Eziolino Capuano: “Mertens neanche sapevo giocasse a calcio. Ho sbagliato solo quello, sono un fenomeno”
Definire Ezio Capuano un semplice allenatore significa comprenderne soltanto la superficie. Personaggio vulcanico, filosofo di campo, maestro di una dialettica che non conosce mezze misure. Da decenni calca i rettangoli di gioco del calcio professionistico italiano, trasformando la panchina in un palcoscenico di passione pura, viscerale, senza filtri. Capuano vive il calcio come una vocazione drammatica e bellissima. Amato fino all'ossessione dai propri tifosi, temuto per la sua schiettezza disarmante, "Eziolino" ha dimostrato che si può lasciare un segno incancellabile ben oltre le categorie o le coppe in bacheca.
In un'intervista rilasciata a Fanpage, Capuano ci ha parlato del suo concetto di calcio di calcio, delle sue idee, e di come sia facile oggi diventare allenatore in Serie A pur non avendo esperienza. Una differenza abissale che manda praticamente in secondo piano la gavetta: "Prima c'era più meritocrazia, oggi ci sono tanti allenatori che hanno fatto tanta gavetta e militano nelle categorie minori ma che non sono attaccati a certi carri perché non hanno l'amico importante e finiscono per marcire in queste categorie".
Mister come è cambiato oggi il ruolo dell’allenatore?
"Oggi gli allenatori hanno sempre meno potere, sono cambiate le figure, è cambiato totalmente il modo di intendere il calcio e più si va avanti e più i ruoli vengono sminuiti. Poi è normale che dipende sempre dall'uomo. Nell'allenatore c'è un uomo e poi trovi gente che ha dei principi e non baratta la propria dignità e quindi è difficile cambiarlo".
Cosa vuol dire?
"Oggi l'allenatore è vittima delle pressioni dei tifosi, di questi social che hanno cambiato anche il modo di vivere. L'allenatore oggi è vittima dei presidenti, dei direttori e quindi non ha più la libertà delle proprie scelte. Nel momento in cui non hai libertà di una scelta diventi anche insicuro e nel contempo non sei più credibile coi giocatori".
Ha mai avvertito uno sbarramento per allenatori che hanno fatto gavetta, a vantaggio di chi la gavetta non l'ha fatta?
"Oggi più di allora. Ricordo che per fare il master dovetti vincere tre o quattro campionati consecutivi per approdare nella categoria superiore. Prima c'era più meritocrazia. Oggi non so se c'è uno sbarramento, ma sicuramente un giocatore che smette di giocare in due mesi lo vedi in A e in B con estrema tranquillità. Poi ci sono tanti allenatori che hanno fatto tanta gavetta e militano nelle categorie minori, ma non sono attaccati a certi carri perché non hanno l'amico importante e marciscono in queste categorie".
Lei si è mai trovato in una situazione del genere?
"No, perché io sono quello che vedete, non ho mai fatto compromessi nella mia carriera. Sono andato sempre avanti con la schiena dritta e difficilmente ricordo che qualcuno sia venuto da me e mi abbia imposto qualcosa. Quando ho captato che c'erano delle situazioni poco chiare, sono andato via".
Dall’Italia 2006 sono emersi tanti allenatori, si è chiesto perché nessuno ha sfondato?
"Perché come diceva il grande Sacchi: ‘Per essere fantino non bisogna nascere cavallo'".
Buona questa.
"Ma sì, perché sono due ruoli totalmente diversi, quello dell'allenatore e quello del calciatore".
Ci spieghi.
"Nel 90% dei casi falliscono e solo il 10% va avanti, perché chi è stato calciatore ha la mentalità del calciatore. Sono due cose diametralmente opposte. Sicuramente chi ha giocato a grandi livelli può avere dei vantaggi, su questo non c'è ombra di dubbio, ma il calcio va studiato, è un continuo aggiornamento e arricchimento di idee. Se hai giocato non puoi avere la presunzione di sapere".
Ha visto qualche partita di questa stagione in Serie A?
"Sì e gli allenatori li conosco tutti. Anzi, sto vedendo con piacere la rivincita di Gattuso e mi fa molto piacere. Lui è stato massacrato e devo dire che in questo momento sono contento di vederlo lì".
Si reputa uno dei primi ad aver varato il 3-5-2, è vero?
"C'è una mia tesi a Coverciano di 18 anni fa, quando il 3-5-2 era quasi una disconoscenza in Italia. Erano pochissimi gli allenatori che attuavano questo metodo di gioco".
Si definisce un allenatore contro il calcio moderno e la costruzione dal basso?
"No, io mi ritengo una persona persona intelligente, innanzitutto, che si adegua alle qualità dei giocatori e lavoro per la società e per i calciatori, non per me stesso. Questa moda della "distruzione dal basso" vedete i guai illimitati che sta facendo. Ad esempio il gol subito dall'Inter a Madrid".
Cosa non la convince?
"Ma fatemi capire cosa significa! Io devo rompere una pressione di due linee per avere quattro, cinque appoggi fuori. Se metto una palla sopra e accorcio è la stessa cosa. Con rischio zero".
È diventato un personaggio noto nel mondo del calcio: si è mai chiesto perché ha raggiunto una certa popolarità anche sui social?
"Perché io non sono social, non ho i social, uso soltanto WhatsApp. Però lo ripeterò sempre: questa enfatizzazione dell'aspetto mediatico ha coperto di gran lunga il valore del tecnico e quindi la mia carriera. E non è che mi faccia molto piacere questo".
Come li ha visti cambiare i calciatori nei suoi trent’anni di carriera?
"Prima c'era un sentimento altissimo, oggi si gioca per se stesso, per il voto, per il top e flop. Ciò che conta non è il risultato ma la propria prestazione e la titolarità in ogni partita. Quindi quando mi si parla di gruppo, vado nello spogliatoio e rido".
Cosa significa gruppo per lei?
"Il gruppo è quando vedo scorrere il sudore dalla fronte in mezzo al campo. Per me il gruppo è il giocatore che fa una corsa per il compagno, non andare a fare la pizza, le cene o le serate insieme. Quello non è gruppo, quello è divertimento".
È vero che per lei solo una donna può mettere a posto la testa di un calciatore?
"Mah, a volte le donne anche sono anche quelle che distruggono i calciatori. Una donna è importante, ma è fondamentale l'uomo e quindi nel contempo il calciatore. Il giocatore deve essere sempre se stesso. Io ho avuto l'onore e la fortuna di aver allenato dei grandi uomini, dei grandissimi ragazzi. Ma ho anche allenato qualche scappato di casa: gli potevi dire quello che volevi, ma da un orecchio gli entrava e dall'altro usciva".
Chi sono gli "scappati di casa"?
"Quello a cui non gliene frega un ca**o. Quello che va al campo a fare l'ora e mezza di corsettina, a sudare un pochettino con la mente già proiettata a dove andare a fare serata".
Lei come li gestisce questi calciatori?
"Io non li faccio giocare, li mortifico, li insulto come giusto che sia. L'allenatore non è colui il quale mette la squadra in campo. L'allenatore non è colui il quale crea i presupposti per vincere la partita. L'allenatore è il gestore, il rappresentante di una tifoseria, il rappresentante di un popolo che vive in funzione al risultato. Significherebbe tradire tanta gente".
Se ci ripensa, cosa le viene in mente sulla celebre profezia su Mertens di qualche anno fa?
"Vuol dire che sono un fenomeno, perché se in 40 anni ho sbagliato solo quello vuol dire che sono un fenomeno. Io non sapevo nemmeno che giocasse a calcio. Ero in una trasmissione televisiva, c'era Insigne che in quel momento era il mio idolo e io dissi: ‘Mertens non farà più di 7-8 partite'. Ma il primo anno ebbi ragione, poi Sarri cambiò il ruolo…".
Cosa ne pensa del nuovo corso arbitrale in Serie A?
"Non è un ridimensionamento, è una scelta di Daniele Orsato. Non è che il VAR non interviene più: lui ha dato disposizione di avvalersi della tecnologia solo a fronte di evidentissimi errori".
E il VAR in Serie C?
"È una ca**ata, lascia perdere".
Perché?
"Perché deve trattarsi di un episodio davvero eclatante, altrimenti non cambiano mai la propria decisione".
Un'ultima domanda, mister: perché oggi si preferiscono allenatori sconosciuti in Serie A rispetto a chi ha grande esperienza?
"Io quando allenavo ero costretto a vincere per andare nella categoria superiore. Poi a volte quando sei troppo schietto, sincero, in questo mondo di me*da, diventi scomodo".