultimo mese ha visto le sue quotazioni scendere di oltre il 50%. Il 19 febbraio, in coincidenza con l'inizio dei test prestagionali di Barcellona, il prezzo di un’azione era di $ 47, mentre ora si aggira tra i 23 e i 24 dollari.

Meno introiti per Formula 1 significa meno introiti per i team

Meno introiti per il Circus, significa ovviamente meno introiti per i vari team. I proventi del campionato Mondiale, di norma circa 800 milioni di euro, vengono, difatti, assegnati alle singole scuderie in base ai punti conquistati dalle squadre durante la stagione. Meno GP vuole dire quindi meno punti a disposizione, e dunque meno introiti. Ecco spiegato quindi anche il perché, tra le altre ragioni, si è provveduto al rinvio al 2022 dell’introduzione del nuovo rivoluzionario regolamento tecnico e al congelamento del telaio della stagione 2020 anche per il 2021: i costi dei costruttori, in un periodo di incertezza internazionale, non possono che essere contenuti in qualche modo.