Due tiri, due gol. Potenza di Ibrahimovic. Uno lo fa anche di ginocchio dopo aver siglato il primo di testa, da bomber che ruba il tempo e poi la gira a rete come una frustata. La Z di Zlatan lascia il segno sulla partita (c'è gloria anche per Hauge nel recupero) e sulla maglia del Napoli nel big match che al San Paolo rilancia il Milan in vetta alla classifica e ricaccia all'indietro le velleità degli azzurri. Lo svedese alza bandiera bianca solo per un guaio muscolare, si ferma per un problema fisico. "Non vorrei forzare…", mormora allo staff medico. Nel bene e nel male fa tutto lui. Nient'altro avrebbe potuto frenarlo.

La squadra di Pioli impartisce una severa lezione di calcio ai partenopei, apparsi inferiori sul piano del gioco, della compattezza, dell'organizzazione della manovra, dell'intensità, della capacità di mettere paura al ‘diavolo'. Gli fanno solo il solletico, complici anche alcune scelte sbagliate di Gattuso. Imbattuti da 20 partite (comprese quelle della scorsa stagione), i rossoneri mostrano evidenti segnali di crescita sotto il profilo tattico, della continuità, della fiducia, della qualità dei singoli e dell'approccio. Vittoria meritata che ne rilancia le ambizioni scudetto mentre ridimensiona (e di molto) i padroni di casa.

Chiedete a Koulibaly se ha mai visto Ibrahimovic. Oppure se Manolas ha capito cosa ha combinato Rebic, una volta che se l'è trovato addosso, quando ha servito un assist delizioso. Fate la stessa domanda a Di Lorenzo, che dalle sue parti vede sbucare Theo Hernandez ma ci capisce poco e arranca rispetto al passo (e al tocco) dell'ex Real Madrid. Un dato chiarisce come i guizzi sulla corsia mancina si rivelino una spina nel fianco dei partenopei: 3 dei 5 assist in Serie A dell'iberico hanno scandito le reti dello svedese. Quanto a Bakayoko, non fa né da diga (sfruttando la fisicità) davanti all'area di rigore né aiuta la squadra a salire. Prende due ammonizioni in fotocopia (in ritardo su Saelemakers e poi su Theo) e va fuori (nella ripresa): la domanda sorge spontanea, perché Gattuso lo ha schierato se non al top della condizione? E perché attendere così tanto per cambiarlo? Non sono le uniche perplessità sulle opzioni di ‘ringhio', che ha consegnato la partita al Milan.

Non è tutta colpa dell'ivoriano, la divide equamente con Fabian Ruiz che con la maglia della Spagna gioca a fare la Furia Rossa, con quella azzurra invece ti chiedi se è lo stesso calciatore che ha triturato la Germania in Nations League oppure non abbiano mandato una controfigura. Insigne, che ha scolorito e rasato i capelli, ha perso la magia della Nazionale. Politano si arrangia come può (l'ex di Inter e Sassuolo è l'unica nota lieta della serata) mentre Lozano non è pervenuto.

E l'attacco? Non esiste. Senza Osimhen, che avrebbe dato una profondità e un peso differenti alla prima linea, la squadra di Gattuso non trova mai la via del gol, né spazi di manovra se non a sprazzi. Un paio di lampi li regala Mertens poco dopo il vantaggio del ‘diavolo' e quando accorcia le distanze, concedendo solo l'illusione della rimonta. Donnarumma ha i riflessi pronti, Di Lorenzo invece ha la mira sballata e – a porta vuota – sulla respinta del portiere colpisce la traversa. Serata da dimenticare del terzino azzurro, in sofferenza e in ombra per larga parte del match.

Il Milan gioca in scioltezza, organizza la trama delle azioni e le esegue con maggiore fluidità. Fa le prove generali al tiro con Kjaer e Calhanoglu. Non c'è Pioli in panchina ma i rossoneri vanno avanti a memoria e recitano il copione a braccio, senza alcun bisogno di suggerimenti particolari. Corrono in maniera intelligente e, anche se fanno meno possesso palla, fraseggiano con efficacia. Nel cuore della mediana Bennacer e Kessié si esaltano nel ruolo di lotta e di governo: instancabili e a elastico, si muovono senza sbavature. Non è solo merito di Ibra, ma è la stella che brilla e fa la differenza. Vince quasi tutti i duelli aerei nonostante abbia di fronte colossi come Koulibaly o Manolas e si mette al servizio della squadra, pronto a piazzare la zampata del campione. A dargli manforte c'è anche Rebic, che metterà la firma in calce al raddoppio. Nel finale Hauge (primo gol in Serie A) manderà al ‘diavolo' un Napoli inerme. E quando vedi Petagna avere sui piedi la palla del 2-2 e trattarla in quel modo puoi solo spegnere la tv.