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Frustalupi: “Vi racconto Napoli-Chelsea, la sera in cui ero al posto di Mazzarri e funzionò tutto”

Nell’intervista a Fanpage.it l’ex vice di Mazzarri parla della serata magica di Napoli-Champions e dei tre tenori e di come in quella notte da sogno a contare non fu il peso dei soldi e del blasone: “Sono partito dal basso. Avere la giusta fame, l’agonismo, la voglia di raggiungere un obiettivo più grande di noi, giocarono un ruolo fondamentale. E poi ci trascinò un pubblico bellissimo”.
A cura di Maurizio De Santis
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Questa sera si gioca Napoli-Chelsea, una partita che evoca ricordi dolcissimi per i partenopei. Quattordici anni fa la squadra di Walter Mazzarri sfidò i giganti inglesi (che avrebbero vinto l'edizione di quella Champions con Di Matteo) e nella bolgia del San Paolo li sconfisse 3-1 coi tre tenori (Hamsik, Lavezzi e Cavani). All'epoca in panchina andò Nicolò Frustalupi, perché il tecnico era squalificato. Il calcio è cambiato tanto da allora, dai guadagni al modo di stare in campo. Ma una cosa è rimasta sempre la stessa: il senso di squadra, fondata su duro lavoro e sacrificio. Nell'intervista a Fanpage.it l'ex vice parla di quella serata magica e di come in quella notte da sogno a contare non fu il peso dei soldi e del blasone: "Sono partito dal basso. Avere la giusta fame, l'agonismo, la voglia di raggiungere un obiettivo più grande di noi, giocarono un ruolo fondamentale. E poi ci trascinò un pubblico bellissimo".

Azioniamo il rewind e torniamo indietro veloce alla sera di Napoli-Chelsea del 21 febbraio 2012. Mazzarri era squalificato e lei andò in panchina, che cosa le viene subito in mente ripensando a quella partita?

"È stata una serata eccezionale e per anche un'emozione più grande perché ero al posto di Walter. Lui mi lasciò tranquillo perché sapeva che sentivo molto la pressione. Comunque era tutto programmato, ci tenevamo in contatto e poi il fatto che ci conoscessimo da anni fu sicuramente di aiuto. Quella è stata la prima partecipazione alla Champions del Napoli dopo l'era Maradona. Erano tantissimi anni che il Napoli non giocava quella competizione ed eravamo addirittura riusciti a superare un girone molto complicato. Noi ci piazzammo secondi dietro il Bayern Monaco, davanti al Manchester City e al Villarreal. E giocare contro i londinesi era il premio per essere riusciti a qualificarci agli ottavi di finale. C'era un grande fermento in città per una partita sentitissima e lo stadio era veramente una bolgia".

Il Napoli vinse 3-1, sfiorò perfino il 4-1 con Maggio. Fu un risultato inatteso considerata la differenza di valori tra le due squadre, non solo a livello tecnico ma anche economico. Eppure, l'impresa riuscì. Cosa fece la differenza in quella gara?

"In effetti, tutti noi, dallo staff ai giocatori, eravamo alla prima partecipazione alla Champions. Tutti esordienti. Credo che la motivazione, il fatto di avere la giusta fame, l'agonismo, la voglia di raggiungere un obiettivo più grande di noi, giocarono un ruolo fondamentale. Perché a quel tempo era così. E poi giocavamo in casa, davanti a un pubblico bellissimo e caloroso che ci trascinò letteralmente per tutta la partita. E pensare che eravamo anche andati sotto di un gol".

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Mata, Drogba, Sturridge in attacco. E poi ancora Cech tra i pali, difensori come David Luiz e Ivanovic. Più paura o adrenalina?

"Diciamo un poco e un poco… ma la verità è che quella sera funzionò tutto. A cominciare dall'organizzazione tattica e dal modo in cui avevamo preparato la sfida fino alla carica agonistica e al pressing che facemmo riuscendo a restare molto compatti così da concedere poco a loro, che erano una squadra della Premier League capace di tenere un ritmo e un'intensità di gioco superiori. C'era la sensazione che, nonostante avessimo di fronte una squadra molto forte, ce l'avremmo potuta fare. Riuscimmo a batterli meritatamente all'andata e secondo me potevamo anche ottenere un risultato più largo… per l'occasione di Maggio ma ce ne erano state altre. Se finiva dentro il 4-1, magari la storia poteva essere diversa al ritorno. Al di là dei gol di Cavani e Lavezzi (doppietta del Pochi, ndr), tutti fecero una bellissima partita".

A fine partita, negli spogliatoi, vi siete resi conto di aver scritto una pagina di storia del Napoli?

"Sì e non solo per il risultato. Ma anche perché eravamo animati da una passione e da una voglia che era superiore a ogni cosa. Con Lavezzi eravamo veramente veloci. Forse peccava un po' in fase difensiva ma ripagava la squadra con le sue giocate e questo alzava un po' tutto il livello. Cavani era un leader tecnico, un ragazzo anche in allenamento che non voleva mai perdere. Ricordo la sua determinazione, la sua grinta, la sua voglia di vincere anche le partitelle, qualsiasi partita di allenamento. Figuriamoci quelle della domenica in campionato oppure nelle Coppe".

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Mazzarri senza giacca, che resta in camicia nei minuti finali. Il segno dell'orologio. Pure questo fa parte del corredo accessorio di quell'epoca d'oro appena agli albori.

"Sono tutte cose che fanno parte del folklore e delle storie del calcio. Il mister è sempre stato un focoso… e quando toglieva la giacca stava dando un segnale chiaro alla squadra, voleva spingerla a tirare fuori qualcosa di più".

Da un lato il Napoli in costruzione, da un lato il calcio ricco degli inglesi. Batterli fu una bella soddisfazione anche per questo motivo.

"Certo. Anche perché sapevamo già che da questo punto di vista non c'era paragone che poteva tenere. Però a loro non andò male… Dopo quella sconfitta il Chelsea cambiò anche allenatore e prese Di Matteo con il quale poi andarono anche a vincere la Champions".

A proposito di differenze finanziarie e contratti milionari, in base alla sua esperienza in uno spogliatoio, ha mai avuto l'impressione che i guadagni possano influire sugli equilibri di un gruppo?

"I calciatori comunque hanno sempre guadagnato bene mentre nello spogliatoio è normale che ci sia chi guadagna di più e chi guadagna di meno. Queste differenze di guadagno ci sono sempre state, ma alla fine la cosa più importante è costruire un gruppo che si rispetta e che segue delle regole come deve essere in un gruppo di persone che lavorano insieme".

Hai mai percepito la sensazione che il valore di un contratto pesasse più del valore del campo?

"Anche nel calcio di adesso, che è magari un po' più individualista, la differenza la fa sempre chi riesce a fare gruppo, chi riesce a fare una squadra che lotta insieme e che si dà una mano perché alla fine in campo bisogna aiutarsi. Se il gruppo è sano ci sono tutti i vantaggi, le squadre che funzionano sono quelle che hanno un gruppo che rema dalla stessa parte al di là di tutto".

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Nel calcio si parla poco di educazione finanziaria: secondo lei un giovane professionista oggi è davvero pronto a gestire certi guadagni?


"Sono partito dal basso perché è col che mister ho iniziato alla Reggina. Sono partito da osservatore, quindi… diciamo che le cose sono venute piano piano, non ho guadagnato delle cifre altissime. Da vice allenatore, insomma da collaboratore non è che si guadagnano quelle stesse cifre che circolano per i calciatori. Sicuramente si guadagna bene, ma non da fare spese folli".

E lei cosa ha fatto con il primo stipendio importante della carriera?

"Il primo stipendio un po' più alto l'ho visto dopo qualche anno di lavoro quando siamo andati alla Sampdoria. È stato allora che mi sono potuto permettere di firmare il contratto per comprare una casa… ma l'ho fatto accendendo un mutuo".

Cosa fa oggi?

"In verità sono in attesa di ricevere una chiamata, perché il lavoro che faccio è la mia passione. Quindi vorrei continuare a allenare, da dolo oppure accanto a un mister. Quello che ci riserva al futuro non lo so, ma mi piacerebbe continuare con una prospettiva stimolante. La categoria non m'interessa anche perché ho allenato pure le giovanili. Speriamo di trovare qualcosa di bello".

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