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Manfredini: “Ero amico di Eriberto, sono stato il primo a sapere del passaporto. Ci pensai un attimo”

Christian Manfredini racconta a Fanpage.it la sua carriera e svela il retroscena del passaporto di Luciano: “Dovevamo andare insieme alla Lazio, rimasi senza parole. Non l’ho mai giudicato: eravamo amici, quella vicenda non ha cambiato nulla tra noi”.
A cura di Vito Lamorte
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Quando Christian Manfredini parla della sua carriera, lo fa con la calma di chi ha attraversato molte vite: il bambino arrivato dalla Costa d’Avorio e cresciuto a Battipaglia, il ragazzo che si ritrova nella Juventus dei primissimi passi di Del Piero, il professionista che conosce la realtà concreta della Serie C prima di volare con il Chievo Verona dei sogni e confrontarsi con la Lazio dei campioni.

Oggi è una voce della Lega Pro e un formatore di giovani calciatori, ancora innamorato del calcio. Manfredini a Fanpage.it guarda indietro senza rimpianti, con la lucidità di chi ha trasformato ogni difficoltà in una diramazione importante del proprio percorso.

Cosa fa oggi Christian Manfredini?
"Mi divido tra le telecronache per la Rai e la Lega Pro e il lavoro nei settori giovanili. Dirigo una scuola calcio e seguo tanti ragazzi individualmente. È un impegno costante, ma mi dà una felicità enorme: mi piace trasmettere quello che ho imparato".

È arrivato al calcio quasi per caso: com’è iniziato tutto e com'è arrivato Manfredini alla Juventus?
"A Battipaglia i miei genitori mi iscrissero alla Spes più per farmi socializzare che altro. Non erano sportivi. Lì qualcuno segnalò a Sergio Secco che avevo potenziale. Da un provino sono arrivato alla Juventus: cinque anni intensi, dai Giovanissimi alla Primavera, fino al Viareggio".

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Che gruppo era quello della Juve che ha vissuto lei?
"Forte. Serissimo. Del Piero scendeva spesso con noi. Da quella squadra almeno quattro o cinque sono arrivati in Serie A. Ma all’epoca entrare in prima squadra era quasi impossibile: con Trapattoni serviva una consacrazione totale. Però anche solo allenarsi con i grandi, per me, era un traguardo".

Dopo la Juventus ha conosciuto la realtà della Serie C e ha girato tanto. Quanto l'ha formata?
"È stato il passaggio decisivo. In Primavera vivi un calcio ovattato; in Serie C trovi la durezza vera del mestiere. Mi sono dato obiettivi chiari: dalla C volevo la B, poi la A, e così via. È stata la mia scuola caratteriale".

Manfredini è stato uno degli artefici del favola Chievo Verona. Che ambiente era?
"Una favola costruita sul lavoro. Giocatori forti ma che dovevano ancora esplodere, un allenatore come Delneri con idee moderne e una società seria come poche. Per questo paragono quel Chievo alle realtà di oggi come Sassuolo o Atalanta, ma con la differenza che quello era un quartiere, non una città".

Manfredini in azione con la maglia del Chievo.
Manfredini in azione con la maglia del Chievo.

Che tipo era mister Delneri, visto da dentro lo spogliatoio?
"Ti lasciava respirare fuori dal campo, ma in allenamento non esistevano scorciatoie: doppie sedute fisse da settembre a dicembre, qualità e intensità. Se un giocatore sente fiducia, rende di più: ed è quello che succedeva a noi".

Il grande salto per Manfredini arrivò con la Lazio e l'ha definito un impatto ‘devastante'. Perché?
"Perché ho cambiato mondo. Al Chievo ero uno dei punti di riferimento; alla Lazio mi ritrovai in mezzo a campioni come Stankovic, Mihajlovic, Liverani. È dura passare da protagonista a pedina, ma è il salto che devi fare per crescere. Dopo il primo prestito, quando tornai, sentii davvero di appartenere a quel gruppo".

È vero che doveva arrivare alla Lazio insieme a Luciano ma poi venne bloccato tutto per il ‘caso Eriberto'?
"Sì, e fui io il primo a sapere della questione del passaporto. Rimasi stupito, certo, ma per me finì lì. Eravamo amici: non l’ho mai giudicato e quella vicenda non ha cambiato nulla tra noi. Sono cose che scopri, ci pensi un attimo e poi lasci andare".

Manfredini esulta dopo un gol con la maglia della Lazio.
Manfredini esulta dopo un gol con la maglia della Lazio.

Tra i suoi compagni c’era anche Paolo Di Canio: che rapporto aveva con lui?
"Lo conoscevo dai tempi della Juve. Paolo è diretto, senza filtri: o bianco o nero. Ma è un compagno leale, ti protegge. Tecnicamente era un fenomeno. Se avesse avuto un filo di gestione in più, avrebbe fatto ancora di più anche in Nazionale".

Se le dico Osasuna-Real Madrid, cosa le viene in mente? 
"È stato il mio esordio in Liga spagnola e fu una partita magnifica, mi sono trovato davanti i giocatori immensi e li ho pure battuti facendo anche gol. È un bel ricordo, di una bella esperienza".

A lungo si è parlato di una sua possibile convocazione in Nazionale. Come ha vissuto l’attesa e poi la scelta di rappresentare la Costa d’Avorio?
"In quel periodo c’erano giocatori fortissimi nel mio ruolo. Essere anche solo citato mi faceva orgoglioso. Poi l’idea della Costa d’Avorio venne dal mio procuratore: accettai e mi ritrovai in mezzo a campioni mondiali. Non parlavo neppure francese, ma fu un’esperienza splendida".

Manfredini ha parlato di un episodio di razzismo con un tassista a Roma: qual è la sua opinione in merito alle discriminazioni nel calcio e nella società italiana…
"La vedo con una lente diversa da allora. Da ragazzo reagivo d’istinto; oggi resterei più lucido. L’Italia è cambiata: nelle scuole i bambini crescono insieme, senza differenze. Noi non avevamo questa normalità. Credo fosse un fatto culturale, non cattiveria".

Ha detto di essere contrario alla sospensione delle partite in caso di espressioni discriminatorie: ci spiega il motivo?
"Sì, perché spesso chi ti insulta allo stadio poi ti ferma per una foto. Io ho sempre preferito pensare in positivo: se fischiano, è perché un po’ ti temono. Ma capisco perfettamente chi reagisce in modo diverso, come Balotelli o Boateng".

Se Manfredini butta un occhio alle sue spalle indietro potrebbe fare qualche scelta diversa nella sua carriera?
"No. Nessuna. Anche le decisioni minori. Non andare a Crotone, in prestito dalla Juve, per restare vicino alla mia fidanzata — che oggi è mia moglie — mi ha portato al Chievo, e da lì mi sono costruito tutto. La mia vita è andata come doveva andare".

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