
Ci siamo, con Italia-Irlanda del Nord è arrivato un momento fondamentale per il presente e il futuro del calcio italiano, ma si potrebbe anche pensare di scegliere questo momento come punto di svolta per quel che riguarda l’equilibrio all’interno dell’intero sport italiano tutto, un fenomeno sociale che non è dato, come tutti i fenomeni sociali, per cui può anche radicalmente trasformarsi in base alle contingenze e le prospettive (“darsi al tennis” non è più un insulto, anzi un badge di valore).
Per la terza volta di fila ci giochiamo la partecipazione di Mondiali di calcio ai playoff, dopo che per quasi un secolo siamo stati una delle nazionali più importanti del mondo. Oggi, evidentemente, non lo siamo più e in questi anni i perché questo sia accaduto si sono sprecati.
I ragazzini non giocano per strada, le società di calcio non hanno presidenti italiani, gli allenatori italiani hanno idee vecchie, nelle nostre squadre di club giocano stranieri scarsi (l’aggettivo è oggettivo se si vede poi quello che facciano in Europa) mentre non vengono fatti giocare i giovani italiani. È stata tirata in ballo la politica, la cultura, l’identità, la scuola, tutto e a ben vedere in qualche modo c’azzecca in un minestrone che rigiriamo da dieci anni.
Passare da essere il primo movimento mondiale negli anni ‘90 a quello che siamo oggi, con squadre di club che fanno poca strada nelle competizioni europee e soprattutto una Nazionale assente da due Mondiali consecutivi può essere in parte una questione ciclica, ma c’è molto di più e i motivi di cui sopra, a cui aggiungere tanti tanti altri, sono tutti evidenti. Lo scrittore e analista calcistico Emiliano Battazzi ha parlato di multicrisi e ora siamo alla resa dei conti. Non è infatti come nel 2017 e nemmeno come nel 2022, quando un corpo è malato come il nostro calcio, un nuovo acciacco può far diventare cronico il problema, con accresciute difficoltà poi di intervento.
I vari esponenti politici del nostro calcio hanno in parte ricevuto questa situazione, in parte non l’hanno fino in fondo compresa, in particolar modo dopo l’abbagliante ma anche offuscante (nell’abbaglio c’è anche l’oscuro) vittoria degli Europei 2021, ma alla fine dei conti arriviamo alla domanda chiara, facilissima: cosa hanno fatto per non arrivare a due difficili partite di distanza dalla terza eliminazione consecutiva ai Mondiali di calcio?

Parliamo di esempi con domande concrete, così è più facile: hanno reso economicamente più sostenibile il nostro calcio? Hanno creato i presupposti affinché grossi gruppi finanziari investissero nel nostro calcio (l’unico raggio di sole oggo è il Como. E molti, anche giornali importanti, li sfottono pure)? Hanno creato un’immagine del nostro calcio che vada oltre il passato glorioso? Hanno reso più facile ai Vergara (23 anni, prima del gran gol al Chelsea solo pochissime presenze fra i professionisti) esordire e giocare in serie A? Hanno creato un sistema arbitrale tale da non far scivolare ogni weekend la discussione su un frame o su un gesto del braccio di qualcuno? Hanno pensato alle infrastrutture? Hanno raccontato e fatto raccontare un movimento in crescita o almeno in movimento? Queste sono solo alcune delle domande su cui soffermarsi, ma anche altre sono importanti, l’ultima fresca fresca riguarda il “Progetto tecnico del calcio giovanile italiano”, una sorta di officina del talento giovanile da gestire direttamente da Coverciano e inaugurato pochi giorni fa. L’idea è molto bella ma perché continuare ad affidare i compiti decisivi a persone di favolosa bravura e competenza, ma che all’anagrafe hanno 64, 67 e 69 anni, quando abbiamo un calcio che proprio a quel livello, proprio dove il talento deve essere innestato e aiutato a crescere chiede approcci totalmente innovativi rispetto a quello che abbiamo fatto fino a oggi?
Non tutte le domande potevano essere evase in così poco tempo, in un Paese che si contrae in diversi altri settori della società e senza più quella disponibilità economica su cui ballavamo senza pensieri una volta. Però a prima vista sembra che troppo poco sia stato fatto e il tempo fosse sufficiente per iniziare e magari anche essere a metà dell’opera con un bel po’ di scelte. Invece siamo qui e partecipare ai Mondiali deve dirci chi siamo in maniera definitiva e difficilmente poi invertibile: siamo un movimento in leggera ripresa oppure ormai destinato a vivere di ricordi come il bel vecchio calcio danubiano degli anni ‘30, ‘40 e ‘50?
Non sappiamo come andrà a finire ma sappiamo fin da ora che in caso di ennesima sconfitta una rivoluzione profonda in tutte le componenti deve essere fatta, devono essere fatte scelte radicali e anche in qualche modo contrarie alla logica, si devono pensare nuovi modelli, scegliere non guardando in casa ma all’estero, cambiare le regole per imporre determinate scelte anche ai club. Non si potrà più vivacchiare come abbiamo fatto in questi anni, danubianizzandoci appunto in maniera definitiva. Saprà la Politica fare questo (altra domanda decisiva a questo punto)?
Se invece saremo in America a giugno? Beh, le cose potranno essere viste attraverso una luce diversa, ma non pensiamo di aver risolto tutte quelle questioni con la risposta data da due partite. Dovremmo fare comunque quello che pensavamo di fare nella disperazione totale. Lo dobbiamo fare perché in questo momento il calcio corre troppo velocemente per noi e se non acceleriamo nessuna vittoria contro Irlanda del Nord, Galles o Bosnia ci aiuterà a vedere gli altri dove stanno andando.