Jeremy Mathieu, commesso in negozio dopo il Triplete col Barcellona: “Non sono un senzatetto”
Quella foto postata su nell'aprile del 2025 da un paio di clienti di un negozio Intersport a Plan de Campagne, tra Marsiglia e Aix-en-Provence, era diventata inevitabilmente virale. Vedere Jeremy Mathieu – calciatore di alto livello, nazionale francese e vincitore del Triplete col Barcellona nel 2015 – con addosso la divisa del celebre marchio di negozi di articoli sportivi che lo qualificava come commesso, destò grande sorpresa e in molti si chiesero cosa ci facesse lì, ipotizzando difficoltà economiche conseguenti a un possibile sperpero di tutti gli ingenti guadagni fatti in carriera.
La verità è diversa – tra depressione, necessità di reinserirsi in un contesto sociale e un futuro da allenatore per il quale Mathieu sta lavorando e che ritiene lo sbocco sicuro della sua vita – e la racconta oggi diffusamente il difensore mancino, che proprio domani compirà 43 anni, in un'intervista a ‘So Foot'.
L'inizio della profonda crisi personale di Jeremy Mathieu: il grave infortunio che lo costrinse al ritiro
Tutto è iniziato con un evento traumatico, sia fisicamente che dal punto di vista psicologico, un infortunio molto grave ha deciso al posto di Mathieu che era arrivato il momento di ritirarsi: "Le cose si sono complicate dopo l'infortunio allo Sporting (dove era approdato nel 2017 dal Barcellona, ndr). Ho concluso la mia carriera nel 2020 a causa della rottura dei legamenti crociati. Tutto si è fermato bruscamente. Indossavo un tutore al ginocchio e non potevo fare molto. Poi sono entrato in una spirale negativa. Sono caduto in depressione, non c'è dubbio. Mi mancava il campo, lo spogliatoio, tutto quello che avevamo vissuto insieme. Non ho avuto il tempo di prepararmi per il mio futuro dopo il calcio giocato a causa di questo infortunio. Pensavo di giocare ancora per altri due anni, quindi mentalmente ho faticato ad accettare la situazione. Sapevo cosa significasse la rottura di un legamento crociato: l'avevo già sperimentata a Tolosa, con nove mesi di stop. A volte ero già meno motivato ad andare agli allenamenti, volevo solo giocare. Così ho deciso di smettere bruscamente".

Una decisione di cui peraltro Mathieu non si pente e che ha precipitato l'ex Sochaux, Tolosa e Valencia in un abisso profondissimo: "Non bisogna mai avere rimpianti. Avevo 36 anni e una carriera brillante. Certo, avrei voluto continuare, ma le cose stanno così. Ho pensato anche alla mia famiglia. Volevo passare del tempo con i miei cari, ma è stata una situazione complicata. Ho sofferto di una profonda depressione per quattro anni. Per fortuna, mia moglie mi ha aiutato a superarla. Non sapevo più cosa fare. Ero completamente perso. Per quattro anni non ho fatto nulla. Sono rimasto a casa 24 ore su 24. Uscivo ogni tanto, ma mai per molto tempo. Restavo sul divano, davanti alla TV, con il cellulare. Persino il calcio non mi interessava più. Guardavo un tempo e, se la partita finiva in pareggio, cambiavo canale. Giravo in tondo: mi alzavo dal divano, facevo un giro per casa e sospiravo".
Questo riferimento al divano ci ha fatto subito pensare al racconto molto simile fatto da Francesco Totti nella sua autobiografia, quando a sua volta ha raccontato il buio pesto dopo il suo ritiro, evidentemente qualcosa che attende al varco molti sportivi in un momento di grande fragilità. "Ci passavo sopra talmente tante ore, che aveva preso la mia forma", ha detto l'ex capitano a proposito sempre del divano.
Mathieu ha spiegato che la sua famiglia non si aspettava quella deriva: "Non ho chiesto aiuto psicologico, ho cercato di superare la situazione con mia moglie e i miei figli. Alla fine ce l'ho fatta. Ora le cose vanno meglio. Essendo un combattente, mi sono detto che dovevo farcela, costi quel che costi. Questa situazione ha avuto un impatto sui miei figli. Erano un po' disgustati nel vedermi in quello stato. Anche mia moglie. È stata dura, è stato uno shock per loro. Pensavamo che avremmo vissuto le cose in modo diverso. Anche se hai soldi, anche se puoi viaggiare per un po', non è tutto. Il denaro non significa nulla. L'umanità fa tutta la differenza".

Il percorso per uscire dal buio: il lavoro da commesso come modo di reinserirsi in società e stare con gli altri
Fondamentale per uscire dalla depressione è stato il lavoro nel negozio Intersport: "Ho iniziato a lavorare per loro due anni fa, è lì che ho avuto la svolta che mi ha aiutato a uscire da quel periodo difficile. Questo lavoro mi ha permesso di ritrovare le forze, ricostruire una vita sociale e, in definitiva, ricominciare a vivere. Anche mia moglie ha trovato qualche lavoretto saltuario e le cose andavano bene. Prima eravamo sempre insieme e la situazione stava diventando sempre più difficile. Lavorare separatamente è stato positivo per entrambi. Ho anche riallacciato i rapporti con gli amici. Non è vero che sono andato lì perché avevo bisogno di soldi per vivere. Tutt'altro. Non sono un senzatetto. Avevo solo bisogno di ricostruirmi una vita sociale per rimettermi in piedi".
Mathieu commenta con amarezza i commenti cattivi – ironici a dire poco – che gli caddero addosso quando fu pubblicata quella foto: "Non lo capisco. È meschino. La maggior parte di queste persone sta dietro al computer. Non conoscono la mia vita o quello che ho passato. Vedono solo i soldi, mai il lato umano. Molti hanno scritto che ero al verde e che non avevo investito nulla. Quando i clienti mi incontravano all'Intersport, alcuni mi chiedevano anche: ‘Perché sei qui? Eri a Barcellona, devi avere un sacco di soldi!'. Ma questo non c'entrava niente".

L'esperienza da commesso si è conclusa da un po': "È durata quasi un anno, facevo il venditore. Mi dimisi la prima volta perché avrei dovuto unirmi al centro di allenamento del Sochaux, mi avevano offerto un posto da assistente allenatore nella squadra riserve. Alla fine non se ne fece nulla e tornai a lavorare da Intersport. Lì mi offrirono il posto di assistente del responsabile del settore calcio. Prima di lavorarci, andavo da cliente in quel negozio Intersport, quindi mi conoscevano. Lì ho ritrovato la stessa atmosfera da spogliatoio. Uno dei miei colleghi era un vero clown, ci faceva sempre ridere. Alcuni clienti venivano a chiacchierare gentilmente con me. Altri erano maleducati e mi chiedevano senza mezzi termini cosa ci facessi lì e se avessi ancora dei soldi. Avrei voluto dirgli: ‘Andate all'inferno!'. È così tipicamente francese: qui si parla solo di soldi. Non c'è spazio per l'aspetto umano. E poi ci chiediamo perché la Francia sia così allo sbando. Non voglio entrare in politica, perché ognuno ha le sue opinioni, ma è complicato".
Cosa fa oggi Mathieu: lavora nelle giovanili per avere il primo patentino e poter un giorno allenare nei professionisti
Adesso il futuro sembra roseo, con l'amato pallone che è tornato a rotolare in altra veste: "Quello che mi interessava davvero era il settore giovanile. Il problema è che non ho ancora il diploma da allenatore. Ecco perché alleno l'Under 15 ad Aix-en-Provence in questa stagione, per poter ottenere il mio attestato. Una volta ottenuto il patentino, il passo successivo sarà ancora lontano dal mondo del calcio professionistico. Questo diploma mi permetterà di allenare in Regional 1 (il sesto livello del calcio francese, ndr). Mi mancheranno ancora tre livelli per arrivare in Ligue 1, ma non è questo che mi interessa. Voglio lavorare in un settore giovanile".
Mathieu insomma invita tutti a scommettere sul fatto che lo rivedremo prima o poi su qualche panchina: "Il ritorno al calcio è scontato, era ovvio fin dalla fine della mia carriera da giocatore. Se non mi fossi infortunato e avessi potuto concludere la mia carriera normalmente, sarei passato direttamente ad allenare. Non appena ho recuperato le energie dopo la depressione, l'ho fatto".