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Giro d'Italia 2026

Silvio Martinello: “Dove passa il Giro d’Italia non cresce più nulla, questo sistema ci sta estinguendo”

Silvio Martinello in esclusiva a Fanpage.it ha sottolineato il disperato momento del movimento ciclistico italiano evidenziato dall’ultimo Giro d’Italia: “Una situazione desolante, stiamo semplicemente sopravvivendo e a livello internazionale non contiamo nulla”
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Campione olimpico, fuoriclasse delle piste e oggi tra i commentatori più lucidi e autorevoli del panorama sportivo, Silvio Martinello non ha mai smesso di correre per il bene del ciclismo italiano. Finiti gli anni dei trionfi in sella, la sua missione si è spostata sul terreno più difficile: la rinascita e la riforma strutturale del nostro movimento. Una dedizione testimoniata da ben due candidature alla presidenza della Federciclismo, mosse dal profondo desiderio di restituire all'Italia il ruolo di superpotenza mondiale che le spetta: "Oggi non contiamo nulla anche sul fronte internazionale e ci stiamo estinguendo, senza che si faccia nulla" ha spiegato in esclusiva a Fanpage.it.

Da opinionista e uomo di sport, Martinello non si limita a raccontare le corse. Analizza la realtà con la franchezza e la competenza di chi conosce ogni ingranaggio del sistema e ha parole dure per l'ultimo Giro d'Italia che ha mostrato un bilancio avvilente per i colori azzurri e che ha evidenziato una crisi che non è un caso, ma la punta di un iceberg. È il risultato finale di anni di miopie gestionali da parte dei vertici istituzionali, capaci di commettere macroscopici errori organizzativi senza mai sostenere la base e i giovani, e ormai privi di qualsiasi appeal politico nei tavoli decisionali internazionali.

Il sogno di rivedere il ciclismo italiano in auge è ancora vivo. Per Martinello, però, l'unica via di uscita passa da una riforma profonda, da una linea politica radicalmente nuova e da un rinnovamento istituzionale che parta dalle fondamenta: "Io sono positivo per natura non un disfattista, ma così è impossibile pensare si possa proseguire".

Quanta delusione è rimasta per questo ultimo Giro che d'Italia ha avuto ben poco?
Delle eccellenze ci sono, ma sono state solo sporadiche. Milan, ad esempio,  che anche se ha fatto un giro appena sufficiente è comunque un'eccellenza nel campo dei velocisti, oppure Ganna che rimane una eccellenza nel campo dei cronomen. Certo, ci manca un elemento che possa essere competitivo in una grande corsa a tappe di tre settimane o che possa essere competitivo nelle grandi Classiche e questo dispiace e durante il Giro l'ho fatto presente nelle mie cronache e riflessioni in TV.

A volte anche senza molti giri di parole: come mai questa schiettezza a volte anche dura?
Semplice: se ricopro il ruolo di commentatore, lo faccio con una sorta di responsabilità nei confronti di chi ci ascolta. Provo ad osservare un po' più in profondità, andando oltre il mero gesto atletico nel momento in cui i tempi televisivi lo permettono. E così anche in quest'ultima occasione ho toccato quei temi che ritengo fondamentali  e che stanno minando la sopravvivenza del movimento ciclistico nel nostro paese.

Dunque, l'assenza quasi totale di italiani protagonisti al Giro è il diretto effetto di un movimento ai minimi termini ad ogni livello?
Sì, perché ciò che vediamo ad alto livello non è nient'altro lo specchio di quanto non si stia facendo da anni a basso livello, a livello giovanile e mi spiace sentire anche certe dichiarazioni di chi ha la responsabilità e sembra nemmeno accorgersi dei problemi che ci sono…

Il podio tutto straniero del Giro 2026: Vingegaard in Rosa davanti a Gall e Hindley
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Si riferisce alla Federazione? 
Sì, dove io mi son candidato due volte e sono certo che se avessero potuto votare direttamente le società, probabilmente sarei da tempo Presidente e starei già facendo il secondo mandato. Ma non è così, non è così perché purtroppo la base è coinvolta molto marginalmente. Premetto che chi è in carica è stato eletto in modo assolutamente legittimo e democratico, ma è il sistema di votazione, ad esempio ad essere contorto, sbagliato e condizionabile. Un circolo chiuso, dove dovrebbe esserci una revisione completa dello Statuto, che potrebbe risultare una svolta.

Dunque, l'ultimo Giro d'Italia è la punta dell'iceberg?
La punta dell'iceberg… non lo so, speriamolo perché non c'è mai limite al peggio. Di certo, non si può dire che sia stata una Corsa di altissimo livello e lo dico con il massimo del rispetto che nutro da sempre per tutti i corridori che vi hanno partecipato: Vingegaard a parte, non c'era nessun altro.

E quando il contraltare sarà il Tour de France tutto si evidenzierà ancora di più?
Se pensiamo al contesto che ci aspetta nel prossimo mese di luglio al Tour de France, sì. Un panorama desolante anche perché di Giri d'Italia ne ho corsi tanti e so cosa vuol dire far fatica in bicicletta. Ma al Tour non avremo spazio, ci saranno le due corazzate UAE e Visma, poi la Red Bull Bora, la Decathlon con il giovane francese Seixas, i vari Van der Poel e Van Aert… ma di cosa parliamo?

Un Giro d'Italia che dunque rappresenta alla perfezione la nostra attuale situazione, ma come se ne esce?
Il Giro d'Italia è la nostra massima corsa e ci rappresenta tutti. E' un patrimonio del nostro Paese e che ha contribuito a scrivere la storia del nostro Paese, sportiva e culturale. Intanto, ci troviamo in una situazione dove si dovrà qualche quattrino in più per attirare i prossimi grandi campioni, poi bisognerebbe trovare altre soluzioni concrete.

Come spostare le date come si è spesso richiesto?
Al Giro d'Italia fu proposto di spostarsi fine agosto o ai primi settembre, ma quando l'Unione Ciclistica Internazionale rivoluzionò un po' tutto, anche il calendario io concordo che debba restare in questo periodo dell'anno. Forse se si riuscisse a slittare di una settimana, o due, sarebbe ancora meglio, come si faceva una volta da metà maggio a metà giugno. So che gli organizzatori dci stanno provando ma non ricevono risposte.

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E perché secondo lei?
Semplice: politicamente a livello internazionale contiamo zero. Nonostante siamo un Paese dalla grande tradizione ciclistica, non riusciamo a far capire a chi decide che il Giro d'Italia è un patrimonio del ciclismo mondiale.

Portandolo allo stesso livello del Tour de France? Non è utopia?
Certo, bisogna tenere in considerazione sempre che il Tour è e resterà sempre centrale. Richiama da sempre una attenzione mediatica molto più ampia, chi sponsorizza il ciclismo vuole essere soprattutto al Tour. L'idea chiara è che non dsi deve fare competizione al Tour altrimenti perderai sempre: il tentativo per rendere il Giro più attraente segue altre strade, sicuramente quelle dell'unione di intenti, come in parte è stato fatto quest'anno ma anche nel 2024.

Cioè?
Credo sia stata un'ottima scelta, ad esempio, rendere il percorso meno estremo rispetto ad altre edizioni, così da invogliare nuovamente molte squadre. Ciu si deve sedere attorno ad un tavolo e pensare al bene del Giro, far capire anche all'Unione Ciclistica Internazionale che è un bene per tutti, non solo per il movimento italiano.

Una sorta di volano, come potrebbe essere il ritorno di una WorldTour italiana?
Esattamente  anche se purtroppo da anni all'orizzonte non si vede nulla di nuovo. Ma anche in questo caso conta moltissimo il peso politico che devi ricostruire su un piano internazionale. Devi costruirti gli elementi e gli strumenti per tornare ad essere incisivi sui tavoli che contano, altrimenti non tocchi mai palla. Ogni aspetto è conseguenza di altro, la situazione attuale è complicatissima.

L'Italia del ciclismo, anche da un punto di vista di peso politico, che salute gode a livello internazionale?
Assolutamente marginale, stiamo letteralmente sopravvivendo, null'altro. Durante l'estate non abbiamo corse professionistiche: adesso a luglio si va al tour, ad agosto c'è la Vuelta… e noi? In Italia tutte le gare si sono concentrate nel finale di stagione perché lo spazio era quello e almeno così le squadre vengono a fare il finale di stagione in Italia. Vengono in Italia una volta sola, fanno un viaggio andata e ritorno e nel mezzo fanno tutte le corse che ci sono da fare. Intanto noi  ci stiamo impoverendo stagione dopo stagione.

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Sul fronte dei corridori, dei talenti ma anche dei nostri giovani, qual è il panorama attuale?
Qualcosa di buono altrove si fa, da noi bisognerebbe avere la forza e il coraggio di invertire la situazione attuale, prima che diventi davvero irreversibile

Come si potrebbe fare?
Far sedere ad esempio, tutti gli attori e quando parlo di attori parlo di dirigenti che hanno avuto la responsabilità di gestire il movimento, quindi gli organizzatori, la stessa RCS che ha precise responsabilità con cui deve fare i conti.

In che senso?
La passione della gente va alimentata giorno dopo giorno e non puoi pensare solamente alle corse che sponsorizzi senza dare un aiuto, assistenza alle altre, che si svuotano di anno in anno. La gente, se non vede più ciclismo e resta quasi 12 mesi senza vedere ciclismo sulle proprie strade, va in altre azioni. Il vero impegno è quello di aiutare chi non ha la pancia piena come loro, che generano molti utili perché dove passa il Giro si rischia di far attorno terra bruciata.

Eppure l'organizzazione del Giro ha ancora una volta sottolineato il successo di questa edizione. Dove si trova il cortocircuito?
Proprio in questa contraddizione: dove passa il Giuro, oggi, si fa piazza pulita e non rimane più nulla per le altre manifestazioni giovanili o minori che vengono fagocitate dalla enorme visibilità del Giro d'Italia.

Si potrebbe creare un giro virtuoso di ridistribuzione dei proventi?
Assolutamente sì, e faccio un esempio. Se il Giro oggi vuole passare da una città importante, dando delle cifre simboliche, diciamo che deve mettere sul piatto 250.000 euro per avere l'arrivo. Tutti i soldi che rientrano abbondantemente perché la promozione dal punto di vista turistico è enorme e i dati lo dimostrano. Ma alla città non rimane più nulla da dare al proprio territorio, alle società giovanili, all'attività minore. Perché allora non imponiamo che un 5% venga girato alle società della provincia che è coinvolta? Permetterebbero alle società minori di continuare a vivere.

Anche perché purtroppo, i dati dicono che proprio quelle realtà stanno sparendo piano piano…
E dirò di più: se vogliamo dei nuovi campioni, quelli da dove arrivano? Nascono nelle società giovanili, ma se non c'è più reclutamento sul territorio tra una decina d'anni avremo il Giro d'Italia con soli sette italiani, altroché. Non c'è più un ricambio, non c'è più una generazione nuova. Sono tutte cose che si legano tra di loro e si ritorna al peso politico perché c'è un altro elemento evidente.

Quale?
Oggi in Italia le istituzioni ciclistiche non si parlano, non dialogano tra di loro, per una questione di visibilità, per una questione di esposizione mediatica, in una gara però che va verso il massacro del sistema.

Ma c'è una problematica che è alla base di tutti i problemi sollevati fino ad ora?
Sì: la cosa che veramente mi infastidisce fino all'inverosimile, è proprio quella di constatare che quando si affrontano certi temi e si parla del movimento italiano in crisi o in seria difficoltà, dall'altra parte chi il movimento lo gestisce ti risponde mostrandoti i numeri alla mano e ti dice: "Non c'è mai stato come oggi un ciclismo così florido, non è mai stato così in salute, c'è un sacco di gente che va in bicicletta"

Cosa risponde di fronte a questo tipo di dichiarazioni di comodo?
Che, sì, i numeri dicono quello. Ma stiamo parlando di due cose diverse e chi è nel sistema lo sa perfettamente… stiamo parlando di altro. Se tu esci la domenica mattina in macchina, non giri quasi più perché le strade sono invase da persone che vanno in bicicletta. Ma è un discorso valido unicamente per alimentare l'industria della bicicletta, la sua diffusione. I problemi del professionismo sono totalmente altri e mi pare di averli evidenziati sufficientemente bene… Ma non li si vuole capire e affrontare… Io sono positivo per natura non un disfattista, ma così è impossibile pensare si possa proseguire… e divento matto.

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