I misteriosi operatori video della sala VAR di Lissone: impossibile sapere chi siano, accordi di segretezza

In questi giorni il mirino di media e tifosi è puntato su cosa accadeva nella sala VAR centralizzata di Lissone durante le partite di Serie A e B, con l'ormai noto sistema dei segni (visto che il vetro impediva di far passare le voci) con cui gli indagati Rocchi e Gervasoni (e forse altri elementi apicali del mondo arbitrale in veste di ‘supervisori') condizionavano dall'esterno le decisioni degli addetti al VAR presenti all'interno delle singole stanze dedicate alle partite in corso di svolgimento. Un'interferenza vietatissima dal protocollo, che attribuisce solo al Video Assistant Referee – coadiuvato unicamente dal suo assistente di giornata, ovvero l'AVAR – la totale autonomia nell'indirizzare ed eventualmente correggere le decisioni dell'arbitro di campo.
Se queste sono le figure protagoniste dell'inchiesta della Procura di Milano, che ritiene i comportamenti in questione atti a configurare il reato di "frode sportiva in concorso" (la cui pena può comportare la reclusione da 2 a 6 anni, e fino a 9 anni se il risultato della competizione illecitamente alterata influisce su concorsi a pronostici o scommesse), merita un capitolo a parte chi non ha nulla a che fare con l'indagine in questione e peraltro ha un ruolo importantissimo nello svolgimento della video assistenza al direttore di gara. Nelle stanze di Lissone infatti non sono presenti solo il VAR e l'AVAR designati per quella partita, ma anche uno o due operatori video, che mettono a disposizione dei primi – in maniera super veloce – le immagini migliori per dirimere i casi da moviola e suggerire come comportarsi all'arbitro di campo. Avere notizie su queste persone, sapere chi siano, provare a contattarli, è praticamente impossibile.

Il VAR Center centralizzato di Lissone: il cuore tecnologico del calcio italiano
Il VAR Center centralizzato di Lissone contiene tanti ambienti con destinazioni diverse (ci sono anche le stanze per la produzione delle telecronache per le emittenti straniere che acquistano i diritti della Serie A e un open space che ospita i team grafici e i creatori di contenuti della Lega come gli highlights). Ai fini dell'attività VAR vera e propria – oltre alla Sala Supervisor da cui è possibile monitorare contemporaneamente tutte le partite in corso sui vari schermi – ci sono poi 8 sale VOR (Video Operation Rooms) per la Serie A e 4 per la Serie B, ovvero le stanze singole assegnate alla video assistenza delle varie partite. Sono cabine insonorizzate, protette alle loro spalle da un vetro.
Durante una partita, l'accesso alla VOR dedicata a quel match è severamente limitato per garantire la massima concentrazione, né può esservi interferenza dall'esterno da parte di chicchessia. Oltre ai due arbitri designati come VAR e AVAR, è presente (almeno) una figura tecnica indispensabile per il funzionamento del sistema. È il ‘Replay Operator' (RO l'acronimo), un tecnico specializzato che non fa parte dell'AIA. Siede accanto al VAR e manovra fisicamente la messa a disposizione dei video. Ha il compito di scorrere le decine di telecamere dello stadio in pochi secondi, trovare l'angolazione perfetta, applicare lo zoom e isolare i frame decisivi richiesti dall'arbitro. Nelle partite di cartello, vista l'enorme mole di telecamere, possono esserci anche due RO nella stessa sala.
Il processo è progettato per essere rapido e impattare il meno possibile sui tempi di gioco: le immagini arrivano via fibra ottica dallo stadio della partita a, VAR Center di Lissone in frazioni di secondo e il Replay Operator le organizza sui monitor della postazione, per mettere i due arbitri presenti in cabina nelle migliori condizioni possibili per valutare quanto appena accaduto in campo. Si può ben dire che i RO sono i veri e propri ‘registi occulti' della sala VAR: senza la loro rapidità e competenza tecnica (ma anche calcistica), l'intero sistema non potrebbe funzionare.

Chi sono i Replay Operator della sala VAR e perché è impossibile sapere chi siano e rintracciarli
I Replay Operator sono dunque tecnici altamente specializzati che a differenza di VAR e AVAR non sono membri dell'Associazione Italiana Arbitri e lavorano per aziende esterne fornitrici della tecnologia. Nel caso della Serie A (e di gran parte dei tornei FIFA e UEFA), l'azienda di riferimento è la ‘Hawk-Eye Innovations' (società del gruppo Sony), pioniera del tracciamento visivo nello sport (si pensi all'occhio di falco nel tennis).
Il lavoro nelle sale VOR richiede competenze elevatissime: i RO devono avere una grande destrezza manuale e una resistenza allo stress di pari livello. In pochi secondi devono ascoltare la richiesta del VAR, scansionare mentalmente le 20-30 telecamere presenti nello stadio, trovare l'inquadratura perfetta, sincronizzare i frame e mandarla sugli schermi della saletta. Ma la parte tecnica non basta: devono anche conoscere il gioco e le dinamiche arbitrali alla perfezione. Un buon RO sa già – prima ancora che il VAR glielo chieda – quale telecamera servirà per valutare un fuorigioco o un fallo di mano.
Spesso si tratta di professionisti che provengono dal mondo delle produzioni televisive, del montaggio video, dell'ingegneria informatica o delle tecnologie per lo sport. E prima di sedersi nelle stanze di Lissone, i RO affrontano ore e ore di simulatori e match offline. Infine devono ottenere una certificazione ufficiale per poter operare in partite della massima serie.
La riservatezza circa i nomi dei Replay Operator è una prerogativa imprescindibile e caratterizzante il loro ruolo. Quando l'AIA dirama le designazioni arbitrali delle partite di Serie A e B, sono presenti i nomi dell'arbitro, degli assistenti di linea, del quarto uomo, del VAR e dell'AVAR. Il nome del Replay Operator non c'è mai, così come manca nel referto ufficiale delle partite, né ci sono elenchi consultabili degli RO. Insomma non sono figure pubbliche e anche rintracciarli privatamente è praticamente impossibile.
Questo anonimato è voluto e strettamente tutelato per diverse ragioni, dalla sicurezza e privacy (essendo coinvolti in decisioni che scatenano enormi polemiche mediatiche e tra i tifosi, l'anonimato li protegge da pressioni, minacce o attacchi sui social) alla segretezza professionale (i dipendenti di Hawk-Eye e coloro che lavorano nelle sale VOR firmano accordi di non divulgazione severissimi, come in qualsiasi azienda tech che gestisce dati sensibili per conto di terzi: non possono rilasciare interviste né raccontare i ‘dietro le quinte' o commentare le decisioni prese in sala senza un'autorizzazione ufficiale). Una ‘invisibilità' di cui in questo momento sicuramente i RO sono ben felici.