Vicenzo Millico: “Mi chiamavano nuovo Insigne, ma non mi hanno tutelato. A 26 anni sono quasi in pensione”

A cura di Sergio Stanco
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Vincenzo Millico si racconta a Fanpage.it. Dagli inizi promettenti nel Torino fino al presente a Desenzano: “Mi ha fregato il 3-5-2. All’inizio mi arrabbiavo, poi ho cominciato a vivere il calcio come un lavoro. La carriera di un giocatore finisce ad un’età in cui spesso i miei coetanei iniziano a lavorare”.

A volte, di un calciatore esploso precocemente e la cui carriera, successivamente, non continua allo stesso (eccezionale) trend, si dice: “Si è montato la testa”. Oppure, più semplicemente: “Si è perso”. Parlando con Vincenzo Millico non abbiamo assolutamente avuto questa impressione. Abbiamo trovato un ragazzo molto onesto con se stesso, che a volte dà quasi la sensazione di essere disilluso, ma forse è soltanto l’estrema consapevolezza derivante da una carriera iniziata presto (troppo?) e che si è portata avanti pressioni probabilmente eccessive. Convocato in prima squadra nel Torino a 16 anni, a 17 esordio in A, a 18 in Europa League con gol, un soprannome pesante da parte del Presidente Cairo (Il nostro Insigne), che di certo non ha contribuito a stemperare la tensione, poi qualche incomprensione e un lungo pellegrinaggio nella periferia calcistica italiana condito da qualche infortunio di troppo. “Ma non sono alibi – ci racconta in Esclusiva Vincenzo Millico per Fanpage.it – sono molto autocritico con me stesso e, a volte, anche fatalista”. Ma per fare una citazione musicale, Vasco Rossi cantava “Io sono ancora qua”, che sembra perfetta per la nuova tappa della carriera di Millico, pronto a rilanciarsi a Desenzano. La Serie C sulle sponde del Lago di Garda come primo gradino di una lunga risalita, perché a 26 anni c’è ancora una lunga carriera davanti…

Allora, Vincenzo, partiamo proprio dall’apice: cosa ha rappresentato per te quel gol contro il Debrecen nei Preliminari di Europa League (1 agosto 2019) a soli 18 anni?
“Ovviamente è stata una soddisfazione enorme, perché essere il più giovane marcatore della storia del Torino in una partita di coppa europea, è un qualcosa che rimane nella storia del club. Io, poi, arrivavo dalle giovanili e quindi questo legame lo sentivo ancora più forte. Ma forse a quell’età l’ho vissuta anche con la spensieratezza tipica del ragazzino che non ha grandi pressioni. Quelle arrivano dopo. In parte è stata anche una grande illusione, perché poi non è stato semplice confermarsi”.

Sei diventato subito il “Nuovo Insigne”, come ti aveva etichettato il Presidente Cairo: che effetto ti ha fatto?
“In quel momento non dai troppo peso. Ripeto, personalmente quel periodo l’ho vissuto bene, forse anche troppo bene, nel senso che davo tutto per scontato e a volte mi comportavo come se tutto fosse in qualche modo dovuto. Comunque ad Insigne mi ispiravo ed è un giocatore che ammiro ancora oggi, quindi mi faceva piacere”.

C’è qualcosa di quel periodo che non rifaresti?
“Come dicevo prima, ero troppo giovane per avere grande consapevolezza. Poi io sono cresciuto con mia mamma e mia sorella, che di calcio non capivano nulla, dunque non è che potessi granché confrontarmi in famiglia (sorride, n.d.r.). Forse non ho rinunciato a vivere la mia età in quel momento, nel senso che ho continuato ad uscire con gli amici e a fare la vita “normale” di un giovane diciottenne. Col senno di poi, forse, se avessi avuto qualcuno capace di “guidarmi”, le cose sarebbero andate diversamente. Ma non ho rimpianti per questo, anche perché non è che abbia fatto chissà cosa: un’uscita e una birra in più, ma niente di che…”.

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Millico oggi al Desenzano.

Questo è il grande “problema” dei ragazzi che esplodono presto e che faticano a gestire la notorietà…
“Non è stato il mio caso, anche perché – dai – non è che avessi fatto chissà che cosa (sorride, n.d.r.). È vero, si era creata una grande aspettativa, forse eccessiva, ma non è stato quello a crearmi problemi. È che non ti rendi conto che, da un momento all’altro, tutti ti riconoscono. Quindi tu continui a comportarti come se fossi un perfetto sconosciuto, ma non è così. E questo in Italia, è un boomerang, non te lo perdonano. Mentre all’estero c’è più “privacy”, diciamo così, qui da noi è un’arma da tirare fuori quando le cose non vanno bene”.

Cosa, dunque, ti ha creato problemi?
“Un mio allenatore al Torino mi diceva: “Mi piaci perché hai la faccia da figlio di p…”. Ci siamo capiti, no? Nel senso che ero uno che non piegava mai la testa. Non per arroganza, ma per personalità, convinzione. A Napoli la chiamerebbero “cazzimma”. Solo che a volte questo atteggiamento veniva confuso con presunzione. A volte devi anche essere fortunato a trovarti nel posto giusto al momento giusto: magari servi alla squadra e trovi spazio, come è successo a me al Torino. Quando, però, ti rendi conto di non servire più, o te lo dicono espressamente perché magari cercano altre caratteristiche, come ad esempio l’esperienza, allora devi avere il coraggio di tagliare il cordone ombelicale. Così ho cominciato a girare in prestito per farmi le ossa, come si diceva una volta. Anche lì, però, non sono riuscito a trovare grande continuità”.

Come mai?
“Spesso arrivavi che c’era un allenatore, con il quale avevi parlato per essere sicuro di avere affinità anche tattiche, e poi dopo poche giornate veniva esonerato e ricominciavi tutto da capo. Poi, magari, arrivava un tecnico che faceva tutto un altro calcio e tu rimanevi “fregato”. In questi anni credo di aver cambiato ventiquattro o venticinque allenatori in otto stagioni. Capisci bene che così diventa difficile. Poi, anche gli infortuni hanno avuto il loro peso, ma quello purtroppo fa parte del gioco. È inutile nascondersi, io ho grandi rimpianti per come sia andata la mia carriera, ma a volte semplicemente succedono cose che non sei in grado di controllare. Altre, invece, non reagisci nel modo giusto, ma non è sempre semplice, perché devi prendere decisioni importanti, da solo, e – alla fine – sei un ragazzino”.

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Millico con Urbano Cairo, patron del Torino.

Nulla che ti rimproveri nel tuo percorso dal Torino ad oggi? Qualcosa che, con la maturità di oggi, gestiresti diversamente?
“All’inizio mi arrabbiavo tantissimo e questo spesso era controproducente. Soffrivo tanto i giudizi e entravo in campo con molta tensione. Anziché utilizzare le critiche come stimolo, finivo per abbattermi. Con il passare del tempo, ho capito che – se avessi continuato con quell’approccio – sarei finito in una spirale senza uscita. Da allora ho cominciato a vivere il calcio con più razionalità e lucidità. Alla fine è pur sempre un lavoro, che devi cercare di svolgere al meglio, ottenendo il massimo nel più breve tempo possibile, visto che la carriera è cortissima. Io ho 26 anni e fra qualche anno andrò in “pensione” come calciatore, ad un’età in cui spesso i miei coetanei iniziano a lavorare. La mia compagna ha due lauree e fra un po’ comincia la sua carriera, quando io praticamente l’avrò già finita”.

Sembra tutto molto “logico” e “rigoroso”: nessuna pazzia?
“Mah, ti direi di no, perché alla fine sono cresciuto con i piedi ben piantati a terra. Pensa che con il mio primo stipendio mi sono presentato in concessionaria con la busta paga e ho aperto un finanziamento. Anzi due. Ma non per comprarmi la macchina, io avevo 17 anni e non avevo ancora la patente. Ho pagato a rate due Fiat 500 per mia mamma e mia sorella, perché non volevo che andassero in giro in autobus. Le hanno ancora (sorride, n.d.r.)”.

Se potessi dare un consiglio ad un Vincenzino che si affaccia al grande calcio, cosa gli diresti?
“Non c’è un suggerimento generale che vale per tutto, ma quando appenderò le scarpe al chiodo non mi dispiacerebbe mettere la mia esperienza al servizio dei giovani, perché spesso non sono tutelati. Io, ad esempio, non sono stato tutelato e qualche consiglio mi sarebbe servito. Ecco, mi piacerebbe poter rappresentare questo per i giovani: una guida, un aiuto o semplicemente un sostegno al quale appoggiarsi quando si è in difficoltà. A me sarebbe servito”.

Se, invece, ti chiedessero un consiglio per riformare il calcio italiano ed evitare che i giovani si perdano per strada, qual è la prima cosa che suggeriresti?
“Non ho la presunzione di dare consigli, ma faccio soltanto una considerazione: quanti sono gli italiani a livello di Nazionale che giocano nei grandi club italiani? Forse solo un po’ nell’Inter e Locatelli alla Juve. Nelle altre sono tutti stranieri, o quasi. Ma non solo nelle “grandi”, ormai anche nelle “piccole” è – così – finanche nel campionato Primavera. Se questa è la situazione, come possiamo pensare di tornare ad alti livelli? Perché di giocatori bravi ne produciamo e, se sei bravo, ci sono cento squadre professionistiche, un posto lo trovi. Ma produrre calciatori di livello mondiale, è un’altra cosa. A noi mancano i Totti, i Del Piero e quella generazione di giocatori che ci facevano sognare quando eravamo piccoli”.

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Millico in campo con la maglia del Desenzano.

Appunto, si parla tanto di crisi del talento in Italia o incapacità di farlo esplodere: tu ti sei dato una spiegazione?
“Io sono cresciuto guardando Robben e Ribery e, come me, tutta la mia generazione sognava di giocare “esterno” per puntare e saltare l’uomo o rientrare per fare il tiro a giro come Insigne. Peccato che alla prima difficoltà, tutti gli allenatori si mettevano a cinque dietro e gli esterni si dovevano reinventare. Ho dovuto imparare a fare la seconda punta o l’attaccante, a volte faticavo pure io a capire la posizione, di fatto non ho mai giocato nel mio ruolo. Secondo me la famosa discussione tra De Rossi e Ventura è l’emblema di quello che sto dicendo: dovevamo vincere contro la Svezia e solo De Rossi si è preso la responsabilità di dire: “Metti Insigne”. Un’assurdità. Alla fine, è “colpa” della Juve, che in dieci anni ha vinto col 3-5-2 e fatto credere a tutti che si potesse giocare solo così (sorride, n.d.r.). A parte gli scherzi, mi è successo un sacco di volte: si partiva col 4-3-3, poi alla prima sconfitta si passava al 3-5-2. Oppure si cambiava direttamente allenatore e finiva la “fantasia”, perché si doveva badare al sodo”.

Prima di firmare per il Desenzano, ti sei informato sul modulo?
“È la prima cosa che ho chiesto (ride, n.d.r.). Mi hanno assicurato che si giocherà col 4-3-3. Ma a parte tutto, qui credo che ci siano tutte le condizioni per fare bene. Conosciamo tutti benissimo lo stato di salute delle nostre società, anche se a volte facciamo gli struzzi e mettiamo la testa sotto la sabbia: il Desenzano è una società seria, solida, che – nel suo piccolo – aspira in grande. È un progetto che mi intriga”.

Hai girato tante piazze, a quale sei rimasto più legato?
“È difficile dirlo, anche perché poi sembra di fare un torto alle altre che non citi. Alla fine, però, diciamoci la verità, un giocatore rimane legato alle piazze in cui fa bene. È inutile essere ipocriti. E io credo di aver fatto molto bene a Foggia, dove ho lasciato un ottimo ricordo. I tifosi sono molto caldi e si è creato un bel rapporto. Ma anche a Cosenza e ad Altamura sono stato molto bene”.

È una leggenda metropolitana la storia del rinnovo che il Foggia ti ha offerto sul lettino dell’ospedale dopo un infortunio al ginocchio?
“Non è completamente falsa, ma forse un po’ romanzata sì. Diciamo che, probabilmente, la società aveva chiesto le cartelle cliniche e si era assicurata che l’infortunio non fosse così grave (sorride, n.d.r.). A parte le battute, avevo un’opzione per il prolungamento e in quei primi sei mesi avevo fatto veramente bene. Però – sì – certamente è stato un bel gesto, che testimonia l’ottimo rapporto che si era creato con tutto l’ambiente”.

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Millico ai tempi del Torino.

Anche se non sembra, perché si parla di te da tanto tempo, e dimostri grande maturità, hai solo 26 anni: questa nuova esperienza può essere un nuovo trampolino di lancio per tornare ad altissimi livelli?
“Me lo auguro, ma sinceramente adesso faccio un passo alla volta. L’esperienza mi ha insegnato che pensare troppo avanti o guardarsi indietro è solo un inutile dispendio di energie. Al momento sono molto concentrato nel fare bene il mio lavoro qui. Se ci riuscirò, tutto il resto sarà una naturale conseguenza”.

Da qui a fine stagione, o fra qualche anno, saresti contento se…
“Vorrei semplicemente riuscire a vivere la mia vita con serenità, dentro e fuori dal campo. Devo essere sincero, nel calcio ho realizzato i miei sogni, ma spesso è stato più odio che amore. Adesso la vivo con molta più maturità, ma non sempre è stato così, te lo posso assicurare”.

E quando, in particolare, hai odiato il pallone?
“Ogni volta che è successo quanto ti raccontavo prima: magari ti sentivi che le cose stavano girando nella direzione giusta, che era arrivato il tuo momento, stavi facendo bene e, invece, da un giorno all’altro, stravolgevano tutto e dovevi ricominciare da capo. Lì ti cadeva il mondo addosso e non sempre sono riuscito a gestire bene questi periodi. In questo senso ho fatto un grande lavoro su me stesso e, in futuro, non mi dispiacerebbe essere d’aiuto per i ragazzi. Non so se chiamarlo mental coach o come, ma di fatto aiutarli a non buttarsi giù nei momenti di difficoltà, come invece ho fatto io in alcune occasioni. Questo di fatto è il più grande rimpianto della mia carriera”.

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