Adrian Cannavaro: “Mi chiamano raccomandato, ma nessuno mi ha regalato nulla. Papà non mi ha mai detto ‘bravo'”
Ci sono etichette che sono praticamente dei tatuaggi sulla schiena, impossibili da togliere o cancellare. Immaginate di essere un giovane che sogna di fare il calciatore. Ruolo? Difensore centrale. E di avere stampato sulle spalle il nome Cannavaro. Potrebbe essere un peso enorme, vero, ma tutto dipende dalla maturità con la quale lo porti. Adrian, figlio di Paolo e nipote di Fabio, lo fa con una leggerezza che – sinceramente – ci ha stupito: “Fin da ragazzino sento gente che chiacchiera alle mie spalle e mi dà del raccomandato – ci ha raccontato in Esclusiva per Fanpage – ma credo che non sia neanche il caso di rispondere. Io sono orgoglioso del cognome che porto, so da dove vengo e qual è stato il mio percorso. Nessuno mi ha regalato nulla e tutto quello che ho conquistato, me lo sono guadagnato. Se avrò un futuro nel mondo del calcio, dipenderà solo da me e da quello che farò sul campo”. Dopo aver vinto un Torneo di Viareggio da Capitano del Sassuolo, oggi Adrian (classe 2004) – come si diceva una volta – si sta facendo le ossa al Novara ma senza mettere limiti alle ambizioni. Napoli non è solo famiglia, ricordi ed emozioni, ma anche un sogno da coronare…
Partiamo proprio dalla “tua” città, dunque: perché – al di là che tu abbia lasciato Napoli giovanissimo – immagino che il legame resti…
“Ovvio, anche perché lì c’è tutta la nostra famiglia. Napoli è la nostra città da sempre e abbiamo un legame viscerale che non si esaurirà mai, anche se la professione ci porta in giro per l’Italia e per il Mondo”.
Conosciamo tutti la passione di Napoli per il Napoli calcio: com’è stato crescere da “figlio del Capitano”?
“Mah, sai, quando sei piccolo non ti rendi tanto conto, pensi che siano cose normali. Solo con il tempo realizzi che andare a Castelvolturno e fare due passaggi con Hamsik, Lavezzi o Cavani non è proprio cosa da tutti i giorni (sorride, n.d.r.)”.
Ma i tuoi compagni di scuola non ti stressavano? E com’era andare in giro per Napoli con tuo papà?
“In realtà, mio padre ha fatto in modo di non trasmetterci alcuna pressione, oggi che sono grande mi rendo conto di quanto possa essere stato difficile, ma noi vivevamo una vita assolutamente normale. Certo, gli amici mi chiedevano “notizie”, ma noi non sapevamo veramente nulla di quello che mio papà o la squadra stessero vivendo, vedevamo solo il bello, diciamo così”.
Tu, però, avevi la fortuna di frequentare Castelvolturno: chi era il tuo idolo di quel Napoli?
“Ovviamente, il mio idolo era mio papà, volevo diventare come lui. Tra gli altri giocatori, adoravo Cavani, perché non mollava nulla, dava l’anima e a me piacevano, e piacciono ancora, quelli che sudano e onorano la maglia. Anche io, oggi, cerco di farlo sempre. Di Cavani avevo anche la gigantografia in camera e conservo ancora una foto con lui in cui si vede tutta l’emozione di un bimbo che incontra il suo idolo”.
Dunque eri uno dei pochi bambini senza cresta alla Hamsik in quel periodo a Napoli?
“Io avrei voluto, ma mia mamma non era d’accordo (sorride, n.d.r.). Al massimo mi era consentito tirarmi su i capelli con il gel. Insomma, ero un po’ il “pezzotto” di Marek (ride, n.d.r.)”.
Qual è l’episodio a cui ti è capitato di assistere e che racconta la passione di Napoli per il Napoli?
“Ti posso raccontare un aneddoto che riguarda la nostra famiglia e che mi ha fatto capire la riconoscenza che Napoli ha nei confronti di mio papà: in occasione dell’ultimo Scudetto, stavamo andando allo stadio a vedere la partita con il Cagliari (23 maggio 2025, n.d.r.) e – per arrivare – abbiamo dovuto attraversare tutta Fuorigrotta a piedi. Abbiamo fatto tutta la strada tra abbracci, foto e cori. Cantavano tutti: “Un Capitano, c’è solo un Capitano”. E’ stato un bel momento per tutti, per me – poi – è stato un grandissimo orgoglio”.
Quel giorno hai vissuto l’emozione più grande al Maradona?
“E’ stata una bella emozione, sì, anche perché quando il Napoli aveva vinto lo Scudetto nel 2022, ho rosicato di brutto (sorride, n.d.r.). Mio papà e mio fratello erano allo Stadio, e alla fine della partita sono andati a cantare in curva con i tifosi, mentre io ero a Modena (giocava nella Primavera del Sassuolo, n.d.r.) e sono andato in giro a fare i caroselli. Il giorno dopo mi son presentato all’allenamento con la maglia del Napoli! Al Maradona, però, ho vissuto tanti bei momenti, alcuni forse anche più emozionanti…”.
Cosa c’è di più emozionante che festeggiare uno Scudetto al Maradona?
“Ricordo Napoli-Manchester City di Champions League (22 novembre 2011, n.d.r.). Il Napoli tornava in Champions dopo ventun anni. Papà era Capitano in quella partita. Io non ho mai più sentito un boato più forte in uno stadio del “The Champions” alla fine della canzoncina. A ripensarci mi vengono ancora i brividi. Poi è stata una partita fantastica, il Napoli ha vinto e ha superato la fase a gironi. Una notte magica”.
Cosa ti manca di Napoli e qual è la prima cosa che fai quando torni?
“Sarò un sentimentale, ma mi manca soprattutto la famiglia, per cui quando torno vado a salutare tutti i parenti. Poi mi piace passeggiare per la città, il lungomare, i vicoli. Quella è una cosa che mi fa sentire proprio a casa”.

Ma riesci a farlo in anonimato o qualcuno nota la somiglianza?
“Ma sì, dai, non sono così famoso, non mi si fila nessuno (sorride, n.d.r.). Ogni tanto capita che qualcuno mi riconosca, ma più che altro perché mi dicono che assomiglio tanto a mio zio (Fabio Cannavaro, n.d.r.). Quindi ogni tanto qualcuno chiede, ma niente di che…”.
Invece, in campo, assomigli più a tuo papà o a tuo zio?
“A me basterebbe anche essere un mix (sorride, n.d.r.). A parte gli scherzi, io mi sono sempre ispirato a mio papà, ma fisicamente sono più simile a mio zio. Detto questo, è impossibile fare paragoni, parliamo di due grandissimi giocatori che, a modo loro, hanno fatto entrambi la storia del calcio, papà da Capitano del Napoli e mio zio Fabio sappiamo tutti quello che ha fatto. Io sto solo mettendo tutto l’impegno per fare la mia strada e poi vedremo…”.
Quanto ha pesato però l’etichetta Cannavaro sulle tue spalle?
“A me personalmente, per nulla, è stato forse più un peso per gli altri. Io l’ho sempre vissuta con serenità. So che i paragoni sono inevitabili, ma so anche che giocatori come papà e zio ne nascono pochi…”.
Qualcuno ti ha mai dato del raccomandato?
“Gente che non ha di meglio da fare nella vita che sparlare, ce n’è tanta e qualcuno l’ha anche fatto alle mie spalle, ma sinceramente non mi interessa, non ho mai risposto perché credo che non ne valga nemmeno la pena. Io so quanto impegno ci ho messo, e quanto ne sto mettendo ora per coronare il mio sogno”.
Per altro, della “dinastia” Cannavaro, sei rimasto solo tu nel calcio professionistico: né i tuoi cugini Christian (classe ‘99, figlio di Fabio) e Andrea (classe 2004, sempre figlio di Fabio), né tuo fratello Manuel (classe 2004) sono riusciti a sfondare…
“Io sinceramente non ci ho mai fatto caso. E, comunque, mio fratello gioca in Eccellenza (all’Albanova 1964, n.d.r.), ma solo perché l’anno scorso in Serie D si è rotto il crociato. Sono convinto che appena recupererà la forma tornerà ai suoi livelli (ha giocato anche nel Taranto in Serie C, n.d.r.)”.
Ecco, ma se dovessi chiudere gli occhi e immaginarti da qui a qualche anno, come ti vorresti vedere?
“In scivolata, al Diego Armando Maradona, con la maglia del Napoli, a salvare un gol sulla linea della porta, con dietro la Curva…”.
Io pensavo in mezzo al campo a sollevare una coppa tutta d’oro come tuo zio…
“Beh, non volevo esagerare (sorride, n.d.r.)”.
Tornando all’attualità: cresciuto nel settore giovanile del Sassuolo, un Viareggio vinto da Capitano e… poi?
“Poi la società ha fatto le sue scelte. Mi ha comunicato che non avrei potuto continuare con loro e mi hanno detto di cercarmi una squadra. Ho parlato con il Novara, mi è piaciuto il progetto che avevano in mente per me e sono venuto qui con grande entusiasmo”.

Ti aspettavi qualcosa di diverso? Insomma, il Capitano della Primavera che ha vinto il Viareggio meritava una chance in prima squadra?
“Io ci speravo, ma è giusto che la società faccia le sue scelte. Sarò sempre grato al Sassuolo per quello che abbiamo vissuto insieme e anche il fatto di avermi comunicato l’addio a fine stagione con largo anticipo, in modo da consentirmi di trovare un’altra squadra per tempo, l’ho vista come una forma di rispetto nei miei confronti. Per cui ho ancora un ottimo rapporto con tutti, chissà che un domani non ci si possa ritrovare…”.
Di quella squadra che ha vinto il Viareggio, però, solo Cinquegrano è arrivato in Prima Squadra: è il solito problema del calcio italiano che non dà chance ai giovani?
“Sì, un po’ è così in Italia: se guardi le rose delle squadre estere, sono piene di giovani, mentre qui si fa un po’ di fatica a lanciare i ragazzi. Ad ogni modo, se Cinquegrano è in Prima Squadra è perché se l’è meritato. Per altro, anche lui ha fatto un paio di anni in Serie C. Certamente ci sono tanti giovani in prestito in questa categoria che forse avrebbero meritato maggior spazio, ma sono convinto che se uno è forte, prima o poi avrà la sua opportunità”.
A proposito, come procede la tua avventura al Novara? Quest’estate sembrava dovessi andare via, poi è iniziato il campionato, sei quasi sempre partito titolare e hai trovato anche il primo gol tra i professionisti…
“Sì, vabbé, ma per me l’estate è sempre il periodo più stressante dell’anno. Scherzo con i miei agenti: dico sempre che la prima volta che passerò un’estate tranquilla ci sarà da preoccuparsi (sorride, n.d.r.). Comunque sì, sembrava dovessi andare via, ma alla fine avevo parlato con la società, con il mister (Birindelli, poi esonerato, n.d.r.) e ho pensato di rimanere per giocarmi le mie carte. Alla fine sta andando bene e sono contento di quello che ho fatto finora”.
Il primo gol tra i professionisti: che emozione è stata e che pazzia hai fatto per festeggiarlo?
“Emozione tanta, pazzia nessuna. Mio papà, fin da piccolo, mi ha dato pochi consigli, ma uno che ho ben impresso in mente, perché me lo ripeteva in continuazione, è quello di rimanere sempre con i piedi per terra, perché quello che hai fatto oggi, domani non se lo ricorda nessuno”.
Che papà è stato Paolo nella tua crescita di calciatore? Presente o addirittura pressante?
“No, zero pressing, quello solo in campo (sorride, n.d.r.). Si vedeva che ci teneva, ma ha sempre cercato di non darlo a vedere. Diciamo che mandava messaggi subliminali, ci ha sempre messo un pallone tra i piedi, ogni tanto ci dava qualche consiglio, ma non è mai stato invadente”.

E, oggi, che vive anche così lontano (è l’allenatore in seconda della nazionale dell’Uzbekistan di cui Fabio è Commissario Tecnico), ha modo di seguirti e avete modo di confrontarvi?
“Sì, certamente. Riesce a vedere le mie partite e – poi – ci sentiamo sempre per discuterne. Mi dà qualche consiglio, ma anche oggi è sempre misurato. Per intenderci, non mi ha mai detto bravo, per non farmi montare la testa (sorride, n.d.r.). Proprio nella gara contro il Cittadella (10 ottobre, nona giornata di Serie C Girone A) è venuto allo stadio a vedermi. Era di ritorno dall’Uzbekistan ed è atterrato a Milano, in modo che potessimo passare qualche giorni insieme. Mi ha fatto piacere, perché erano quattro anni che non vedeva una mia partita dal vivo, peccato per il risultato… (0-2 per il Cittadella, n.d.r.)”.
Ma invece tuo zio Fabio è uno che consiglia?
“Sinceramente non abbiamo potuto confrontarci spesso perché lui è uno che ha sempre girato tanto, dunque non abbiamo avuto tante occasioni per parlare. Quando ci vediamo o ci sentiamo, mi chiede sempre come stia andando e più che altro cerca di stimolarmi a tenere botta. Quando eravamo in Cina, però, qualche volta è capitato di essere sul campo insieme e – lì – qualche suggerimento me lo ha dato. Anche perché fisicamente siamo un po’ simili…”.
Il consiglio che ti sei accorto di usare ancora oggi?
“Mi ha sempre detto di lasciare un metro rispetto agli attaccanti più forti fisicamente, tenerli a distanza con il braccio e, poi, cercare di rubargli il pallone infilando la gamba tra le loro. Questo perché le punte grosse magari sono meno agili, per cui noi che siamo più piccoli, e non possiamo metterla sul fisico, possiamo comunque farci valere lo stesso (sorride, n.d.r.)”.
Beh, lui si è fatto valere abbastanza, direi, Campione del Mondo e Pallone d’Oro: hai qualche ricordo?
“Eh, io purtroppo ero molto piccolo, per cui ho in memoria solo i video che ho rivisto centinaia di volte, fino a consumarli…”.
Quante volte hai sentito il Kannnnavaro di Caressa?
“Un sacco e devo dire che – ogni volta – fa un certo effetto… (sorride, n.d.r.)”.
Allora, tra i sogni, ci mettiamo anche quello di risentire un telecronista urlare Kannnnnavaro in una finale dei Mondiali?
“Ma magari (sorride, n.d.r.). A parte gli scherzi, meglio fare un passo alla volta. Adesso il mio obiettivo è fare bene con il Novara. Certo, mi piacerebbe arrivare almeno in Serie A, ma non ho fretta. Lavoro duro per riuscirci, ma non è un’ossessione. Di sicuro, se capiterà, è perché me lo sarò meritato…”.