Gokhan Inler: “La Svizzera è forte perché siamo lavoratori. Ho conosciuto Federer, educato e impeccabile”

Gokhan Inler per quasi vent'anni è stato un calciatore di alto livello, ha girato l'Europa, ha vinto 9 trofei tra Italia, Inghilterra, Svizzera e Turchia. Con la sua nazionale, la Svizzera, ha disputato due Mondiali e un Europeo. Da centrocampista ha avuto una carriera ricca, ora è nei quadri dirigenziali dell'Udinese. A Fanpage.it ha parlato del suo ruolo attuale, ma anche delle emozioni che ha provato giocando e vincendo, soffermandosi sulla progressiva crescita professionale, sia da calciatore che da dirigente. Tutto vissuto divertendosi. Inler ha spiegato perché la Svizzera ottiene buoni risultatinel calcio, ed è presenza costante ai Mondiali, ma anche di Roger Federer, emblema dello sport elvetico.
Quando hai capito che saresti potuto diventare un calciatore?
L'ho capito il primo giorno che ho calciato un pallone. È successo davvero quando ero appena un bimbo. L'ho capito grazie al mio papà, che mi ha spinto a provarci e a realizzare la carriera da calciatore. Io mi sono sempre divertito. Da lì, da quell'esatto momento vissuto da piccolino ho sempre pensato al calcio. E posso dire, sì, che da quando ho iniziato a camminare che ho iniziato a credere di poter fare il calciatore.
Sei riuscito a divertirti anche quando eri un po' più grande e quando sei diventato un professionista?
Molto. Mi sono sempre divertito quando ero calciatore. Prima, da piccolo, pensavo a divertirmi, a giocare e a vincere contro i miei amici. Poi anche sono arrivato in club professionistici mi divertivo senza sentire alcun tipo di pressione esterna. Piuttosto ero io a mettermi sotto pressione perché volevo sempre vincere.

Ti allenavi tanto anche per conto tuo, lo facevi con tuo padre, è vero?
Sì. Ho fatto tanto lavoro extra con il mio papà. Un lavoro che con il tempo mi ha aiutato a crescere. Io mi allenavo di più degli altri facendo un lavoro extra: lavoro di corsa e di tecnica, tutto da solo. Ero sempre sul pezzo. Lo facevo anche divertendomi, non sentivo minimamente pressione: ‘Mi dicevo devo fare questo, devo fare quello'. Mi divertivo e imparavo. Grazie a questi allenamenti fatti da bambino ho imparato tante cose. Facevo per conto mio, calciavo con sinistra e destro, allenavo solo con il sinistro, calciavo da fuori, insomma tiravo anche tanto.
Questo lavoro ti è servito perché poi sei riuscito a realzizare una splendida carriera.
Il mio sogno era diventare un calciatore e mi dicevo: ‘Ok, per arrivare a certi livelli, per diventare un professionista, devi lavorare tanto, devi avere la chance anche di fare uno step alla volta e pian piano questo è successo'. Quando sono arrivato diciamo a 14-15 anni è arrivata la svolta e in quel momento ho capit che potevo diventare davvero un calciatore professionista.
Nella tua carriera hai conquistato tanti trofei, inclusa la Premier League con il Leicester. Come siete riusciti a compiere quell'impresa titanica?
Nella mia carriera ho vinto nove trofei. Tutti speciali, tutti differenti. Così è stato in Turchia, così come anche in Inghilterra con il Leicester. Eravamo un grande gruppo, avevamo un rapporto forte tra noi. Tutti insieme eravamo una famiglia. Il presidente, che dopo qualche anno è mancato (tragicamente, il suo elicottero ebbe un incidente, ndr.) ci dava tanto. Lui era riuscito a creare un ambiente splendido. Eravamo una famiglia. Quell'ambiente ci ha dato una forza reale ed è stato fondamentale. I calciatori andavano d'accordo e poi c'è stato ovviamente la mano di Mister Ranieri che ha plasmato questo gruppo forte ed ha grandi meriti per quel risultato. Con il sacrificio e il duro lavoro siamo riusciti a raggiungere un grande traguardo.
E a proposito di grande gruppo e di una famiglia importante. Tu sei tornato all'Udinese, dove da quarant'anni c'è la famiglia Pozzo al ponte di comando.
Hanno fatto un gran bel lavoro. In Italia qualcosa del genere non ha corrispettivi. Loro sono sempre sul pezzo, vogliono sempre migliorare. Io sono tornato a lavorare con loro ed è un grande onore per me lavorare con loro. I due presidenti, Giampaolo e Gino, hanno fatto un duro lavoro. Sono sempre concentrati, fanno un lavoro tosto e da anni e anni ottengono risultati pregevoli lavorando tanto e bene. Giusto ricordare che sono 32 anni di seguito che l'Udinese è in Serie A. Dopo le grandi ci siamo noi. L'Udinese è una società molto seria e per un ogni calciatore è utile giocare per l'Udinese, da qui può fare lo step definitivo per arrivare ulteriormente in alto. Insomma, questa è la piazza ideale per crescere.
Hai giocato per quattro anni nel Napoli, che ricordi hai?
Per me è stato molto emozionante arrivare in un club come il Napoli. Il coronamento di un sogno, il sogno di un ragazzino diventato poi uomo e calciatore che da piccolo sognava guardando Maradona. Sapere che lui aveva giocato con quella maglia contava tanto, e conta tanto. Per me Napoli era famosa anche per Maradona. Poi devo dire che quando venivo a giocare qui da avversario vedevo sempre questo grande calore, giocando contro il Napoli percepivo il calore dei tifosi e capivo bene cosa voleva dire giocare con il Napoli. La gente lì vive per il calcio.
Con la maglia azzurra hai conquistato tre trofei.
Bisogna avere sempre rispetto per il lavoro e bisogna dare il massimo sul campo. Questo è stato anche quando ho giocato con il Napoli, dove i tifosi mi hanno rispettato e accettato. Quel divertimento del quale ti parlavo che provavo da bimbo mi ha seguito ovunque. E a Napoli raccoglievo queste emozioni, quei sentimenti da bambino sono nel mio DNA. Io non sono perfetto, ma penso di aver dato sempre il massimo che in quei quattro anni vissuti con la maglia azzurra. Vincere il primo trofeo dopo Maradona è stato uno spettacolo, erano tanti tanti anni che si aspettava un trofeo (22 anni ndr.). Sono onorato di aver indossato quella maglia.
Quant'è cambiato il calcio rispetto a una decina d'anni fa?
Il calcio è in rapida evoluzione, rapidissima direi. Così è anche per via della tecnologia, dei social, dell'Intelligenza Artificiale. Oggi i calciatori sono più fisici, sono più atleti, hanno corpi enormi. È cambiato sicuramente tanto il calcio, che naturalmente ora vedo in modo differente, perché sono dall'altra parte. Oggi c'è anche un'altra differenza. Perché bisogna stare dietro ai ragazzi, si deve spiegare più spesso. Quando giocavo io noi andavamo in campo per vincere, perché l'obiettivo era quello. Così è pure adesso perché ogni calciatore vuole vincere. Ma non c'è solo la partita, c'è il lavoro quotidiano, il sacrificio, il non sedersi. Insomma la cosa che conta di più è lavorare e impegnarsi.

Con la Svizzera invece hai giocato un Europeo, in casa, e due Mondiali.
Giocare per la propria nazionale è un'emozione unica, figurati farlo in due Mondiali e in un Europeo. Giocare contro altre nazioni, contro squadre fortissime, contro grandi campioni. Beh, immagina l'emozione, che davvero è indescrivibile. Quando sei lì ti rendi conto di tante cose. Da bimbo sognavo di arrivare lì e quando arrivi lì capisci che ce l'hai fatta veramente. Tanti sacrifici, tanto lavoro ripagati. Viaggi, vedi tante culture, prendi anche tanto da queste esperienze, ho vissuto un Mondiale in Sudafrica e l'altro in Brasile. Per me è stato bello, per un calciatore in generale il Mondiale è un'esperienza di altissimo livello.
Da calciatore della nazionale spesso hai avuto modo di incontrare Roger Federer, che tipo è?
Roger è tifoso del Basilea, l'ho conosciuto sì. Federer è un ragazzo tranquillo, educato, una persona perbene, impeccabile, veniva a trovarci ogni tanto in nazionale.
La Svizzera disputa i Mondiali per la sesta volta consecutiva, mentre l'Italia è ancora fuori.
Mi dispiace che l'Italia non sia ai Mondiali. Noi abbiamo un buon rapporto, abbiamo giocato spesso gare amichevoli (la prima sfida è del 1911, i precedenti con l'Italia sono 62, ndr.). La Svizzera va avanti perché la federazione investe molto sui giovani, crea un senso di appartenenza alla nazionale. Ogni categoria viene vista come un passaggio per arrivare in alto, spero che anche in futuro sarà così per l'Italia. Mi auguro torni dov'era.

La Svizzera ha una continuità impressionante e l'ha raggiunta senza avere fuoriclasse assoluti, come ci riesce?
Sono lavoratori. La Svizzera sa che deve giocare bene per ottenere risultati. Il gruppo o meglio la nazionale è compatta. La filosofia è chiara: bisogna giocare bene. Sistemare tutto, renderlo ordinato. Così quando il giocatore arriva deve solo pensare a giocare. Poi i risultati del Mondiale sono diversi. Devi partire bene e nemmeno è detto. Noi nel 2010 battemmo la Spagna e poi venimmo eliminati nel girone, e la Spagna divenne campione del mondo.
Da responsabile dell'area tecnica dell'Udinese com è la tua vita oggi?
Ho due anni di esperienza. Naturalmente la vita da calciatore rispetto a quella da dirigente è molto diversa. Perché sei 24 ore al giorno sul pezzo. Ogni giorno devi risolvere dei problemi piccoli o grandi, devi spiegare al singolo ragazzo cosa vuol dire essere professionista, cosa deve fare per crescere nella sua carriera, e lo devi spiegare bene al ragazzo. A Udine devi fare bene e un trampolino che può aiutare a fare il salto di qualità. Qui non è che arrivi e aspetti che arrivi l'occasione dall'alto. Ora spero di vedere l'Udinese crescere e continuare su questa strada intrapresa, strada che ha intrapreso grazie anche ad un bravo allenatore che sa gestire una squadra con tanti stranieri e tante culture diverse.