Una volta che, per percorsi accidentati e storti, i due pilastri su cui si doveva rifondare la Nazionale (Leonardo e Maldini) sono andati via e intorno a Malagò, appena arrivato sullo scranno presidenziale, si sono addensate nere nubi per la scelta amichettista di Roberto Mancini, le prospettive sembravano davvero plumbee, anche se navighiamo nella mezzanotte più nera da tre Mondiali. La cosa peggiore che poteva succedere era che Mancini non avesse più lo spirito e anche il coraggio di fare il Mancini, un calciatore prima ma anche un allenatore poi che non ha mai scelto le strade desiderate dagli altri, nemmeno quelle che la critica e la maggior parte delle persone gli indicavano a tutto braccio.
Roberto Mancini deve avere una stima di sé così gigantesca da voler scegliere sempre la sua idea, mai annacquandola, mai disperdendola, mai distorcendola per far piacere a qualcuno.
Aveva il capo ricolmo di cenere, la sua faccia (ma anche le sue parole) durante la conferenza stampa di presentazione chiedeva perdono e molti pensavano che avrebbe seguito le varie onde populiste mareggianti intorno alla Nazionale di calcio: stare a sentire un po' i giornalisti, un po' le società, un po' quelli che gridano in televisione e un po' anche quelli che lo fanno sui social. Non so se ve ne siete accorti, ma buona parte della politica degli ultimi quindici anni è stata questa, per cui vederlo ripetere da un ct della Nazionale non avrebbe fatto nemmeno tanto strano.
Invece Mancini ha fatto il Mancini e prima di tutto ha messo giù un paio di "mosse Pafundi" niente male. Le convocazioni di Inacio, Kouadio, Romano, Doumbia, Vergara e Zoma rientrano perfettamente nelle scelte del calciatore "pronto quando è pronto" che Mancini persegue da sempre. Non c'è un'età o un pedigrée o una squadra di appartenenza che fa il nazionale di calcio italiano: conta lo stato di forma, la forza, il talento e addirittura la potenzialità, perché Mancini ha dimostrato (vincendo due gare e pareggiando a Parigi) di guardare ai prossimi cinque anni non alle sfide di Nations League appena concluse.
Oltre a questo, le convocazioni di alcuni tipi di calciatori (come fatto appunto con Pafundi nel suo primo tour da ct), servono anche a metterli sulla mappa, a dare un fastidio tremendo alle società di club che serenamente voglio far giocare i loro stranieri, pompandoli artificiosamente in un campionato OGM come la serie A, per poi rivenderli a prezzo raddoppiato. Crea fastidio vedere un proprio ragazzo convocato inavvertitamente in Nazionale perché da quel momento in poi l'opinione pubblica inizia a chiederti: "Ma perché tizio non gioca? È stato addirittura convocato in Nazionale".
La cosa che ha impressionato più di tutte inoltre, è stata la capacità di cambiare pelle da una partita all’altra, in così poco tempo. Bisogna ringraziare questa maxi parentesi per le Nazionali, quanto mai da benedire per squadre in costruzione come la nostra. Con il Belgio abbiamo subito anche psicologicamente il loro pressing e la loro tecnica individuale, nelle altre tre partite siamo stati coraggiosi sia nel difendere che nell’attaccare. Sembravano persone completamente diverse.
Cosa è cambiato? Di sicuro l'affiatamento, perché più si sta insieme meglio si sta (se il gruppo è sano) e poi l'aver fatto giocare calciatori diversi dalle ultime convocazioni. Vergara fino a 23 anni non aveva mai giocato in serie A, Doumbia lo scorso anno era in serie B, Romano se fosse ancora a Roma forse giocherebbe in Primavera, Alì Zoma la maggior parte degli addetti ai lavori del nostro calcio (fidatevi) non sapevano nemmeno chi fosse, Kayode si è ritrovato al Brentford.
Questa era la situazione senza un'inversione di tendenza che Mancini ha forse suggerito, non si sa, ma che in serie A si sta cominciando a notare. I nazionabili stanno giocando, sono importanti per le diverse squadre, ovviamente crescono. L'Under 21 ha dimostrato che dietro questi giocatori, molti dei quali anch'essi ancora convocabili da Baldini, ce ne sono altri pronti a fare il salto in alto. Arriveremo forse addirittura fra qualche mese a lamentarci perché questo o quel calciatore non è stato convocato. Non ci succedeva da venti anni. Adesso serve serenità, equilibrio anche in caso di partite non perfette nelle prossime uscite e poi il comandamento numero uno: fateli giocare. Se questo accade, poi Roberto Mancini sa tirare su un orto profumato anche da pochi semi.