Sandro Cois: “Il calcio è una giungla. Tanti amici spariscono, i vivai sono pieni di raccomandati”

Sandro Cois non è uno che parla spesso, ma – quando lo fa – non le manda certo a dire. L’abbiamo incontrato proprio prima dei play-off per i prossimi Mondiali 2026, perché quelle sensazioni le ha vissute in prima persona (spareggio per Francia 1998 contro la Russia). E, poi, con lui – che oggi di mestiere fa l’allenatore dei ragazzi (ultima esperienza nell’Under 17 del Pisa) – abbiamo parlato delle difficoltà del calcio italiano, della crisi dei settori giovanili dei nostri club e di molto altro.
Come la sua carriera da calciatore, spesa tra gli Anni ‘90 e i primi 2000, quando la Serie A era il top e il suo Torino e la sua Fiorentina regalavano spettacolo in Europa. E preparatevi, perché non sono mancati i suoi “tackle”. Proprio come quelli che il giovane Sandro regalava da calciatore, prima che i problemi fisici prendessero il sopravvento e mettessero prematuramente fine alla sua carriera…
Cominciamo dal “fondo”: come e quando nasce l’idea di fare l’allenatore?
“La voglia di allenare mi è venuta tardi, perché quando ho smesso di giocare non avevo più entusiasmo. Poi ho avuto un figlio e, quando ha iniziato a giocare lui, ho cominciato a portarlo nelle scuole calcio come fanno tanti genitori. Ovviamente, tutti hanno iniziato a dirmi "dai una mano, fai questo, perché non fai quello?". E, quindi, ho resistito ancora un po', poi – però – mi sono “arreso” e – diciamo – ci ho preso gusto e ho ritrovato la passione”.
Da calciatore hai iniziato prestissimo, ma ti sei ritirato altrettanto presto per via degli infortuni: è stata dura da accettare?
“Ho avuto una sorta di crisi di rigetto, diciamo così. Ho smesso di giocare a causa di due ernie cervicali che non mi davano tregua. Non stavo bene, mi allenavo, ma poi dovevo star fermo, insomma è stata un po' un'agonia e quindi ho preso questa decisione. Avevo solo 31 anni e avevo perso tutto: non guardavo neanche più le partite, non mi interessava più niente…".
Immagino che dover rinunciare al sogno di bambino così, deve esser stata ancor più dura…
“Sì, perché è stata una scelta obbligata, dovuta alle condizioni fisiche e, questo, impatta inevitabilmente anche la testa. Io, poi, ho visto cose che mi hanno un po' segnato, come – ad esempio – dover andare a fare visite neurochirurgiche per la cervicale in reparti dove purtroppo c'è gente che sta peggio di te. Quindi vedi un po' di cose brutte: da una parte sei giovane e ti ritieni fortunato, dall’altra però cominci ad avere un po' di pensieri… Purtroppo, ho dovuto prendere questa decisione, anche perché non ho mai voluto prendere in giro nessuno: per come sono fatto io, non potevo percepire uno stipendio e non giocare”.
Smettendo così giovane, hai mai avuto paura del futuro? Ti sei chiesto: “E adesso che faccio”?
“Fondamentalmente non più di tanto, perché io negli ultimi anni avevo già iniziato a coltivare una passione per l'immobiliare, compravo e ristrutturavo appartamenti. Quindi, mentalmente mi ero già un po' preparato a quello che poteva essere il “domani”. Sono stato molto previdente, perché – al contrario – molti calciatori soffrono di di una crisi d'identità quando si ritirano. So di giocatori che sono andati dallo psicologo, perché o sei Batistuta, Rui Costa, Kakà, Baggio, Totti e Del Piero, che rimani una leggenda, ma se sei un giocatore “normale”, come potevo essere io, rischi di finire nel dimenticatoio. E, questo, tanti non lo accettano”.
E il mondo del calcio ti è stato vicino nel momento di difficoltà?
"Il mondo del calcio è una giungla. Sono davvero pochi gli amici su cui puoi contare. Quelli veri restano, tanti invece spariscono alla prima difficoltà. Per chi ha successo sarà sempre così. Siamo come i politici o i cantanti: finché sei eletto, o sei famoso, tutti ti seguono, dopo non ti cerca più nessuno”.

Quindi è impossibile avere amici nel mondo del calcio?
“Non ho detto questo, hai quelli “veri”, ma sono pochi in confronto alla gente che conosci in una carriera di vent’anni e oltre. Io ho un buon rapporto con tanti miei ex compagni. E’ chiaro che non li posso vedere tutti, però – ad esempio – con Enrico Chiesa ci siamo incontrati proprio qualche giorno fa. Con lui ho un legame molto forte. L’altro giorno sono andato a Firenze a far visita a Cassano, Ventola e Adani che facevano lo spettacolo. E’ stato bello rivedersi. Con Lele (Adani, n.d.r.) abbiamo giocato anche insieme e ogni tanto ci sentiamo”.
Tornando al campo: che tipo di allenatore e Sandro Cois?
“Credo di essere onesto, leale e bravo a gestire il gruppo. Per ora ho sempre allenato ragazzi giovani, ho fatto solamente un anno di Primavera, poi sempre Under 17. Per fare questo lavoro, bisogna prima di tutto essere un po' “psicologi”: quando tu hai a che fare con 25 ragazzi devi essere intelligente a capire che non sono tutti uguali. C'è quello più sensibile, quello con il quale ti devi incazzare per ottenere una corsa in più anche in allenamento e, poi, c'è quello che – se ti incazzi e lo prendi di punta – magari lo perdi perché ha un carattere chiuso. Per me l’aspetto umano è fondamentale”.
Si dice spesso che i giovani di oggi sono “particolari”: è davvero così?
“Quello che ho notato, è che sono molto più preparati su tante cose, nel parlare, nello spiegarsi, però a livello di sentimento, di passione, io non li vedo così coinvolti. Ai nostri tempi si viveva per il calcio e, comunque, avevamo la fortuna di giocare nei cortili, nei giardini. Oggi, i ragazzi giocano a pallone solo quando vanno ad allenarsi. A volte vedo tanti giovani con qualità, ma che si perdono perché non hanno quella fame, quella voglia di arrivare. Cioè, sognano di diventare calciatori, ma non fanno nulla, o fanno troppo poco, per arrivare ad alti livelli”.
E tutto questo si “scarica” sulla Nazionale: come si esce da questa situazione?
“Io credo che il problema principale sia a livello di settore giovanile. Penso che gli educatori – e dico educatori non a caso, perché a quell’età dovresti educare e non allenare – dovrebbero innanzitutto insegnare la tecnica. E, poi, non guardare al risultato. Invece, vedi mister che si sentono Guardiola e, piuttosto che crescere calciatori, pensano alla loro carriera personale. Nei vivai servirebbe gente che ha giocato al calcio e che fa questo mestiere per il piacere di trasmettere la propria esperienza, e non signor nessuno che sperano di diventare allenatori in Serie A, perché magari non sono riusciti ad arrivarci da calciatori. Mi spiace essere diretto, ma secondo me è proprio questo il grande problema del nostro calcio. Per non parlare di quelli che allenano perché sono figli o amici di qualcuno. La verità è che a tanti presidenti, del settore giovanile non frega un cazzo (testuale, n.d.r.), serve solo a coltivare le proprie amicizie. Quando, invece, trovi gente seria, come il Presidente Corsi dell’Empoli – ad esempio – allora vedi che le cose funzionano e i risultati arrivano. Ma chi allena – o ha allenato – nel settore giovanile dell’Empoli? Ex giocatori come Buscé, Tonelli e così via. Tutto torna. Intendiamoci, essere stato un calciatore non è una garanzia, perché vedo tanti ex colleghi che fanno solo danni, ma non esserlo stato, di sicuro non agevola”.
Se ti chiamasse la FIGC per ristrutturare i settori giovanili, da cosa cominceresti?
“Innanzitutto, farei allenare solo chi ha fatto i corsi a Coverciano, perché allenatori non ci si improvvisa. Nei vivai è pieno di “raccomandati”. E ci chiediamo perché il calcio italiano è in crisi? Poi, cercherei di spiegare ai presidenti che ci vuole un coordinamento del settore giovanile: se la prima squadra gioca a quattro in difesa, la Primavera non può giocare a tre, se no quando si fa male il centrale della prima squadra, chi mando su? Siamo all’ABC, ma ti giuro che ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare (sorride, n.d.r.). E non è vero che non abbiamo ragazzi di talento, perché quelli ci sono, basterebbe saperli indirizzare…”.

Allora parliamo di ragazzi di talento: qualcuno che diventerà “grande”?
“Ce ne sono tanti ed è anche brutto fare nomi, perché ovviamente lasci fuori qualcuno. Ma ti faccio un esempio: Pio Esposito deve giocare titolare in Nazionale, perché è forte e uno con le sue caratteristiche nasce una volta ogni trent’anni. E, invece, per noi era ancora giovane. E’ dai tempi di Vieri, di Toni, che non abbiamo un ragazzo così forte, fisicamente ma anche tecnicamente e tatticamente. È uno che tiene palla, uno che attacca anche la profondità, uno bravo di testa. Ragazzi, ma questo è un patrimonio della Nazionale! Con lui, là davanti sei a posto per i prossimi dieci anni. All’estero giocano i 2008, da noi prima di buttarli dentro devono farsi male tutti gli altri. Ci vuole più coraggio”.
Pio, ormai, è una certezza, ma qualcun altro che può seguirne le orme?
“In Primavera 1 è pieno di giocatori di talento. Poi, io potrei citare il figlio di Buffon (Louis Thomas, n.d.r.), perché l’ho allenato nelle giovanili del Pisa. Dopo aver fatto un’esperienza nel vivaio Juve, era finito in squadre di Torino non professionistiche e, alla fine, è arrivato da noi. E con noi ha avuto una crescita importante, pazzesca dal punto di vista fisico. Tecnicamente, è un ragazzo sul quale, se ci lavori ancora, se ci credi, vale la pena investire. Per me, il prossimo anno, il Pisa dovrebbe riprenderlo in rosa e piano piano buttarlo dentro, perché è uno che strutturalmente assomiglia a Pio Esposito. E’ molto bravo di testa e, soprattutto, ha una grande qualità, che in pochi hanno: vede la porta da ogni posizione, tira da destra, da sinistra, da lontano, becca sempre lo specchio. E questo per un attaccante è fondamentale. E non lo dico perché è il figlio di Gigi, ma perché è veramente bravo”.
Tornando alla tua nuova professione di allenatore: hai avuto tanti maestri, ma chi ti ha lasciato di più?
“A livello tecnico, ma soprattutto tattico, direi Claudio Ranieri, che era già già avanti negli Anni ‘90. Mi son trovato molto, molto bene anche con Malesani, che è stato un grande allenatore. Tuttavia, quello più importante, sia a livello di gruppo, sia a livello personale, è stato Cesare Maldini, che ho avuto nell'Under 21 e poi ai Mondiali (Francia 1998, n.d.r.). Lui e il Trap sono due leggende. Dicono che Trapattoni sia stato un grande “gestore”, ma gestire non basta, devi anche essere bravo. A me fanno ridere, ad esempio, quelli che sostengono che Ancelotti sia simpatico e si faccia voler bene dai giocatori, ma – ragazzi – Ancelotti è preparatissimo anche a livello tattico. Ma vogliamo parlare di come giocava il suo Real Madrid? E quello che ha fatto al Milan facendo coesistere Pirlo, Seedorf, Kakà, Sheva e Pippo Inzaghi? In Italia siamo un popolo di criticoni, di invidiosi, siamo tutti allenatori, ma Ancelotti ha vinto tutto, di cosa pariamo?”.
L’allenatore che più ti intriga oggi?
“Credo che l’esperienza di Fabregas al Como durerà ancora poco, perché è destinato ad andare in club prestigiosi, come possono essere il Real Madrid o il Barcellona: ha una squadra giovane, si è scelto i calciatori, li fa giocare benissimo e, magari, quest’anno arriva anche in Champions League. Sarebbe un risultato pazzesco. Ma anche lui – guarda caso – è uno che ha giocato ad altissimi livelli, nei migliori club del mondo e ha vinto tutto. Un caso? Per me no. Poi, ci può anche essere l’eccezione che conferma la regola, ma io resto della mia idea: si può anche essere bravi allenatori senza essere stati grandi calciatori, ma tutti i fenomeni della panchina sono stati fuoriclasse, come Ancelotti, Guardiola, Zidane. E potrei andare avanti per ore”.

A proposito di colleghi, come giudichi il lavoro di Gattuso?
“Non mi permetto di esprimere un parere dal punto di vista tattico, ma io stravedo per lui, perché è l'emblema dell'Italia. Gattuso e Buffon sono veramente il top, perché trasmettono passione, amore, grinta, modo di essere, modo di stare in campo. Ma – anche qui – non è che Gattuso è bravo “solo” a motivare, perché lui è un allenatore che gioca molto sulla costruzione dal basso, sul possesso. Poi, certamente può essere più bravo a spiegare ai suoi calciatori come si deve andare a riconquistare la palla, perché era la dote che l'ha fatto diventare un fenomeno da calciatore, ma non è “solo” carattere e determinazione”.
Tu che hai vissuto lo spareggio per il Mondiale del 1998, come vedi l’Italia martedì contro la Bosnia?
“Parliamo di giocatori che hanno fatto la Champions League, alcuni hanno giocato anche finali, e che – dunque – sono abituati a certi appuntamenti. Ci sarà pressione ed emozione, quello è inevitabile, ma il calciatore professionista trasforma tutto in adrenalina positiva, in voglia di vincere. Quindi, questo non mi fa paura. Io credo che ci sia tanto entusiasmo, sono molto ottimista e sono convinto che l'Italia andrà al Mondiale”.
Nel vostro spareggio contro la Russia, qual era stato l’elemento vincente?
“Sinceramente, noi eravamo più forti, però tante volte questo non conta. Ad ogni modo, avevamo molto più talento in quella nazionale di quanto non ce ne sia oggi: alla fine, la differenza l'ha fatta la classe di giocatori importanti, di gente come Vieri, Del Piero, Baggio, Maldini e tanti altri. Quando hai questo livello, poi è normale che i risultati li porti a casa”.
Quali sono i giocatori che, oggi, devono prendere per mano la Nazionale?
“Quelli che hanno maggiore esperienza. Penso, ad esempio, a Barella, che gioca nell'Inter da tanti anni, ha fatto due finali Champions, avrà fatto più di 150 partite a livello internazionale tra Champions e tutto il resto ed è un giocatore importante. Quando non hai la personalità di De Rossi, Totti, Del Piero o Chiellini, senza scomodare di nuovo Maldini e Baggio, possono essere fondamentali anche Gattuso, Bonucci e Buffon da fuori. In campo, però, anche Mancini e Tonali possono essere leader. Se ne hai due-tre in campo, e altrettanti in panchina, possono anche bastare”.
Se potessi dare un suggerimento ai nostri ragazzi in vista della gara contro la Bosnia, cosa gli diresti?
“Non pensiamo a niente, andiamo “semplicemente” più forte dell'avversario e cerchiamo di divertirci. Perché l’emozione ti può bloccare e, invece, devi essere libero di giocare. Anche se capita qualcosa di negativo, se dovessi prendere gol, devi reagire subito di pancia. Devi andare a duemila all'ora, perché ti giochi il Mondiale. Siamo l’Italia, non possiamo fallire”.
Parlando, invece, della tua carriera da calciatore: hai vissuto momenti bellissimi, come la cavalcata Champions della Fiorentina nel 1999-2000, ma anche delusioni cocenti, come la finale Uefa persa con il Torino contro l’Ajax nel 1992. C’è un rammarico, un rimorso?
“A fine Anni ‘90, inizi 2000, sarei potuto andare all’Inter o alla Juve, poi ho fatto altre scelte. Chissà come sarebbe andata… Ma l’episodio che veramente mi toglie il sonno è un altro: campionato 1998/1999, Fiorentina di Trapattoni, Batistuta, Edmundo, Rui Costa, a metà stagione eravamo Campioni d’Inverno. Bati si fa male e – a febbraio – Edmundo fa il “matto” perché vuole andare al Carnevale di Rio. Ma come si fa? Mancano due-tre mesi alla fine del campionato, sei primo in campionato, manca Batistuta e tu te ne vuoi andare al Carnevale di Rio? Significa che non sei a posto con la testa, dai. Da quel momento in poi, non è più stata la stessa cosa. Sono convinto che – senza quell’episodio – oggi la Fiorentina avrebbe uno scudetto in più…”.