Matias Pourrain racconta l’arresto dell’ICE: “Senza cibo, acqua con l’urina, non sapevo dove fossi”
Il 6 agosto 2026, all’aeroporto internazionale di Fort Lauderdale-Hollywood, in Florida, Matias Pourrain stava per imbarcarsi con i compagni del Miami United, club semi professionistico della United Premier Soccer League, diretto a Los Angeles per una partita quando due agenti in borghese dell’ICE lo intercettarono. Aveva presentato il permesso di lavoro ma doveva sottoporsi comunque ad alcune verifiche digitali, che sarebbero durate dieci minuti. Fu invece l'inizio di un incubo durato 22 giorni di prigionia, in condizioni estreme e di privazione dei più elementari diritti umani.
Senza alcun apparente motivo, Matias Pourrain si è ritrovato ammanettato a polsi e caviglie, caricato su un furgone e portato in un centro di detenzione a Miramar. Ancora oggi sostiene di non aver mai compreso fino in fondo il reale motivo dell’arresto anche se il Dipartimento per la Sicurezza Interna lo accusò ufficialmente di aver prolungato la permanenza oltre i sei mesi concessi dal visto ottenuto nel novembre 2019, scaduto nel maggio 2020. Pourrain, però, era in possesso di una regolare documentazione lavorativa e aveva una pratica di residenza in corso, tutti elementi che, secondo la sua avvocata Regina Borges de Moraes, non avrebbe dovuto giustificare l'arresto. Al di là di un trattamento disumano, impensabile per qualsiasi detenuto.
Il racconto di Parruain, le condizioni da inferno e una fame che non dimentica
Il racconto di Pourrain rilasciato recentemente a "The Athletic" si è trasformato in un elenco di umiliazioni impressionanti. Nella cella sovraffollata di Miramar, dove si ammucchiano fino a settanta uomini, la fame è la prima tortura: tre giorni senza cibo. "Quando arrivava era ammuffito, con cerchi neri sul pane". La fontana per bere era collocata vicino ai bagni: "L'acqua scorreva dove la gente aveva appena urinato. Era tutto inumano", ha raccontato, "la fame era la cosa peggiore".
L'ICE, contattata dal quotidiano americano ha comunque smentito con fermezza le ricostruzioni dichiarando a sua volta che "tutti i detenuti ricevono tre pasti al giorno, acqua potabile, vestiti, lenzuola, accesso alle docce, sapone e possibilità di comunicare con familiari e avvocati". Difficile, tuttavia, liquidare interamente come immaginazione un racconto così dettagliato e coerente, soprattutto quando si aggiungono altri particolari, altrettanto impressionanti.
I trasferimenti senza consenso: nessuno sapeva dov'era Pourrain
Dopo un breve passaggio in un’altra struttura a Belle Glade, arriva il momento più angosciante per Pourrain che viene caricato di nuovo su un mezzo e poi su un aereo senza sapere la propria destinazione, con il terrore di essere portato al confine con il Messico. Ventiquattro ore di panico dopo, si ritrova invece nel centro di detenzione di Rio Grande, a Laredo, in Texas ma senza che nessuno dei suoi conosceva dove fosse: non risultava nemmeno nel sistema di localizzazione dell’ICE. Solo il 28 agosto, dopo che la famiglia riuscì a versare una cauzione di 20 mila dollari, Pourrain ha confermato di aver potuto recuperare la libertà.
Una vicenda che non è solo la storia personale di un calciatore semi professionista ma che accade in un'America dove i controlli migratori, già durante gli ultimi Mondiali, avevano generato polemiche e denunce per eccessi, non solo dell'ICE, dopo che l’amministrazione Trump aveva reso più severe e serrate le operazioni di controllo.
Oggi Pourrain continua a vivere negli Stati Uniti e vuole ottenere la green card malgrado la "tortura mentale e il terrore puro" vissuti. Un'ulteriore forma di resilienza e grido silenzioso contro una distorsione di un sistema capace di trasformare anche chi ha documenti e lavoro in regola, in un semplice numero da gestire. Nel peggiore dei modi.