Marco Carparelli: “A 50 anni gioco e lavoro al lido. Mihajlovic mi portò a comprare la prima auto, disse: prendi quella”

A cura di Sergio Stanco
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Marco Carparelli si racconta a Fanpage.it. Dagli inizi nella Sampdoria di Mancini e Mihajlovic all’amore senza fine per il Genoa, fino al presente ancora in campo: “A 50 anni mi dicono ‘chi te lo fa fare’…”.

A volte, separarsi da ciò che ti ha reso felice per tutta la vita, è davvero dura. Può anche essere un “semplice” oggetto, oppure ciò che rappresenta. Nel nostro caso, parliamo di un pallone che rotola, che fin da bambino ti ha fatto sognare una vita diversa, fatta di stadi, di emozioni e trofei. “Uno su mille ce la fa”, cantava Morandi. Beh, uno di quei mille è Marco Carparelli, classe 1976, una lunga carriera – tra le altre – nella Sampdoria, nel Torino e nell’Empoli, ma soprattutto nel Genoa (e dopo spiegheremo il “soprattutto”). Oggi, a 50 anni compiuti, Carparelli calca ancora i campi del campionato di Prima Categoria ligure. Ma quello che spinge Marco, non è la paura di smettere, quanto proprio la voglia di continuare: “In molti mi chiedono chi me lo faccia fare – a 50 anni – ad andare ad allenarmi due-tre volte a settimana e – poi – presentarmi tutte le domeniche al campo. E  sinceramente a volte me lo chiedo anche io, ma la passione è troppo forte, non riesco a farne a meno”. E poco importa che a Cisano (club di Cisano sul Neva, provincia di Savona) – dove gioca attualmente – non ci sia ovviamente uno stadio da Serie A, l’importante è fissarsi sempre nuovi obiettivi: “Voglio arrivare a 500 gol in carriera – ci ha detto in Esclusiva per Fanpage.it – me ne mancano 24, dunque magari ci vorrà ancora qualche anno. Ma io mi sento bene, dunque non è detto che questa sia l’ultima stagione”. Per parafrasare una pubblicità di qualche anno fa: “50 anni e non sentirli”.

Buongiorno Marco, partiamo proprio da qui: come ti senti?
“Bene, dai. Ovvio, non ho più lo spunto di una volta, ma in campo provo a far valere la mia esperienza e qualche trucchetto del mestiere (sorride, n.d.r.)”.

Che effetto ti fa giocare con ragazzi che – anagraficamente – potrebbero essere tuoi figli?
“Beh, è strano, ma alla fine quando rincorriamo un pallone siamo tutti un po’ bambini, no? E, poi, mi piace dare qualche consiglio ai miei compagni, mettere al loro servizio la mia esperienza per aiutarli”.

Da chi hai ereditato la passione?
“Io l’ho proprio ereditata, ce l’abbiamo nel dna della famiglia: sia mio papà che mia mamma hanno giocato a calcio, anche se non ad altissimi livelli. O – meglio – mia mamma avrebbe potuto, perché ha avuto l’opportunità di andare a giocare nel Torino femminile, ma ai tempi mio nonno non è che fosse così “moderno”, diciamo così (sorride, n.d.r.)”.

Dunque, immagino tu abbia trovato grande appoggio nei tuoi genitori quando eri piccolo…
“Assolutamente, mi hanno sempre seguito, accompagnato dappertutto, consigliato. Ho avuto grande sostegno sempre e, poi, quando ho cominciato a girare gli stadi, non sono mai mancati. Se sono arrivato a giocare in A, grande merito è anche loro. Ed è stato bello gioire sapendo che loro fossero sugli spalti”.

Perché, dunque, questa nuova esperienza all’A.S.D. Cisano?
“Perché – come dicevo prima – c’è ancora la passione. Sento sempre il fuoco dentro. In molti mi chiedono chi me lo faccia fare e – a volte – me lo chiedo pure io (sorride, n.d.r.) – ma poi mi basta entrare in campo per l’allenamento o per la partita e la risposta è lì, sotto i miei occhi. E, poi, ti assicuro che nonostante i 50 anni, spesso ne ho più di molti giovani di oggi…”.

E’ vero, dunque, che c’è tanta differenza tra i tuoi tempi e i ragazzi che si approcciano adesso al mondo del calcio?
“Credo che la differenza principale stia nel fatto che – noi – lo facevamo per regalare gioia ai tifosi, l’obiettivo dei ragazzi di oggi – invece – è quello di raggiungere il successo per loro stessi. Noi sognavamo di arrivare nei grandi stadi e di farli “esplodere” di gioia: sapevamo che in molti facevano sacrifici per seguirci, e credevamo fosse giusto dare tutto per renderli felici, oggi la “felicità” è una bella macchina o farsi un selfie dalle Maldive nel resort di lusso”.

Beh, dai, anche tu ti sarai tolto i tuoi sfizi quando eri giovane…
“Sì, non lo nego, ma erano altri tempi. Sai qual è stata la mia prima macchina? Una Golf cabrio… gialla! E non l’ho scelta io…”.

In che senso?
“E’ una storia bella. Ero un ragazzino un po’ timido che si affacciava al grande calcio. Mi aveva preso la Sampdoria e io nello spogliatoio mi mettevo in un angolo, non alzavo neanche la testa per il timore di incrociare lo sguardo di qualcuno. Capirai, era la Samp di Mancini, Mihajlovic, Vierchowood, gente di personalità, che ti incuteva rispetto solo a guardarla. Ma erano ragazzi splendidi, si comportavano come fratelli maggiori, mi riempivano di consigli: Mancini mi aveva preso sotto la sua ala protettrice e – infatti – quell’anno ho fatto 28 presenze in A (1996/1997, n.d.r.); Sinisa, invece, dietro quell’atteggiamento burbero, nascondeva un cuore d’oro. E’ stato lui ad accompagnarmi al concessionario a comprare la mia prima auto”.

E perché una macchina gialla?
“Lui aveva una BMW dello stesso colore e quando ha visto quella Golf mi ha detto: “Prendi quella”. E io potevo mai dire di no ad uno come Sinisa? Per cui me la sono fatta andare bene per qualche anno, fino a quando poi mi son potuto permettere di cambiarla e prenderne una più sobria (sorride, n.d.r.)”.

Cosa ti ha lasciato Sinisa oltre alla Golf gialla?
“Mi ha trasmesso la voglia di lottare sempre, anche in allenamento. Era un ragazzo che dava tutto, dal primo all’ultimo minuto. Poi, si poteva anche perdere, ma guai se mollavi…”.

Oggi bastano poche partite ad un giovane per potersi permettere lusso e – magari – anche una convocazione in Nazionale…
“Eh sì, è proprio così: una volta c’era una qualità assurda. Pensa che io ho fatto una presenza in Under 21 e non ho mai esordito in quella maggiore, nonostante abbia 70 presenze in A e – alla fine – qualche gol l’ho anche fatto (12 per la precisione, n.d.r.). In quella Under 21 c’era gente come Buffon e Totti, puoi immaginare il livello”.

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Marco Carparelli in campo con Baggio in un Inter–Empoli.

Chi ti aveva sorpreso di quella squadra?
“Come dicevo prima, c’era tanta qualità. C’erano tanti giocatori forti, che magari non hanno mai esordito in Nazionale (zero presenze per Domenico Morfeo e Lorenzo Amoruso, n.d.r.) Poi, vabbé, Totti era di un’altra categoria, si vedeva proprio che era un fuoriclasse assoluto, fin da ragazzino”.

Erano già i tempi del cucchiaio?
“No, non ancora, ai miei tempi era ancora un ragazzo timido (sorride, n.d.r.)”.

Il fatto di non essere arrivato in Nazionale è il tuo rimpianto più grande?
“Se devo essere sincero, io non ho rimpianti. Credo di essere andato anche oltre le aspettative e di essermi tolto le mie soddisfazioni. Sono orgoglioso di quello che ho fatto e credo che – quello che sto facendo oggi – lo dimostri. Ho sempre dato tutto e giocato con il cuore e – per come sono fatto io – questo basta”.

Qual è – allora – la soddisfazione più grande che ti sei tolto nella tua carriera? Il momento che non dimenticherai più…
“Sicuramente il gol nel derby sotto la Gradinata Nord (Sampdoria-Genoa 0-1 del 20 marzo 2000, campionato di Serie B, n.d.r.). Ricordo ancora il boato e la gente che dagli spalti si riversava verso il campo. E’ stato un gol importante, perché – pur essendo genoano da sempre – ero stato accolto con un po’ di scetticismo, vista la mia precedente esperienza nella Samp. Con il mio impegno, il fatto di sudare sempre la maglia e dare tutto, avevo già dimostrato di avere il cuore rossoblu. Poi, quel gol, ha definitivamente sistemato tutto (sorride, n.d.r.). E, poi, ricordo la partita successiva a Marassi: al momento delle formazioni, quando lo speaker ha annunciato il mio nome, ancora un po’ veniva giù lo stadio. Mi vengono ancora i brividi a ripensarci…”.

Hai avuto paura che quello tsunami di persone ti travolgesse al momento dell’esultanza?
“Guarda, in quel momento mi sarei fatto travolgere volentieri (sorride, n.d.r.)”.

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Carparelli esulta sotto la Gradinata Nord del Genoa.

A Napoli direbbero “Core ‘ngrato”: cresciuto in blucerchiato, gol nel derby decisivo per la vittoria del Genoa e Samp che a fine anno non va in A per un punto…
“Io ho sempre detto che alla Sampdoria devo tanto perché è grazie a loro se sono arrivato al calcio professionistico, ma al cuor non si comanda e il mio cuore è rossoblu. Sono nato – e morirò – tifoso genoano, non ci posso fare niente. Le emozioni che mi danno quei colori, o che provo quando entro a Marassi per una partita del Grifone, sono indescrivibili”.

Ma quando ti ha preso la Samp, i tuoi amici genoani non ti prendevano in giro?
“No, perché sapevano che il mio amore per il Genoa era almeno pari all’amore che provavo per il calcio. L’obiettivo era quello di “arrivare”: la Samp mi ha offerto quella opportunità, per cui posso solo essere riconoscente”.

Ti capita di tornare allo stadio, magari in quella Gradinata che tanto ti acclamava?
“Sì, allo stadio ogni tanto vado, ma in tribuna. E’ sempre una grande emozione. Un giorno mi piacerebbe andare in Gradinata e vivere la partita da lì. Ricordo la prima volta che ho messo piede a Marassi: ero praticamente un bambino, guardavo gli spalti, l’erba e sognavo di giocarci per far esultare la Gradinata. Quando è successo è stato come chiudere un cerchio. Oggi sarei felice di assaporare nuovamente quelle sensazioni da un’altra prospettiva”.

Ma com’era vivere a Genova da ex della Samp, ma giocatore del Genoa che ha segnato nel derby?
“Beh, da genoano era bello (sorride, n.d.r.), ma io la vivevo con grande rispetto. Lo ripeto, non ho nulla di personale contro la Sampdoria, a cui devo tanto e che è stata uno step fondamentale nella mia carriera”.

Ok, tu magari l’hai vissuta in modo sobrio, ma raccontaci qualche episodio di quel post-derby nei Caruggi…
“Ricordo che il giorno dopo mi son ritrovato la porta di casa ricoperta di bigliettini di tifosi del Genoa. La Genova rossoblù era davvero impazzita per quel gol e io camminavo a dieci metri da terra in quei giorni”.

Ricordi il messaggio più simpatico?
“Mah, no, sono passati tanti anni, ma erano tutti super-entusiasti. Mi ringraziavano, mi facevano i complimenti, cose così…”.

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Marco Carparelli oggi.

Sono queste le cose che ti mancano e ti mancheranno di più quando smetterai?
“Sì, certamente, queste mi mancano già oggi, ma per fortuna c’è ancora il campo a darmi delle emozioni. Alla fine, credo che quello che manchi ad ogni giocatore quando smette, sia lo spogliatoio, il rapporto con i compagni, la quotidianità vissuta tutti insieme: le gioie, le sconfitte, gli scherzi. E’ soprattutto questo che, ancora oggi, mi trascina al campo a 50 anni…”.

Ripensando alla tua carriera, c’è una scelta che non rifaresti?
“Non lascerei mai più il Genoa. L’ho fatto perché la società aveva bisogno di monetizzare perché era in difficoltà economiche, dunque – per come sono andate poi le cose – ho la certezza che almeno il mio sacrificio sia servito. Ma se fosse dipeso da me, non me ne sarei mai andato”.

Mai avuto – invece – paura di non riuscire a coronare il tuo sogno?
“Quello mai, perché mi conosco. Nella vita sono come il Marco Carparelli calciatore: generoso, testardo, determinato, sanguigno, non mollo mai. Per cui, sapevo che – magari – ci sarebbe voluto del tempo, che avrei passato dei momenti difficili, ma non ho mai avuto dubbi che prima o poi sarebbe successo”.

Ma Marco Carparelli ha già pensato cosa farà da grande?
“Sono già grande da un po’ , purtroppo (sorride, n.d.r.) e ovviamente il calcio oggi è solo uno svago. Ho la mia vita, di cui sono enormemente soddisfatto. Il calcio è stata una bellissima parentesi, ma non vivo di ricordi e nostalgia”.

Ci sarà però da occupare il tempo quando non ci saranno più allenamenti e partite: hai già pensato come?
“Lo occupo anche oggi: ho amici che hanno alcune attività, io mi metto a disposizione di chiunque avesse bisogno. Faccio “cose”, diciamo così, do una mano e aiuto tutti. D’estate sono allo stabilimento balneare gestito da mio fratello, e nel quale lavora ancora mio papà, mi do da fare come posso”.

Dunque, se passiamo di lì vediamo Marco Carparelli in versione bagnino che piazza lettini ed ombrelloni?
“Può essere, perché no? Io sono un ragazzo normalissimo, non mi sento certamente un “fenomeno” per aver giocato a calcio in Serie A. Faccio quello che serve…”.

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