Il campionato del Napoli è già finito al 1° novembre. E forse è finito molto di più

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Massimiliano Allegri e Aurelio De Laurentiis nel giorno della presentazione.
L’atteggiamento degli azzurri a Torino è la fotografia della stagione: una squadra spenta, in capo soprattutto a un secondo tempo inguardabile. Inaccettabile. Una squadra a corto di uomini, idee e programmazione.

A Torino il Napoli non ha perso una partita. Si è arreso prima di giocarla. Dieci minuti e si è capito tutto. Una squadra entrata in campo senza sapere cosa deve fare per portare a casa qualcosa. E non ha nemmeno troppa voglia di farlo. Senza mordente, senza personalità, né la minima percezione di quanto fosse importante quella partita. Zero.

Dieci giornate, nove punti dal quarto posto e metà (14) di quelli della Lazio capolista (28). Il campionato per gli obiettivi dichiarati è già finito. È finito il 1 novembre. Il giorno di Ognissanti, alla vigilia della commemorazione dei defunti, il Napoli ha celebrato il funerale delle sue ambizioni. Più che una coincidenza sembra una fotografia.

E quali erano queste ambizioni? Dette dalla società stessa a inizio stagione: entrare nelle prime quattro, passare il girone di Champions e andare il più avanti possibile in Coppa Italia. Tre obiettivi. Dopo un paio di mesi il primo è già pesantemente compromesso, il secondo è appeso a un filo e il terzo deve ancora iniziare ma con questa squadra fa già paura. Basta così.

Cosa ha dato Allegri? Gli mancano dieci giocatori, è un dato. Il mercato non lo ha aiutato, altro dato. E lui ha accettato tutto. Su questo non si discute. Poi bisogna guardare il campo. E in campo cosa ha portato Allegri? Dov'è la solidità che è sempre stato il suo marchio? Dov'è l'organizzazione nei momenti difficili? Se andiamo a rivedere i gol presi dalla Juve, vien da farsi una serie di domande: cosa ha trasmesso? è riuscito a farsi capire? è entrato nella testa dei giocatori? il gruppo lo segue? davvero pensa sia questo il modo di giocare? A giudicare dalla prestazione di domenica sera, al netto di tutte le attenuanti ipotizzabili, la risposta è una sola: no. Gli infortuni spiegano perché puoi perdere. Non spiegano perché non lotti e non hai un'identità.

Il peccato originale è di De Laurentiis. Tutto nasce da una frase. Quella detta il giorno dell'addio di Conte: senza infortuni questo Napoli lottava per lo scudetto. Conte lo ascoltava con la faccia di chi non è d'accordo su niente. E aveva ragione lui. Quella frase è diventata il mercato estivo: vendere, contenere, non comprare. L'idea che la rosa fosse già forte così, compresi i giocatori che l'ex allenatore aveva messo da parte da mesi. Il ragionamento è stato: recuperiamo gli infortunati e siamo a posto. Senza chiedersi se quella rosa, anche al completo, fosse davvero in grado di centrare almeno quei tre obiettivi minimi. La realtà è una secchiata di acqua gelata addosso.

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Il tecnico in tribuna a Torino per squalifica. Alla sua sinistra c'è il direttore sportivo, Manna.

Il Napoli è una mezza squadra, ‘vecchia', corta di idee e di uomini. Continuamente alle prese con gli infortuni. E non si è mai capito veramente perché. Eppure non fa più allenamenti da marines, non c'è un sergente di ferro che ti urla nelle orecchie e ti chiede di recitargli a menadito il credo del fuciliere: parafrasando, "questo è il mio pallone. Ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio". E i valori a disposizione non sono propri di un gruppo allestito per competere ai livelli che il club ha sbandierato.

I meriti non possono essere un alibi per sempre. De Laurentiis ha preso una società fallita e l'ha portata a vincere due scudetti, vivendo anche l'esaltazione del ritorno in Champions, tenendo la squadra stabilmente competitiva in Serie A, assicurando una presenza costante nelle Coppe. Ha costruito un modello che per anni ha funzionato meglio di quelli con molti più soldi. Ed è un fatto inoppugnabile. Ma aver fatto bene e aver vinto in passato non significa avere ragione anche oggi.

A Torino si è vista una squadra spenta, in capo soprattutto a un secondo tempo inguardabile. Inaccettabile. Questa è la cosa più preoccupante, perché una formazione può essere incompleta, può attraversare una stagione difficile, può anche perdere una partita che vale tanto. Invece, ha dato la sensazione di non volerne giocare una cruciale. E senza anima non si va da nessuna parte. Ecco perché ieri sera è finito molto di più del campionato: la credibilità di un progetto tecnico e soprattutto la centralità di un modello societario che non sembra più in grado di rinnovarsi.

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