Sebastien De Maio: “Nel tunnel con Buffon e Chiellini capii: ce l’ho fatta. Ma potevo restare fregato”

A cura di Sergio Stanco
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Intervista a Sebastien De Maio, ex difensore francese con oltre 150 presenze in Serie A. Il “magna magna” al suo arrivo in Italia, i retroscena di una lunga carriera, l’idea per aiutare i giovani calciatori: “Ma me l’hanno sconsigliato, troppi squali in questo mondo”.

Il mondo del calcio è un “magna magna”. Questo aveva insegnato Roberto Baggio a George Weah, che infatti appena collegato con gli studi di Controcampo in un lontano 29 agosto 1999, vedendo proprio il Divin Codino ospite, esordì con questa espressione, tra lo stupore generale. Poi, il Roby nazionale spiegò che si trattava di un modo scherzoso per prendersi in giro soprattutto durante i ritiri. Tuttavia, per parafrasare l’antico detto,  “In Ritiro Veritas”, il pensiero di Roberto Baggio in merito al “vischioso” mondo del calcio dell’epoca, era piuttosto chiaro. Ed è proprio usando questa frase che Sebastien De Maio, ex calciatore di Brescia, Genoa, Fiorentina, Bologna e Udinese oggi 39enne, ci ha descritto il suo arrivo in Italia: “Mi hanno messo su un aereo, pensavo di andare a Lecce. Alla fine, atterro a Treviso… Mi hanno fatto firmare un contratto, dicendomi che sarei andato a Vicenza, ma invece era un accordo con una squadra di Crema, credo. Alla fine, mi sono ritrovato a Brescia. Poi ho capito che era stato tutto un “magna magna” (testuale, n.d.r.), ma a me è andata bene. Tanti ragazzi, però, non sono stati altrettanto fortunati…”. Già, a Sebastien è andata bene perché in Italia si è costruito una bellissima famiglia, ha fatto un’ottima carriera, e – oggi che ha smesso – inizia quella di allenatore…

Iniziamo proprio da qui: sempre saputo di voler fare l’allenatore?
“No, ma in realtà non lo so nemmeno ora. Nel senso che nella mia vita ho imparato che devo sempre provare a fare una cosa per capire se mi piace veramente e se sono in grado. Quando ho smesso di giocare, ho valutato un po’ di cose e ho deciso di iscrivermi al corso di Coverciano. E’ stato molto interessante e mi sono appassionato. E adesso eccomi qui…”.

“Qui” significa la Voluntas Brescia, la società di cui Salvatore, Sebastiano e Pio Esposito sono proprietari e papà Agostino è Presidente: allenare i giovani è stata una scelta consapevole o “obbligata” come prima esperienza?
“No, nessuno mi ha obbligato, anzi. Quando mi è stata prospettata questa possibilità da Marco (Zambelli, ex capitano del Brescia e compagno di squadra di De Maio, attuale Direttore Tecnico della Voluntas, n.d.r.) ne sono stato onorato. Poi, come dicevo in precedenza, sono uno abituato a provare tutto prima di prendere una strada definitiva. Credo che uno che voglia fare l’allenatore, debba in qualche modo cominciare dal basso e fare la gavetta. Iniziare in una società organizzata e di grande tradizione come la Voluntas, è “tanta roba” te lo assicuro”.

La Voluntas ha sfornato talenti come Pirlo, Tonali, Corini e tanti altri: oggi si parla tanto di crisi del calcio italiano, tu ti sei fatto un’idea delle motivazioni?
“Io credo che gran parte delle difficoltà del calcio italiano siano dovute alla carenza di strutture. I club professionistici dedicano poche risorse al settore giovanile, le società dilettantistiche hanno ancor più difficoltà a far quadrare i conti. Se agli allenatori dei settori giovanili  offri solo un rimborso spese, sono costretti a farlo come secondo lavoro o come hobby. Così non puoi sperare che lavorino nell’interesse del ragazzo, lo faranno sempre sperando di crearsi un futuro per se stessi”.

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De Maio al Brescia.

Si dice che ormai anche il calcio – che prima era lo sport popolare per eccellenza – sia diventato “elitario”: quanto è cambiato da quando il giovane Sebastien giocava per strada vicino allo stadio di Saint Denis?
“Nel mio quartiere è cambiato poco, i bambini giocano ancora per strada, perché non è che ci siano tante possibilità. Però è vero che in Francia se uno è bravo entra più facilmente nei vivai delle società, perché tutte hanno un loro centro dedicato, in cui si prendono cura del ragazzo a 360°. Ci sono centri sportivi con campi di allenamento in tutte le squadre professionistiche, e per tutte le categorie. Qui mi è capitato di vedere allenamenti di quattro squadre contemporaneamente sullo stesso campo. Il progetto Voluntas mi è piaciuto fin da subito perché – pur essendo una società dilettantistica – prova comunque ad avere un approccio professionistico, curando ogni singolo dettaglio. Poi solo le strutture e la dedizione – ovviamente – non possono bastare, ma questa deve essere la base sulla quale costruire tutto il resto”.

Raccontaci come sei arrivato in Italia…
“Avevo un contratto col Nancy ma mi ero reso conto che non c’erano grandi prospettivi in Francia. Così i miei agenti mi hanno proposto di venire in Italia. Mi sono allenato con il Vicenza e pensavo di firmare con loro. Alla fine mi hanno messo su un aereo e credevo di andare al Lecce, invece sono atterrato a Treviso. L’accordo l’avevano fatto con una società di Crema, se non sbaglio, ma poi è arrivato il Brescia. Solo dopo ho capito che era stato un “magna magna” generale, ma fortunatamente a me è andata bene. Tanti altri ragazzi non sono stati altrettanto fortunati. Poteva capitare anche a me: io avevo rinunciato a due anni di contratto per venire in Italia. Tante volte mi son chiesto: e se non fosse arrivato il Brescia? Ho veramente rischiato di rimanere fottuto (testuale, n.d.r.) anche io”.

Come si possono evitare queste situazioni e tutelare un po’ i giovani?
“Quando mi avvicinavo alla fine della carriera, uno dei miei progetti era quello di creare un’agenzia che seguisse i ragazzi dall’inizio alla fine della loro carriera, ma non solo per i contratti e gli ingaggi. Non un procuratore classico, per intenderci, ma una figura o un gruppo di professionisti che li aiutasse a gestirsi dal punto di vista della carriera, dell’immagine, degli investimenti. Perché questo è un mondo in cui girano tanti squali e, spesso, a pagarne le conseguenze, sono i ragazzi più sprovveduti…”.

E perché l’hai abbandonato?
“In molti mi hanno sconsigliato di intraprendere questa strada, proprio a causa degli “squali” che girano in questo mondo. Tutti mi dicevano: “Seba, lascia perdere, rischi di investire tempo e risorse nei ragazzi e, poi, arriva qualcuno che promette chissà cosa e te li porta via”. Mi hanno fatto riflettere e mi sono un po’ arenato, ma non l’ho abbandonato del tutto. Come dicevo prima, però, io sono abituato a provare prima di dire che una cosa non funziona. Ora sono focalizzato su questa esperienza da allenatore, ma in futuro, chissà: non escludo di riprendere in mano questo progetto prima o poi”.

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De Maio festeggiato al Genoa dopo un gol all'Inter.

Tornando a te: quando hai veramente capito di avercela fatta?
“C’è un momento preciso. Ero al Genoa e avevo cominciato a giocare stabilmente in Serie A, ma ancora non avevo realizzato veramente. Ad un certo punto, affrontiamo la Juve: nel sottopassaggio vedo Buffon, Chiellini, Pirlo, Pogba. Ecco, in quel preciso istante mi son venuti i brividi”.

Era il Genoa di Gasperini: avevi capito subito che sarebbe diventato un allenatore top?
“L’ho capito proprio in una gara contro la Juve, quella del 2014 a Marassi (Genoa-Juventus 1-0, gol di Antonini al 3’ di recupero, n.d.r.). Pco prima dell’inizio viene da me e Burdisso e ci fa: “Oggi giochiamo uno contro uno dietro”. Davanti la Juve aveva Llorente e Tevez. Ho pensato: “Questo è pazzo” (ride, n.d.r.). Lui deve averlo capito dalla mia espressione e mi dice: “Lo so, è un rischio, ma tanto se ci chiudiamo perdiamo lo stesso, almeno ce la giochiamo”. Ha avuto ragione lui, perché alla fine abbiamo fatto una grande partita e abbiamo anche vinto. Credo che il Gasperini che conosciamo oggi, sia nato proprio in quella partita, perché prima facevamo “preventive” e cercavamo sempre di essere in superiorità dietro, da quel momento in poi abbiamo sempre giocato uno contro uno”.

Eri uomo da big match: vittoria contro la Juve di cui sopra, esordio nel derby di Genova, gol vincente all’Inter. Qual è stato il momento più emozionante?
“I derby erano davvero un evento speciale. Chi non ne ha mai giocato uno a Genova, non può capire. Io non ho giocato quelli di Roma. Torino o Milano, ma ho avuto compagni che arrivavano a Genova e mi dicevano: “Non sarà mai come Milan-Inter, Juve-Toro o Roma-Lazio”. Poi, a fine partita: “Seba, avevi ragione tu, è davvero incredibile”. Devo dire, però, che il gol all’Inter (20 aprile 2016, Genoa-Inter 1-0, n.d.r.), sotto la Gradinata Nord, è stata una bella scarica di adrenalina (sorride, n.d.r.). Anche perché era la prima da capitano e in tribuna c’erano tutti i miei amici. Un’emozione che non dimenticherò mai”.

Genova e il Genoa sono stati un po’ la tua seconda casa dopo Brescia: troppo forte il richiamo dell’Anderlecht e della Champions League per resistere?
“In realtà, fosse stato per me, non me ne sarei mai andato. Purtroppo sono entrato in uno di quei vortici di mercato da cui era difficile uscire. Il Genoa aveva necessità di vendermi e l’Anderlecht mi cercava da due anni. Alla fine ho accettato. Sbagliando, purtroppo. Non ho molti rimpianti in carriera, ma – tornassi indietro – non lo rifarei”.

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De Maio in campo con il Bologna.

Per altro, a Bruxelles non è andata particolarmente bene…
“Sono dell’opinione che quando fai scelte poco convinte, le cose non possono che finire male. Siamo stati subito eliminati nei preliminari di Champions League, ma poi c’era anche un clima in città molto pesante. Era il periodo degli attentati terroristici e avevo mia figlia che era ancora piccolina. Mia moglie era preoccupata. Così, quando è arrivata l’offerta della Fiorentina non ci ho pensato un attimo e siamo tornati subito in Italia”.

Non sarà stato facile rinunciare al “contrattone” della vita, però…
“Per me giocare a calcio non è mai stata una questione di soldi, non ho mai fatto le scelte in funzione di quanto potessi guadagnare. Ricordo il mio procuratore quando ho firmato il mio primo quadriennale da Serie A. Mi ha guardato stranito e mi fa: “Ma non sei contento?”. Ovvio che fossi felice, ma sono sempre stato concentrato sul campo e su cosa dovessi fare per migliorarmi”.

Ti sarai regalato qualcosa con quel contratto, no?
“Niente per me. Come fanno molti calciatori, ho pensato prima di tutto alla mia famiglia. Nel mio caso, a mia mamma, perché ha cresciuto me e i mie fratelli da sola. Infatti, De Maio è il cognome di mia mamma, visto che mio papà non è mai stato presente. Lei ha fatto sacrifici immensi per non farci mancare nulla, si meritava un bel regalo: le ho comprato casa”.

Oggi hai a che fare con ragazzi giovani, che aspirano a diventare calciatori spesso abbagliati dai social e dai ricchi ingaggi…
“Ogni generazione ha i suoi pregi e i suoi difetti, non c’è un meglio o un peggio. Ne ho visti anche io giocatori che promettevano bene e si sono persi…”.

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De Maio contro Cristiano Ronaldo in Juve–Udinese.

Mi hai fatto un assist: il giocatore più forte con cui hai giocato?
“All’Udinese c’era De Paul, che poi è diventato Campione del Mondo con l’Argentina. Già ai tempi si vedeva che era forte forte. Un altro che a centrocampo faceva la differenza, era Matuzalem: quantità e qualità. Quello che, però, mi ha davvero impressionato, è stato Diego Perotti: l’ho incrociato al Genoa (stagione 2014/2015 n.d.r.) e devo dire che siamo a livello di fenomeni”.

L’attaccante che non vorresti mai più incontrare nemmeno per un caffè?
“Sinceramente, in campo ero uno che non litigava mai, sono sempre stato molto leale e non mi piaceva provocare. Dunque non ho rancori con nessuno”.

Il compagno che, invece, ha reso meno del suo potenziale?
“Vabbé, è brutto fare nomi. Però uno posso fartelo, perché tanto lo dice sempre anche lui. Per le qualità tecniche che aveva, Sodinha avrebbe potuto fare quello che voleva. Peccato che gli mancasse tutto il resto (ride, n.d.r.)”.

Da allenatore a allenatore: chi ti ha influenzato di più?
“Ne ho avuti tanti nella mia carriera e dirti Gasperini sarebbe facile, ma è vero che lui mi ha trasmesso tanto. Non è stato il solo, però, perché Iachini mi ha lanciato che ero giovanissimo e gli devo tanto, così come Calori a Brescia, che per noi giovani era come un secondo padre. Per non essere banale, però, voglio citare Davide Possanzini: sono molto contento di aver chiuso la carriera con lui al Mantova, perché ho conosciuto una persona eccezionale e un tecnico molto preparato e con principi decisamente originali. Ecco, non mi dispiacerebbe diventare un mix tra Gasperini e Possanzini (ride, n.d.r.)”.

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