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Luca Marrone: “Alla Juve controllavano le pagelle. Conte fece volare i tavolini nello spogliatoio”

Intervista a Luca Marrone, oggi al Lecco dopo gli anni alla Juventus che l’hanno forgiato e reso calciatore: gli aneddoti sullo spogliatoio bianconero, i retroscena degli anni con Conte, fino a ricordi sul Monza di Galliani e Berlusconi.
A cura di Sergio Stanco
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A volte bisogna fare un passo indietro per vedere il Mondo da un’altra prospettiva. E, spesso, così facendo, ritrovi stimoli, entusiasmo e passione. E’ quello che è capitato a Luca Marrone, una carriera iniziata alla Juve, spesa attraversando tutta Italia e che – almeno così si augura Luca – terminerà – professionalmente – sulle rive del lago di Lecco.

Oggi Marrone ha 36 anni e gioca in Serie C – al Lecco appunto – dove ha trovato la sua dimensione: “Qui sto benissimo, spero di poter fare ancora qualche anno in questa società perché il progetto è serio e di prospettiva. Dopo tanto girovagare per l’Italia, ho messo radici a Monza (dove ha giocato dal 2021 al 2023, n.d.r.) e ogni giorno vado all’allenamento felice. Sembra incredibile, ma quando diventi professionista è un po’ come se fossi risucchiato in un vortice, diventa quasi routine. Non dico che perdi la passione, perché se fin da bambino sogni di diventare calciatore, quello ti resta dentro, ma perdi la visione delle piccole cose che ti hanno fatto innamorare di questo sport. Ci sono stati momenti in cui giocavo in Serie A e soffrivo. Qui, anche se all’inizio della stagione giocavo poco, non ho mai perso il sorriso, sono sempre andato volentieri al campo, anche solo per essere di supporto ai compagni più giovani. Ho ricominciato a sentire le farfalle nello stomaco prima di entrare in campo per la partita. Quando lo dico ai ragazzi, non ci credono: “Ma come? Tu hai giocato nella Juve…”. Non significa nulla, anzi, vuol dire che – nonostante tutto – mi sento ancora un calciatore”.

Dunque partiamo da qui: mai pensato “ma chi me lo fa fare” a 36 anni ad andare agli allenamenti, fare le trasferte, i ritiri dopo tanti anni spesi sui campi di A e B?
“Sai che forse mi pesava più prima? Adesso è praticamente un piacere. Per alcuni tratti della mia carriera è stato quasi un dovere. Lo dovevi a te stesso, alla tua famiglia, agli amici, ai tifosi. Oggi non devo più niente a nessuno, se non al calcio che mi ha dato tanto e ai miei compagni che se lo meritano”.

Quindi, oggi, cosa hai trovato a Lecco e quali sono le prospettive?
“Ho trovato un progetto serio e, anche se la carta d’identità non mente e l’età avanza, il mio obiettivo è di fare ancora qualche anno qui prima di smettere definitivamente. Spero anche di contribuire a regalare una gioia a questa società e questo ambiente, vincere qualcosa con questa maglia sarebbe bellissimo”.

Marrone in azione con il Lecco in Serie B.
Marrone in azione con il Lecco in Serie B.

E, poi, hai già progetti per il futuro?
“Sto valutando, anche se – come dicevo in precedenza – in questo momento mi sento ancora calciatore. Non ho mai avuto un piano B, l’unico piano B al momento sarebbe fare il papà a tempo pieno, perché per tanti anni ho girato un po’ come una trottola e non sempre sono stato presente come avrei voluto. Un domani vorrei restare nel mondo del calcio perché è quello in cui sono cresciuto e l’unico che conosco. Prima, però, voglio prendere il diploma: a scuola andavo bene, anche perché la Juve controllava le pagelle e se andavi male non ti faceva giocare, ma poi per gli impegni calcistici non sono riuscito a fare l’esame di maturità. Voglio colmare questa lacuna”.

Nel calcio, invece, ci dobbiamo aspettare un Marrone allenatore?
“Non escludo nulla, ma forse mi vedo più in altri ruoli, come ad esempio quello del procuratore. Valuterò, proverò e poi deciderò. Con calma, però, non c’è fretta… (sorride, n.d.r.)”.

A proposito di allenatori: tu hai tenuto a battesimo, diciamo così – un certo Antonio Conte, che nell’anno di Siena (2010/2011) ti ha voluto con lui: che impressione ti aveva fatto? Si vedevano le stigmate del predestinato?
“Non era alle prime armi, perché aveva già avuto qualche esperienza importante, ma – sì – si vedeva subito che aveva una marcia in più. E anche se tutti sottolineano la questione fisica, che ci sta perché con la sua preparazione si volava, a me aveva sorpreso per la sua competenza tattica, che – forse – gli veniva riconosciuta meno. Era già preparatissimo da quel punto di vista. E, poi, aveva la capacità di spingere tutti oltre il limite: con Antonio un buon giocatore diventa ottimo, un ottimo giocatore diventa un campione”.

Spingere oltre il limite anche con metodi piuttosto diretti, si racconta: tu hai qualche aneddoto?
“Tutti conosciamo la voglia di vincere di Conte, ma è anche un perfezionista. Ricordo un intervallo di una partita della Juve, in cui sono letteralmente volati tavolini nello spogiatoio. La cosa buffa, diciamo così, è che stavamo vincendo (ride, n.d.r.). Noi ci guardavamo straniti, ma questo fa parte del suo personaggio e della sua dedizione al lavoro”.

A parte Conte, qual è l’allenatore che ti ha dato di più?
“Devo dire che con Stroppa ho avuto un ottimo rapporto, iniziato a Crotone, passato per Monza e finito a Cremona. Ha di fatto segnato la mia carriera in tre tappe fondamentali e con lui mi sono sempre trovato in sintonia”.

L’esultanza di Marrone dopo il primo gol con la Juve.
L’esultanza di Marrone dopo il primo gol con la Juve.

Sei stato allenato anche da Palladino a Monza, ti aspettavi che facesse una “scalata” così rapida?
“No, forse così veloce no, ma quando è arrivato al Monza ho notato subito la sua capacità di entrare nella testa dei giocatori. Probabilmente, avendo smesso da poco, sa perfettamente come ragionano i calciatori e riesce ad entrare in empatia con il gruppo. Mi sembra che all’Atalanta sia successa la stessa cosa. Sono sicuro che avrà una carriera importante”.

Prima hai citato la Juve: cosa ha significato per te esordire in maglia bianconera?
“Beh, debuttare in A è il sogno di tutti i ragazzini che cominciano a giocare a calcio, ma io sono nato a Torino, sono tifoso della Juve e ho fatto tutta la trafila del settore giovanile. Per me è stata un’emozione indescrivibile. Per me, ma anche per i miei genitori che avevano fatto tanti sacrifici: io nasco in una famiglia di operai, i miei genitori facevano il turno in fabbrica e poi mi accompagnavano agli allenamenti. Riuscire ad arrivare in Serie A è stata una soddisfazione personale, ma anche una gioia per tutta la famiglia”.

E’ in quel momento che hai capito di avercela fatta?
“Mah, sai, come dicevo prima io ho fatto tutto il settore giovanile nella Juve, la società contava molto su di me e già quando ho cominciato ad essere convocato con i “grandi”, ho respirato un’aria diversa. Poi, certamente l’esordio è quel qualcosa in più che ti fa emozionare, ma di per sé non cambia la storia”.

A proposito di quello spogliatoio, che effetto ti ha fatto entrarci e come sei stato accolto?
“Non posso dire che mi sia stato indifferente, l’emozione c’era ed è normale che ci fosse. Quando ti ritrovi davanti gente come Buffon, Bonucci, Chiellini, Pirlo e tutti gli altri, non può essere altrimenti. Comunque erano tutti disponibilissimi e molto umili. Ricordo che un pomeriggio avevamo organizzato un’uscita io, Pirlo e Matri: puoi capire, io ero giovanissimo e uscire con loro mi faceva camminare a tre metri da terra. Comunque, anche nel proseguo della carriera, ogni volta che incontravo una squadra in cui giocava Buffon, Gigi veniva lì a salutarmi e scambiare due chiacchiere. Mi ha fatto sempre estremamente piacere, ma non è stata una sorpresa, perché lui umanamente è davvero speciale”.

Di chi avevi il poster in cameretta?
“Di nessuno della Juve. Sembrerà strano, ma il mio idolo da ragazzino era De Rossi. Mi ispiravo a lui perché era il centrocampista completo che ambivo ad essere. Poi, però, quando ho cominciato ad allenarmi e giocare con Pirlo, ho visto un marziano. Le cose che faceva Andrea, non le ho più viste in tutta la mia carriera. Di un altro pianeta”.

Marrone in allenamento negli anni alla Juve.
Marrone in allenamento negli anni alla Juve.

Facci qualche esempio?
“Beh, giocava con entrambi i piedi indistintamente, con la stessa qualità straordinaria. Una volta gli faceva male il ginocchio destro e ha giocato tutta la partita solo con il piede sinistro. Nessuno si è accorto della differenza. Fantascienza”.

A parte Pirlo, chi ti aveva particolarmente impressionato?
“Beh, vedere la BBBC all’opera era qualcosa di straordinario. Buffon, Barzagli, Bonucci e Chiellini hanno fatto la storia del calcio mondiale, non solo della Juve. E comunque in quella squadra c’era gente come Pirlo, Vidal, Marchisio e tutti gli altri. Un livello altissimo”.

Tornando al tuo esordio: pronti-via, ammonito!
“Sì, è vero, ero il più giovane e mi hanno battezzato subito (ride, n.d.r.). Era Juve-Chievo (prima di campionato della stagione 2009/2010 n.d.r.) e ho fatto fallo su Yepes, ancora me lo ricordo…”.

E qualcuno ti ha detto qualcosa a fine partita?
“Sono stati tutti gentili, mi hanno fatto i complimenti. Tutti tranne Mister Ferrara, che è venuto da me e mi fa: “Luca, ma tu quante partite hai già fatto in Serie A?”. E io: “E’ la prima mister, grazie per avermi fatto esordire”. Lui non lo sapeva, era convinto che avessi già debuttato (ride, n.d.r.)”.

E c’è qualcosa che ti sei regalato per l’occasione?
“No, sinceramente non mi sono mai concesso granché, con i soldi guadagnati ho cercato di ripagare i sacrifici dei miei genitori, facendoli smettere di lavorare. Mi sembrava giusto così”.

Tornando alla Juve di Ferrara, quella è stata una delle ultime squadre a non centrare la Champions League. I tifosi bianconeri sono autorizzati agli scongiuri, ma in questo momento quella di Spalletti sarebbe fuori: come la vedi?
“Eh, la vedo in difficoltà, come tutti. Ovviamente spero che possa finire bene la stagione. Li seguo ogni domenica, anche perché qualche amico ce l’ho ancora. Mi dispiace, spero che possano risollevarsi. E’ fondamentale arrivare in Champions, poi sono sicuro che la dirigenza lavorerà per sistemare le cose in vista del prossimo anno”.

Per Marrone quattro stagioni alla Juventus.
Per Marrone quattro stagioni alla Juventus.

Dopo quella prima esperienza in bianconero, tu sei andato a Siena e, l’anno dopo, tu e Conte siete tornati alla Juve ed avete vinto lo Scudetto: proviamo a spiegare alla dirigenza Juve come si fa?
“Non sono nessuno per dare consigli, ma per quanto riguarda quell’impresa, tanto del merito va dato al Mister. Il fatto che conoscesse l’ambiente, che incarnasse il D.N.A. Juve, che riuscisse a trasmettere la filosofia della società, secondo me ha influito tantissimo. Ecco, forse oggi manca un po’ quello spirito, mancano gli esempi, uno zoccolo duro che trasmetta i valori bianconeri: tanti cambiamenti nella dirigenza e in squadra, con pochi italiani in rosa e in società, forse non aiuta… Ora, però, c’è Chiello, che è tanta roba. Ho grande fiducia in lui”.

Tornando a quell’anno: ricordi dei festeggiamenti dello Scudetto?
“Pochi e annebbiati dall’alcol (ride, n.d.r.)”.

C’è una fotografia di quell’annata che ti è rimasta nella memoria?
“Il mio gol all’ultima giornata, in casa contro l’Atalanta. E’ stato la mia prima rete in maglia Juve e difficilmente posso dimenticare quella emozione”.

Quel momento te l’ha rovinato Del Piero, perché nessuno stava guardando il campo…
“Me lo ricordo io e questo basta (ride, n.d.r.). Era l’ultima partita di Alex e io l’ho impreziosita con un mio gol. A parte gli scherzi, sono felice e onorato di averlo fatto in una gara così significativa per Alex e per tutti i tifosi bianconeri. Ancora oggi, a rivedere quelle immagini, mi viene il magone…”.

Altri ricordi indelebili di quella esperienza?
“La musichetta della Champions me la sogno ancora la notte. L’anno dopo ho esordito contro il Celtic e in quel momento è come se avessi coronato il sogno di bambino”.

Abbiamo parlato del momento più bello, ma quello più brutto?
“C’è stato un anno nel quale per problemi fisici non ho fatto neanche una presenza (stagione 2014/2015 n.d.r.). E’ stato pesante, perché la mia famiglia, i miei amici, i tifosi, continuavano a chiedermi: “Ma perché non giochi? E quando rientri?”. E questo mi metteva ulteriore pressione. Non è stato facile gestire quel periodo…”.

Marrone con la maglia del Monza.
Marrone con la maglia del Monza.

E come hai fatto, come ne sei uscito?
“Mi sono fatto aiutare. Con il mio fisioterapista abbiamo iniziato un percorso, non solo fisico, ma anche introspettivo. Mi ha aiutato moltissimo, tanto che l’anno dopo ho fatto una preparazione super e andavo a mille. La testa nel calcio è fondamentale e spesso l’aspetto psicologico è sottovalutato, mentre vale tanto quanto quello fisico o le qualità tecniche. Anzi, a volte anche di più. Spesso, nel nostro ambiente, si pensa che – se chiedi aiuto –  sei un debole. Invece, credo che sia esattamente il contrario: non c’è niente di male nel riconoscere i propri limiti”.

Negli anni successivi, è iniziata una girandola di prestiti, fino alla cessione definitiva al Crotone: una delusione? Ti aspettavi un finale diverso per il tuo “matrimonio” bianconero?
“Sinceramente è stato quasi un sollievo. Sarò sempre grato alla Juve, ma forse avrei dovuto staccare il cordone ombelicale prima, per trovare quella continuità che quei prestiti annuali non possono garantire”.

Di tutte le esperienze successive, quale ricordi con maggior piacere?
“Sicuramente quella di Monza, perché arrivavo da un brutto periodo e avevo bisogno di sentirmi di nuovo protagonista. Ricordo che al momento della firma, il Dottor Galliani mi disse: “Tu ci porterai in Serie A”. Ed è stato proprio così, visto che ho segnato nella finale play-off un gol decisivo. Anche qui nessuno se lo ricorda perché il “Vichingo” Gytkjaer ha fatto una doppietta, ma ho segnato anche io in quella partita (ride, n.d.r.). Non è vero, comunque, perché ancora oggi quando passeggio per Monza i genitori e i nonni tifosi mi fermano e dicono ai figli o ai nipoti: “Lui è Marrone, ci ha portati in Serie A!”. E’ sempre una grande soddisfazione per me. Galliani mi ha detto che quella promozione gli ha dato più gioia della Champions League vinta con il Milan”.

E che ricordi hai del Presidente Berlusconi? Qualche aneddoto?
“A parte le barzellette sporche che raccontava davanti a tutti noi imbarazzati (sorride, n.d.r.), ricordo che ogni tanto invitava tutta la squadra nella sua villa per pranzi o cene. Una volta ha preso la golf-car e si è messo a girare nel giardino come un pazzo, con le sue guardie del corpo che lo inseguivano per evitare che facesse qualche manovra pericolosa. Un personaggio. Ogni volta che ripenso a quella scena, mi viene ancora da ridere…”.

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