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Julio Baptista: “A Roma ero il più pagato dopo Totti. Fecero una campagna cattiva per mandarmi via”

Julio Baptista si racconta senza filtri a Fanpage.it. Dall’infanzia in Brasile ai gol decisivi con Real Madrid, Arsenal e Roma, passando per l’amicizia con Kaká, il soprannome “La Bestia” e le verità mai dette sulla sua avventura in giallorosso.
A cura di Redazione Sport
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a cura di Ilaria Mondillo

Quando si parla di Julio Baptista non si può non pensare al suo soprannome, “La Bestia”, per il suo modo potente e esplosivo di interpretare il calcio. Strapotere fisico, versatilità tattica e tecnica sopraffina lo hanno reso uno dei protagonisti dei primi anni 2000, portandolo a vestire maglie prestigiose come Real Madrid, Arsenal e Roma e, naturalmente, quella della nazionale brasiliana. Oggi, con grande disponibilità, Baptista ripercorre a Fanpage.it la sua carriera, le sfide affrontate e le emozioni vissute ai massimi livelli tra ricordi e aneddoti, raccontando anche il suo punto di vista sulla celebre telecronaca di Carlo Zampa durante un Parma-Roma che lo vide protagonista.

Julio, sei cresciuto in un quartiere difficile di São Paulo: qual è la prima immagine che ti viene in mente quando pensi al calcio della tua infanzia?
Per me non era un quartiere difficile, anzi: era un posto in cui tutti, ragazzi e ragazze, potevano uscire a giocare in strada. Certo, bisognava fare attenzione alle cattive compagnie, come sempre nella vita. Ricordo soprattutto che nei fine settimana mia madre doveva venirmi a cercare per farmi mangiare, perché non tornavamo mai all’ora giusta: giocavamo a calcio tutto il giorno.

Tua madre Wilma è stata una figura fondamentale: ricordi cosa facesti con il tuo primo stipendio da calciatore?
Ho sempre detto che senza mia madre, mio nonno e mio zio sarebbe stato molto difficile arrivare dove sono oggi. Lei è sempre stata il mio pilastro, la persona che mi ha spinto a credere nel mio sogno. Sarò sempre grato per l’educazione che mi ha dato, anche quando è stata dura. Con il mio primo stipendio le comprai un appartamento: era la cosa giusta da fare.

Hai giocato con un giovanissimo Kaká: com’era? C’è un aneddoto che non hai mai raccontato?
Sì, ci conosciamo da quando avevamo 12 anni e giocavamo nelle giovanili del São Paulo: momenti bellissimi che ricorderò sempre con affetto. Posso considerarlo il mio migliore amico nel calcio, visto che ci conosciamo da così tanto tempo. Ti racconto una cosa: eravamo appena saliti in prima squadra e faceva molto freddo. Durante un allenamento, mentre ero distratto prima di vestirmi, Kaká mi spalmò sulle mutande una crema riscaldante pensata per le gambe. Finì che corsi via dall’allenamento verso lo spogliatoio, mentre tutti ridevano. Feci una doccia rapidissima e tornai in campo.

Julio Baptista con Kakà al San Paolo.
Julio Baptista con Kakà al San Paolo.

Dal São Paulo al Siviglia la tua vita cambia: quando hai capito che in Europa saresti diventato un altro giocatore?
Ho sempre avuto la sensazione che il calcio europeo fosse più adatto al mio modo di giocare, grazie alla mia forza fisica unita alla tecnica. Il mio agente di allora, Juan Figger, e i suoi figli Marcel e André hanno sempre creduto che avrei avuto più successo fuori dal Brasile. Così è stato: al Siviglia, poco a poco, trovai quella stabilità di cui un giocatore ha bisogno per trionfare. Joaquín Caparrós fu fondamentale in quel processo, e l’affetto dei tifosi mi fece sentire subito a casa. Non è facile per un ragazzo di 21 anni lasciare il proprio Paese per la prima volta.

Com’è nato il soprannome “La Bestia”? Chi te lo disse per primo?
Nacque durante una partita durante il ritiro allo stadio Ramón Sánchez Pizjuán. Recuperammo palla in difesa e mi lanciarono in contropiede: il primo avversario che provò a fermarmi cadde dopo una semplice spallata; venti metri più avanti un altro tentò di buttarmi giù, ma fu ancora lui a finire a terra. A quel punto i tifosi iniziarono a cantare “La Bestia”, e quel soprannome non mi ha più lasciato.

Hai mai avuto paura di non farcela?
Mai. Dentro di me avevo la convinzione, quasi folle, che sarei riuscito a realizzare il mio sogno a qualsiasi costo.

In quel Siviglia c’erano Dani Alves, Sergio Ramos… chi ti impressionò di più?
Erano tutti giovani, talentuosi e incredibili e le loro carriere lo hanno dimostrato. Sergio Ramos aveva una forza e una determinazione impressionanti per un difensore così giovane. Dani Alves possedeva una qualità straordinaria nei cross e negli assist: col tempo è diventato il miglior terzino destro al mondo.

La morte di Antonio Puerta al tempo colpì tutti: cosa ricordi dei giorni successivi?
La morte di Antonio Puerta fu una tragedia che ci lasciò un dolore da cui non ci riprenderemo mai. Per come è successo tutto… resterà sempre una ferita nel cuore di tutti i sevillisti.

Ricordi la prima telefonata del Real Madrid?
Certo! Ero in Cina per il ritiro con Juande Ramos. Mi chiamò il mio agente Jun Figger, che riposi in pace, e mi disse che il Real Madrid era molto interessato. Dopo circa quattro ore il club aveva già pagato la clausola (19milioni di euro, ndr). In quello spogliatoio i brasiliani mi accolsero a braccia aperte: c’erano Ronaldo e Roberto Carlos, i miei idoli. Vederli in TV e poi averli come compagni era incredibile. E ciò che imparai lì è che: più grande era il giocatore, più era semplice e umile. Erano impressionanti.

Le pressioni al Real sono enormi: qual è stata la critica che ti ha fatto più male?
Non mi hanno mai colpito personalmente, erano più critiche rivolte a tutto il gruppo. E quando il Bernabéu fischiava sapevamo cosa voleva dire: dovevamo correre di più. Ti racconto un aneddoto molto bello: ricordo una partita contro il Mallorca: vincevamo 4-0 nel primo tempo e mancavano 15 minuti alla fine, la squadra iniziò a palleggiare e sbagliammo anche qualche passaggio. In quel momento tutti iniziarono a fischiare. Fu in quel momento che mi resi conto che non era un club normale per ciò che si chiedeva ai calciatori, perché non mi era mai successo che vincendo 4-0 nel primo tempo potessero fischiare dagli spalti. Accadde perché questo è il Real Madrid.

Se ti dico “23 dicembre 2007, Barcellona-Real Madrid”…
Una data speciale per me: fu il giorno in cui segnai il gol della vittoria contro il Barcellona in una partita molto difficile, durissima. Erano anni che il Real Madrid non vinceva lì.

Nel calcio si parla spesso di “regali” dopo vittorie o traguardi.
Non ne abbiamo ricevuto tantissimi, ma se ricordo bene ci regalarono un orologio per aver vinto la Liga.

Arsenal, quattro gol ad Anfield: com’è stato quel periodo?
La mia esperienza lì la ricordo con affetto: conobbi campioni come Henry, Fàbregas, Van Persie, Ljungberg, Gilberto Silva, e lavorai con Arsène Wenger, un allenatore speciale da cui ho imparato molto. Non posso non ricordare la grande partita che abbiamo giocato ad Anfield contro il Liverpool, vincendo 6-3. Una gara molto emozionante in cui ho segnato quattro gol e ho anche sbagliato un rigore! Fu incredibile, fu la prima volta che uscii da uno stadio applaudito da una tifoseria rivale, senza dubbio quell’esperienza mi ha segnato moltissimo.

La cosa più dura che ti disse Wenger?
Wenger mi ha sempre dato solo buoni consigli. Ha una sensibilità speciale e capisce davvero cosa accade dentro un giocatore. Un grande manager e una persona ancora migliore.

Baptista con la maglia dell’Arsenal.
Baptista con la maglia dell’Arsenal.

Ricordi la prima chiamata della Roma? Chi o cosa ti convinse?
L’allenatore mi voleva, ma soprattutto c’erano tanti brasiliani, anche di nazionale, che mi chiamavano continuamente per convincermi. Alla fine andai e fui molto felice: lì rafforzai anche il rapporto con mia moglie.

Rovesciata col Torino o derby con assist di Totti: quale scegli?
Sono entrambi gol importanti, ma sceglierei quello contro la Lazio per il peso e l’importanza della partita.

Non hai avuto un buon rapporto con Ranieri: cosa gli diresti oggi?
Ranieri è stato comunque un allenatore da cui ho imparato: era molto esigente e aveva un altro tipo di leadership.

Hai detto: “A Roma mi sono sentito tradito”. Cosa avresti voluto fare o dire?
Il calcio cambia molto e a volte le cose non vanno come vorresti, ma questo non significa che il mio periodo lì non sia stato bello.

Parma-Roma, quel “vattene via” in telecronaca: quanto ti ferì? Hai voltato pagina?
Credo ci fosse una campagna perché me ne andassi: dopo Totti ero il secondo o terzo con lo stipendio più alto, e non giocando questo creava pressioni. L’ho gestita bene: queste cose ti fanno crescere.

Hai mai parlato con quel telecronista, avete chiarito?
Perché mai!? Nel mondo c’è sempre gente cattiva, in ogni settore della vita, e la cosa peggiore per loro è quando non gli dai importanza. Io ho sempre detto che la critica fa parte del gioco: puoi giocare male, puoi avere una giornata storta, e va bene così. Ma quando qualcuno critica solo per ferire, allora non merita il mio rispetto.

Dopo l’Italia hai viaggiato molto: qual è la città in cui ti sei sentito più felice come uomo, non come giocatore?
Sono stato molto felice a Málaga, dove sono nati i miei due figli, Isabella e Guillermo. Sulla Costa del Sol si vive davvero bene.

Cosa hai provato il giorno del tuo ritiro, nel 2019?
Ho pensato che avevo già dato tutto, che era arrivato il momento di fermarsi. Anche le ginocchia, ormai…

Oggi cosa fa Julio Baptista? Com’è la tua quotidianità?
Sono allenatore e passo molte ore nel mio ufficio cercando di migliorare ogni giorno. Finché non arriverà il momento giusto, continuo a lavorare con La Liga, dove sono ambasciatore, collaboro molto con la Fondazione del Real Madrid e ogni tanto gioco qualche partita delle Legends.

E se allenassi una prima squadra, che tipo di tecnico saresti?
Sono il risultato delle esperienze vissute con tutti i tecnici che ho avuto: ognuno di loro mi ha aiutato a crescere, sia come persona che come professionista.

Julio Baptista insieme a Totti ai tempi della Roma.
Julio Baptista insieme a Totti ai tempi della Roma.

Quanto hai sacrificato per diventare “La Bestia”? C’è qualcosa che non rifaresti? 
Per essere un professionista bisogna sacrificarsi molto, e infatti per essere un buon professionista bisogna prima di tutto essere… professionali. Ma non mi pento di nulla: ho sempre amato quello che facevo e non mi è mai pesato niente.

C’è un avversario che hai “odiato” sportivamente, uno che ti rendeva la vita impossibile?
Ayala, il difensore centrale del Valencia. Contro di lui è sempre stato molto difficile giocare.

Il difensore che più ti ha impressionato in Italia?
Gianluigi Buffon e Alessandro Nesta. Buffon, oltre a essere uno dei migliori portieri della storia, quando me lo sono trovato davanti mi ha davvero impressionato. E poi Nesta, al Milan: per me è stato il miglior difensore che abbia affrontato in Italia. Aveva un’esperienza enorme, una forza fisica incredibile e una lettura del gioco superiore a tutti.

La tua vita è stata piena di cambiamenti: qual è la verità su Julio Baptista che nessuno conosce? 
Per me è sempre stato un percorso di crescita personale. Quando sono arrivato in Spagna parlavo solo portoghese; oggi parlo quattro lingue. Le culture diverse che ho conosciuto, le persone che ho incontrato, le esperienze che ho vissuto: tutto questo ha formato il mio carattere e mi ha reso una persona migliore.

Se domani incontrassi il Julio di 18 anni, qual è il primo consiglio che gli daresti?
Dai ragazzo, vai a prenderti tutto, perché puoi farcela: questo e anche molto di più.

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