1 Febbraio 2022
17:09

Quel che non si è visto di Maurizio Zamparini: alieni, funghi, rituali e beneficenza

Dalle idee sugli ufo ai pranzi con la stampa nei ritiri precampionato, dove Maurizio Zamparini dava il meglio di sé in tribuna e davanti ai microfoni.
A cura di Benedetto Giardina

Mangiallenatori, vulcanico, esuberante, sanguigno. Chi più ne ha, più ne metta. Gli appellativi per Maurizio Zamparini, nella sua lunga esperienza nel calcio italiano, si sono sprecati. Forse, però, quello che più gli si addiceva è anche quello meno usato: genuino. Perché Zamparini era esattamente come appariva, prendere o lasciare. Poteva urlare il proprio disappunto dal nulla, nei momenti più inattesi, così come trascinarti in una risata fuori contesto, perché davanti ai microfoni era sempre a suo agio. A tal punto da aprire pure le porte della sua tenuta, in Friuli, dove non si comportava certo da imprenditore milionario: salsa fatta da lui, vini e grappe prodotti da lui, pane, marmellate e conserve di ogni tipo tutte di sua produzione. Questo si trovava nelle sue cantine e nelle sue dispense. Un giorno, in uno dei tanti ritiri a Bad Kleinkirchheim, invitò la stampa a pranzo nella sua casa di montagna. Primo piatto: risotto con i funghi. «Li ho raccolti io l’altro giorno», disse mentre i giornalisti sgranarono gli occhi terrorizzati. «Non temete, li abbiamo mangiati ieri e siamo ancora vivi», rispose un suo collaboratore per tranquillizzare tutti.

Zamparini e gli amori nel calcio

Il calcio gli piaceva, eccome se gli piaceva. Solo che dal vivo gli piaceva un po’ meno. Allo stadio andava poco, ma in ritiro era sempre presente, anche per le amichevoli. Ed è qui che si potevano capire i primi innamoramenti o le immediate bocciature. Nel 2004, col Palermo appena promosso in Serie A, pretese che Guidolin schierasse l’ultimo arrivato Farias tra i titolari, pena l’esonero. Ma come, ad agosto e dopo un campionato vinto? Sì. Farias giocò, non andò granché bene. Nel 2013, invece, il Palermo scese in B dopo una stagione disgraziata e c’era la fila di calciatori da mandar via. Su tutti, Bacinovic, che però Gattuso volle tenere in lista. Nell'ultimo test in famiglia del pre-campionato, dalle tribune di Bad Kleinkirchheim il suo giudizio fu eloquente: si limitò a fare una croce con le dita, parlando del centrocampista sloveno che giusto un paio d’anni prima aveva sorpreso tutti. Si mise davvero a piangere, invece, appena vide il primo allenamento di Pastore. Talmente commosso che, alla fine della seduta, andò nel negozio di articoli sportivi all'ingresso del paese della Carinzia per regalargli un paio di scarpe.

Ogni volta che si muoveva, era inevitabile trovare al suo seguito una schiera di giornalisti, pronti a strappargli anche solo mezza dichiarazione. Bastava poco, d’altronde, per ottenere un titolo con le sue parole. E lui parlava, si lasciava andare, senza freni e senza nemmeno pensare alle conseguenze di eventuali dirette televisive. Un giorno, però, ci pensò una volta conclusa un’intervista. «Presidente, Calleri è appena diventato comunitario: potrebbe essere il colpo di mercato del Palermo?», «Il colpo è Balogh e voi non capite un c… di calcio». Seguì una risata e poi, rivolto al collega di Sky presente nel capannello, urlò: «Tira via il c…». Tutto questo nell’ilarità generale, tra gente che non aveva pienamente colto il riferimento e altri rimasti di sasso dinanzi alla spontaneità della cosa. Ma tagliare la parolaccia avrebbe stravolto il senso dell’intervista, ovviamente.

Gli extraterrestri nei campi di Zamparini

Se c'era qualcosa in cui non andava forte, quelli erano i nomi. Scambiare Corini e Mutarelli, nei suoi primi anni a Palermo, era diventato sistematico. Ma non mancavano certo le storpiature: Cecov in luogo di Chochev, La Gumina diventava automaticamente Gumina, Gazzi per una sorta di autocensura inconsapevole veniva quasi sempre chiamato Gaggi e via discorrendo. Quando ebbe problemi con i procuratori di Dybala per questioni di compensi non riconosciuti, attaccò direttamente la Fifa e il suo presidente. Infantino? No, Elefantino. Credeva inoltre negli extraterrestri ed era appassionato di fantascienza. Un giorno, in un campo di sua proprietà, apparvero dei cerchi. Ne restò estasiato, ma anche preoccupato. Anche perché, da quelle parti, non era raro che si verificassero fenomeni del genere, motivo per cui tendeva comunque a credere che dietro ci fosse la mano dell’uomo. Leggeva spesso, però, su ciò che potesse esserci al di fuori del nostro pianeta. Perché, ne era convinto, qualcun altro oltre a noi nell'universo deve pur esserci. Di queste cose ne parlava, anche con i giornalisti che fino a qualche minuto prima volevano sapere a quanto volesse vendere Dybala o se Ballardini fosse al sicuro sulla panchina.

Strano rapporto, invece, quello con i telefoni: ne aveva almeno tre e tutti in utilizzo, ma soprattutto erano tutti occupati. Sempre, costantemente, perché rispondeva a chiunque. Una manna dal cielo, per i giornalisti a caccia di titoli, ma ancor di più per quelli a caccia di notizie. Anche perché, ogni tanto, capitava che quel telefono non lo chiudesse e che a quel punto si lasciasse scappare qualcosa, convinto di non essere più in contatto col suo interlocutore. È così che venne fuori la bomba, all'epoca, del passaggio di Walter Zenga dalla panchina del Catania a quella del Palermo. Una telefonata con un giornalista, i saluti e poi lo scoop, quando pensava di aver riattaccato: «Fammi chiamare Zenga». Arrivò pure il giorno che dalle telefonate passò alle mail. Chiedere a Guillermo Barros Schelotto, per informazioni. È tramite mail che Zamparini gli suggerì di provare Vazquez falso nove, proposta rinnovata in seguito a Novellino.

La beneficenza nei suoi anni a Palermo

C'era, infine, uno Zamparini a telecamere accese e un altro a telecamere spente. No, non significa che fingesse o recitasse: quello delle interviste e delle conferenze stampa era lui, quello vero. Ma anche l'altro lo era. Solo che non voleva farsi riprendere, non voleva far troppa pubblicità, né pensare che potesse sfruttare certe situazioni per farsi bello agli occhi della gente. Chiedete a Biagio Conte, chi fosse Zamparini. Il missionario laico che a Palermo da trent'anni dà una casa e un pasto a chi non può permetterselo, aveva stretto con l'imprenditore friulano una vera e propria amicizia, che andava al di là della beneficenza. Una volta, prima di Natale, tenne persino lì l'aperitivo con la stampa. La somma che Zamparini ha devoluto alla Missione di Speranza e Carità non è nemmeno quantificabile: a volte dava 50 mila euro, altre volte addirittura il regalo di Natale che avrebbe dovuto dare ai calciatori, ma senza mai vantarsene più di tanto. Perché a Zamparini, la vetrina, serviva giusto per parlare di pallone.

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