Gaetano Monachello: “All’Inter a 12 anni, a 22 non avevo più addominali: mi hanno svuotato la pancia”
Avete presente il film “Benvenuti al Nord”? Il postino Siani costretto ad emigrare a Milano, che parte con tanti pregiudizi salvo poi abituarsi alla razionalità tipica del settentrione? Ecco, Gaetano Monachello ha vissuto qualcosa di simile. Solo che lui dalla sua Agrigento si è mosso a dodici anni e per andare a giocare a calcio, anziché a consegnare lettere. E proprio come nel film, tutta la famiglia ne è rimasta coinvolta: “Era un sogno – ci racconta Monachello in Esclusiva per Fanpage.it –. Un provino come tanti, mai avrei pensato che, tra migliaia di ragazzi, l’Inter scegliesse proprio me. Poi, figurati, l’Inter nella parte più sperduta della Sicilia. L’ho fatto quasi per scherzo. Invece…”. Invece è andata proprio così e il piccolo Gaetano si ritrova in una metropoli: “Da me non c’erano neanche i semafori, immagina quando sono arrivato a Milano. Giravo tra i grattacieli con la bocca aperta”. Troppo piccolo per spostarsi da solo, quindi (quasi) tutta la famiglia si trasferisce al seguito. Da lì, poi, il giro d’Europa, la grande occasione con l’Atalanta e l’Under 21, ma troppi infortuni che tarpano le ali. Dopo l’ennesimo stop, Monachello prova a continuare a sognare al Lumezzane: d’altronde, uno che si allenava con l’Inter del Triplete, ed è stato “adottato” da James Rodriguez e Radamel Falcao, non può che puntare in alto…
Gaetano, partiamo proprio da qui: a 32 anni riparti dalla Serie C al Lumezzane, cosa ti aspetti?
“Ormai ho imparato che dal calcio è meglio non aspettarsi nulla, perché cambia tutto in un attimo e, purtroppo, l’ho provato sulla mia pelle. Quindi, quello che mi auguro è semplicemente di poter vivere un’annata senza infortuni. Mi accontento di questo ormai…”.
Già, perché la tua carriera è stata segnata da brutti stop. Non da ultimo quello dell’anno scorso proprio a Lumezzane, quando il ginocchio ha fatto ancora crack: dove sarebbe potuto arrivare Gaetano Monachello senza infortuni?
“Eh, me lo chiedo spesso anche io (sorriso amaro, n.d.r.). Il mio compagno Stefano Filigheddu (portiere del Lumezzane, n.d.r.), quando gli faccio qualche gol bello in allenamento, ci scherza su: “Se avessi avuto anche due ginocchia, non ci saremmo conosciuti”, mi dice. Chissà, forse è così, ma non esiste la controprova”.
Eppure l’inizio della tua carriera è stato folgorante: a dodici anni da Agrigento all’Inter, dopo Monaco e Atalanta. Poi, cosa non ha funzionato?
“Le ginocchia (ride, n.d.r.). In realtà sono successe tante cose, fin dalla prima esperienza all’Inter. Potrei scrivere un libro…”.
Allora andiamo con ordine: Capitolo uno, l’Inter…
“Ai tempi non c’erano video o highlights, ma io già giocavo con ragazzi molto più grandi e già si parlava di me, ovviamente nelle nostre zone. C’erano già Reggina e Messina interessate. L’Inter organizza un provino qui e io, quasi per sfida, vado a farlo. Mai avrei creduto potessero prendermi. Sono stato a Milano tre, quattro volte e alla fine mi hanno fatto la proposta. Nel frattempo si era inserito anche il Milan, ero andato anche al Vismara (centro sportivo delle giovanili del Milan, n.d.r.), ma io simpatizzavo per l’Inter perché il mio idolo era Ronaldo, quindi ho scelto i nerazzurri. Solo che avevo dodici o tredici anni, non ricordo, non potevo certo trasferirmi da solo. Fortunatamente, avevo uno zio a Casalpusterlengo e abbiamo risolto. Mia mamma, che faceva l’insegnante, ha preso l’aspettativa e mi ha accompagnato. Doveva essere solo per un anno, poi invece ha chiesto il trasferimento. Mio papà, che all’inizio non doveva venire, dopo qualche anno ci ha raggiunti. Mia sorella, invece, è rimasta nel mio paesino (Palma di Montechiaro provincia di Agrigento, n.d.r.) con la nonna. Non è stato facile, ma ringrazierò sempre la mia famiglia per il sostegno. Hanno fatto tanti sacrifici”.
E com’è stato per un giovane trasferirsi da Agrigento a Milano e, soprattutto, all’Inter…
“Ero come al Luna Park. Poi, io dico sempre che – pur essendo fiero delle mie origini – alla fine ho sempre avuto la mentalità del Nord. Sono molto inquadrato. Quindi mi sono trovato molto bene. Infine, come dicevo prima, simpatizzavo per Inter perché il mio idolo era Ronaldo, quindi per me era davvero un sogno che stava diventando realtà”.
E che ricordi hai della società, dei compagni, dell’organizzazione…
“Innanzitutto, ho la foto del Centenario, quella di tutte le squadre Inter con la famiglia Moratti in primo piano. E’ un ricordo che conservo gelosamente. Poi, è stata una scuola di vita. Devo ringraziare sempre la società per i principi e l’educazione: se non ti comportavi bene, se non andavi bene a scuola, non ti concedevano un’altra opportunità. Curano prima l’uomo e solo dopo il calciatore. Sembrano frasi fatte, ma per esperienza posso dire che è proprio così”.
Un’immagine di quel periodo?
“Quando da raccattapalle ad una partita contro il Palermo, ero proprio sotto i tifosi rosanero, che mi insultavano in dialetto siciliano pensando che non capissi. Poi segna Vieira e lui, Ibra e tutti gli altri vengono proprio vicino a me ad esultare. Non ho resistito e mi son buttato in mezzo a festeggiare con loro (ride, n.d.r.)”.
Quando sei diventato “grande” ti sei allenato con l’Inter del Triplete: qualche aneddoto?
“Ricordo con che occhi innamorati i giocatori guardassero Mourinho e viceversa: si vedeva che aveva costruito un gruppo che si sarebbe buttato nel fuoco con lui. Quando c’eravamo noi ragazzi, non è che si lasciasse molto andare, però si respirava aria “buona”. Per me allenarmi con loro era un dono: ero molto timido, per cui me ne restavo in disparte. Loro però non se la tiravano, in particolare Capitan Zanetti, che cercava sempre di metterci a nostro agio. Tranne una volta: ho provato una giocata, credo un tunnel e lui mi ha dato un’occhiataccia… “Che cazzo fai!”. Io mortificato: “Scusa”. E lui: “Ma va, va… bravo, divertiti”. Ho rischiato l’infarto (ride, n.d.r.)”.
Sono loro i compagni più forti con cui tu abbia mai giocato?
“Sinceramente, non mi sento di definirli compagni perché alla fine noi giovani venivamo chiamati in prima squadra solo per fare numero (sorride, n.d.r.). Però è stata un’esperienza meravigliosa, che non dimenticherò mai. Per quanto riguarda altri compagni, nella mia carriera ho avuto la fortuna di giocare nell’Atalanta di Reja, e mi sono allenato anche con quella di Gasperini, nel Monaco di Ranieri: devo dire che in quelle squadre c’erano campioni veri. Da Papu Gomez a James Rodriguez, passando per Moutinho, Ricardo Carvalho e Falcao, ma secondo me il più forte di tutti era uno che non ti immagini…”.
Sentiamo…
“Anthony Martial (attaccante francese classe ‘95, ex Manchester United, n.d.r.). Era arrivato al Monaco che forse non era ancora maggiorenne, ma era già di un livello superiore. Fuoriclasse puro. Ha fatto una buona carriera, ma – secondo me – meno importante rispetto alle sue qualità: stiamo parlando di un giocatore che, ai tempi, valeva il Dembelé di oggi, per intenderci. Un altro che mi aveva impressionato subito, era Franck Kessié. Io sono malato di calcio e mi aveva già colpito quando giocava a Cesena, quando poi me lo sono ritrovato in squadra, ho avuto la conferma di essere davanti ad un “trattore” (sorride, n.d.r.). Fortissimo”.
Con chi, invece, hai legato maggiormente?
“A Monaco si era creato un bel gruppo. C’erano Ranieri, Raggi, ma alla fine io ho legato maggiormente con il gruppo dei sudamericani. Ragazzi stupendi. Parliamo di campioni del livello di Radamel Falcao e James Rodriguez, gente di gran classe e con una carriera meravigliosa, che però non se la tiravano nemmeno un po’, di un’umiltà rara. Mi venivano a prendere in macchina perché io non avevo ancora la patente. Pensa avere come autista Radamel Falcao, non male eh (ride, n.d.r.)?. A parte gli scherzi, mi avevano praticamente adottato: mi portavano con loro a cena, addirittura andavamo a fare le visite insieme per scegliere le loro case. E non ti dico che case…”.
Aver lasciato quel Monaco per andare al Lanciano in Serie B è uno dei rimpianti della tua carriera?
“Come dicevo prima, nel calcio – come nella vita – non c’è mai la controprova. I programmi del Monaco erano cambiati in un attimo: doveva essere un progetto per giovani e, poi, invece, dalla mattina alla sera, il Presidente (il russo Dimitrij Rybolovlev, n.d.r.), che era ricchissimo, si era messo in testa di vincere subito. Quindi in un secondo è arrivata gente come Falcao, Rodriguez e Martial. A quel punto ho preferito rimettermi in gioco. Alla fine è stata anche una scelta giusta: a Lanciano, infatti, ho disputato un’ottima stagione e da lì sono andato all’Atalanta”.
C’è da dire che nella tua carriera non hai mai fatto scelte banali: dall’Inter addirittura all’Ucraina, ma anche Cipro, Belgio e Grecia, prima del Monaco. Non proprio una traiettoria lineare…
“Sono andato via di casa a dodici anni, figurati se potevo avere paura di spostarmi. E, poi, avrei fatto di tutto per coronare il mio sogno. Da Agrigento all’Inter, poi Primavera del Parma in “prestito” con cui ho eliminato proprio l’Inter dal Viareggio… Peccato che poi i nerazzurri non mi abbiano offerto un contratto e sia rimasto senza squadra. Anzi, me l’hanno offerto troppo tardi e mi è toccato fare il giro d’Europa per provare ad emergere…”.
E, allora, capitolo 2: parliamo di questo giro d’Europa.
“Ai tempi l’Inter non faceva giocare sotto età, per cui anche se nella Beretti dominavamo, non avevamo grandi opportunità di farci vedere. Così il Parma mi ha chiesto in prestito per la Primavera. Solo che arrivo a fine stagione e nessuno mi offre il contratto. E’ arrivata questa proposta dal Metalurg Donetsk, molto interessante sia dal punto di vista economico, che da quello del percorso di carriera, perché alla fine era una sorta di società satellite del Monaco, come gli altri club nei quali ho giocato a Cipro, in Belgio e Grecia. Ho deciso di firmare e, appena l’ho fatto, sia l’Inter che il Parma mi hanno offerto il contratto. Ma dico, non potevano svegliarsi prima? Io avrei accettato anche per molto meno piuttosto che andare a fare il giro dell’Europa (ride, n.d.r.)”.
Torniamo all’Atalanta: è stata la tua grande occasione, qualche rimpianto per come sia finita?
“Anche in questo caso ti direi di no, nel senso che avevo cominciato anche bene con Reja, con tanto di esordio da titolare in A proprio contro l’Inter. E se in quella partita Handanovic non avesse fatto quella parata miracolosa, forse saremmo qui a parlare d’altro (sorride, n.d.r.). L’anno successivo, è arrivato Gasperini e l’Atalanta ha acquistato Paloschi, che era stato presentato come la “stella” e in rosa c’era già Petagna. A fine stagione ci sarebbe stato l’Europeo Under 21 e, d’accordo con il C.T. (Gigi di Biagio, n.d.r.), ho valutato che per me fosse meglio andare a giocare. E ho scelto di andare a Bari, che con Mister Stellone puntava in alto. Il problema è che quell’anno ho avuto un sacco di problemi, mi hanno tolto non so quante ernie addominali, ho perso il conto. Praticamente mi hanno svuotato la pancia, non riuscivo più a fare nulla. Ecco, forse il mio unico rimpianto è proprio questo, perché quello per me poteva essere l’anno buono. Poi, sai, col senno di poi è facile: sono andato via dall’Atalanta perché c’era una rosa forte e ho pensato che non ci fosse spazio per i giovani, poi dopo tre giornate Gasperini ha buttato dentro Gagliardini, Caldara, Conti. Chissà, fossi rimasto, sarebbe toccato anche a me…”.
Dunque, capitolo 3: Il rimpianto…
“Quell’Under 21 era molto forte, io nelle qualificazioni ero sempre sceso in campo nell’undici titolare, avevo segnato anche gol decisivi. La scelta di scendere di categoria era stata fatta proprio per arrivare al meglio all’Europeo 2017 che si sarebbe giocato in Polonia. Sarebbe stata una grandissima occasione e anche un’ottima vetrina. Ricordo, ad esempio, che nell’edizione precedente Giulio Donati, che giocava nel Grosseto, aveva disputato un buon torneo, alla fine del quale si era trasferito al Mainz. Ho fatto di tutto per esserci, ma alla fine mi son dovuto arrendere. Ricordo ancora che Di Biagio mi ha aspettato fino alla fine, ma ad un certo punto con le lacrime agli occhi gli ho detto: “Mister, grazie, ma così sarei solo un peso”. Non avevo più gli addominali, mi faceva male la pancia anche solo a tirare in porta. Ero distrutto, ma dovevo essere onesto con me stesso, con l’allenatore e anche avere rispetto dei miei compagni. E’ stata la decisione più dura della mia vita, è svanito un sogno, perché per me la maglia della Nazionale è sempre stato l’obiettivo numero uno”.
A proposito di Nazionale: ti sei dato una spiegazione sul motivo per il quale non si va più ai Mondiali?
“E’ un discorso complesso, certamente c’entra il fatto che lo spazio per i giovani italiani è veramente limitato, dunque un problema di sistema c’è. Io, però, mi rifiuto di credere che la Bosnia ci sia superiore. In USA ci sono andate squadre molto più scarse di noi, dunque ci deve essere qualcosa di più del “sistema”, ma da fuori faccio fatica a dirti cosa…”.
Tornando, invece, a quell’Under 21: fortissima, ma anche sfortunata. Donnarumma, Bernardeschi, ma anche Andrea Conti e Mattia Caldara – per fare qualche esempio – che hanno dovuto smettere prematuramente. Secondo te è un caso?
“No. E’ evidente che il tasso di infortuni in questo momento sia molto elevato. Una volta rompersi il crociato era l’eccezione, oggi saltano come grilli. Ogni giorno senti qualcuno che si rompe. Credo che i ritmi, la quantità di partite che siamo chiamati a giocare, rappresentino la spiegazione. Anche in questo caso, però, c’è gente molto più competente di me chiamata a risolvere il problema. Io so solo che non sono stato fortunato: ogni volta che riuscivo a rilanciarmi, come a Mantova, mi arrivava una mazzata. Anche l’anno scorso qui a Lumezzane avevo cominciato bene, ma poi mi so dovuto operare di nuovo”.
E allora torniamo dritti al punto: dove sarebbe oggi Monachello con due ginocchia integre?
“Non te lo so dire. Devo essere sincero, ogni tanto ci penso. Ne parlo con mia moglie, ma poi cambio argomento perché è dura. Con mio papà non riesco nemmeno ad approcciare il discorso, altrimenti ci mettiamo a piangere. E’ difficile soprattutto quando vedi la luce, ma poi ripiombi nel buio. Quelli sono momenti davvero complicati da gestire e che, sinceramente, spero di non rivivere più. Ora il mio unico obiettivo è quello di stare bene, ho ancora qualche anno di carriera (classe 1994, n.d.r.) e spero di riuscire a farlo bene. Poi vedremo dove si può arrivare…”.
Ultimo capitolo: hai già deciso cosa fare da “grande”?
“E’ ancora presto, ma di certo mi piacerebbe restare nel mondo del calcio. Come dicevo in precedenza, io sono veramente malato, guardo centinaia di partite, analizzo squadre, calciatori, mi ricordo tutto. Quindi non so ancora in che veste, non credo da allenatore ma forse più da direttore sportivo o procuratore, però credo che questo sia il mio mondo”.
E se non dovesse andare, ti sei preparato un Piano B?
“Tra le mie malattie, c’è anche quella legata al cibo. Questo è l’unico vizio che mi sono concesso da “calciatore”. Sono sempre stato molto oculato, anche perché sono cresciuto vedendo i sacrifici che facevano i miei genitori per non farmi mancare nulla, dunque non ho mai fatto “pazzie”. C’è chi compra le macchine, io – invece – mi sono concesso qualche cena un po’ più “costosa”, diciamo così. E questo settore mi ha incuriosito parecchio: se vedo un piatto, voglio capire come sia composto, da dove arrivino gli ingredienti, la filiera produttiva. Insomma, voglio sapere tutto. Non so da dove arrivi questa passione, ma siamo al limite della patologia (ride, n.d.r.). Infatti in famiglia mi prendono tutti in giro. Però, chissà che questa passione non possa trasformarsi in un lavoro. D’altronde, con il calcio è successa la stessa cosa, no?”.