Tra protocolli da rivedere e correggere, scelte fatte e poi riviste, il timore di nuovi contagi e la paura di infortuni per una preparazione precaria, il calcio italiano si prepara ad affrontare la sua settimana più lunga. L'Italia riapre le porte, la parola d'ordine, ‘ripartenza‘, però, non fa ancora parte del vocabolario sportivo. Lunedì 18 maggio doveva essere il ritorno agli allenamenti di gruppo, al primo concreto passo verso il 13 giugno, la data indicata dai più come giorno utile per riprendere a giocare. Invece, si attende ancora mentre il tempo scorre, le società si autogestiscono come meglio credono o possono. C'è chi rallenta in attesa di conferme, chi prosegue nel proprio intento, chi valuta cosa sia meglio fare.

Il rischio infortuni è altissimo. Il coro dei dubbiosi in Serie A cresce, anche perché le incertezze non diminuiscono. C'è chi punta il dito sul problema logistico-organizzativo, come il responsabile medico dell'Inter, Piero Volpi che evidenzia come non tutti i club di massima serie possano sostenere maxi ritiri per 60-70 persone a tempo praticamente indeterminato. E c'è chi indica ancora la data del 13 giugno come un punto di partenza sempre più irrealizzabile come l'Udinese che lamenta i ritardi sulle ordinanze da leggere ed eseguire. In merito, il responsabile dell'area tecnica friulana Pierpaolo Marino nel weekend ha ribadito la linea del club di Pozzo: "Ad oggi pensare di scendere in campo il 13 giugno appare già quasi come una follia, per la tutela dei calciatori che arrivano da una preparazione pressoché nulla. Il rischio di infortuni è altissimo, dopo solo 4 settimane di sedute. La Bundesliga dovrebbe insegnare: dopo 7 settimane ci sono comunque molti infortuni".

Il protocollo non è stato ancora ufficializzato. La sicurezza fisica dei giocatori non è l'unico tema che tiene banco tra chi ha più di una perplessità su ciò che si sta facendo per tornare al calcio giocato. Nel coro dei titubanti c'è anche il Cagliari del presidente Giulini, anche se è stato tra i primi presidenti di Serie A a manifestare problemi economici e richiedere ai suoi giocatori un aiuto intervenendo sugli stipendi. Ripartire è necessario, ma è giusto farlo solamente nel rispetto della salvaguardia della salute: "Ad oggi abbiamo un problema con il protocollo e bisogna attendere. Il nodo è l'eventuale nuova positività di un calciatore: riportare il gruppo in quarantena non permetterebbe di ripartire realmente con il campionato".