Pantanelli: “Hodgson mi ha voluto all’Inter ma non ci volevo andare, oggi lavoro nella ristorazione”

C’è un momento, nella carriera di Armando Pantanelli, in cui il calcio smette di essere soltanto uno sport e diventa qualcosa di più grande, più duro, impossibile da dimenticare. È il 2 febbraio 2007, il derby Catania-Palermo, la morte dell’ispettore Filippo Raciti. Pantanelli era in campo, capitano di una squadra che stava scrivendo una delle pagine più intense della propria storia. Ma di quello che stava accadendo fuori, i giocatori non sapevano nulla.
Oggi Pantanelli vive a Catania, ha chiuso con il calcio giocato e anche con quello professionistico, gestisce un ristorante ed è padre di tre figli. Ma quando torna con la memoria a quegli anni, il racconto resta lucido, diretto, senza filtri. L'ex portiere, dirigente sportivo e allenatore ripercorre a Fanpage.it tutta la sua carriera: fatta di scelte controcorrente, promozioni, scontri duri e nessun rimpianto.
Pantanelli, cosa fa oggi?
"Lavoro nella ristorazione a Catania da dodici anni. È un lavoro impegnativo, ma questo campo funziona sempre. Ormai il calcio è chiuso definitivamente".
In realtà fino a poco fa era ancora dentro il calcio, come team manager e allenatore dei portieri del Catania…
"Sì, due anni da allenatore dei portieri e due da team manager. Sempre a Catania però. Non avevo più voglia di girare l’Italia".

Quel percorso lo aveva immaginato già da calciatore?
"Sì. Ho fatto tutti i corsi, ho il UEFA Pro, l’idea iniziale era allenare. Poi però non sono uno che telefona, si propone, chiede favori. E se non ti fai sentire, resti fuori dal giro".
Quindi non è solo competenza, ma anche relazioni…
"Un minimo sì. Devi farti vedere, far capire che ci sei".
Quanto l'è piaciuto lavorare nel ruolo di team manager?
"Molto. Cambia tanto la prospettiva, ma era un ruolo che mi stimolava. Poi è cambiato il direttore sportivo e ha portato il suo uomo. Nessun problema: io avevo già la mia attività".
Partiamo dall’inizio: è nato a Torino, ma ha iniziato a giocare in Emilia…
"Sì, perché dalla prima elementare ho vissuto a Modena. Mi sento emiliano a tutti gli effetti".

Eppure la sua carriera parte dalle giovanili della Reggiana, senza esordire subito.
"Esatto. L’esordio in Reggiana arriva anni dopo, in Serie B. La prima partita da professionista invece l’ho fatta a Olbia, in C2".
Quando ha capito che il calcio poteva diventare davvero la sua strada?
"Non c’è un momento preciso. È un percorso: capisci strada facendo se sei portato, se sei fortunato".
Olbia è stato uno snodo fondamentale per lei?
"Assolutamente. Venivo dai settori giovanili, confrontarmi con gente “grande” mi ha dato certezze".
Dopo Carpi arriva l’Inter, quasi per caso.
"Sì, durante un’amichevole giocai bene, parai un rigore e Hodgson mi volle all’Inter".
Ma lei non volevi andarci, è vero questo retroscena?
"No. Io volevo giocare. Avevo fatto C2, C1, per me il passo giusto era la Serie B. Preferivo giocare in C piuttosto che fare panchina all’Inter".
La prima promozione in Serie A arrivò a Cagliari, ma non gioca mai nella massima serie…
"Ero a scadenza, si fece avanti il Catania e lì avevo certezze di giocare. Ho scelto una Serie B ambiziosa".

Poi il Catania, che diventa casa sua: che esperienza è stata ai piedi dell'Etna?
"Totale. Mia moglie è catanese, i figli sono qui, il lavoro è qui. Ormai morirò tifoso del Catania".
La parentesi catanese si chiude in modo molto duro: ci racconta cosa accadde?
"Litigai con un dirigente. Quando vogliono farti andare via a tutti i costi, non può finire bene".
In quel periodo venne coinvolto, pur non essendo indagato, in un’inchiesta sulle scommesse: che ricordi ha?
"Una situazione surreale. Non ho mai fatto una scommessa in vita mia".
Si è sei mai chiesto perché è finito in mezzo a quella storia?
"Lo so benissimo. Era un modo per farmi andare via. Ero capitano, benvoluto, promosso in A e poi protagonista della salvezza. Dovevano tirare fuori qualcosa di grosso".

Arriviamo al 2 febbraio 2007, il derby con il Palermo e la morte dell'ispettore Raciti. È vero che voi non sapevate nulla?
"Nulla. Io ero incazzato per la partita, feci la doccia e uscii subito. Chiamai mio padre e lui mi disse: ‘C’è stato un morto'. Non potevo crederci".
Nessuna informazione nello spogliatoio?
"Chi è rimasto più a lungo forse sì. Io ero tra i primi usciti".
Dopo quella partita il Catania gioco diversi mesi senza pubblico ma riuscì a salvarsi lo stesso: quanto ha inciso sul vostro percorso?
"Tantissimo. Avevamo fatto un grande girone d’andata. Senza pubblico è stato durissimo. Ci siamo salvati all’ultima".
Guardandosi indietro, cambierebbe qualcosa della sua carriera?
"No. Sono contento di quello che ho fatto. Qualcosa si può sempre immaginare diversa, ma non ho rimpianti".