Non voglio soldi per me però pagate ai miei collaboratori i due anni di stipendio che ancora spettano loro in base al contratto.

Fu così che Gennaro Gattuso, "ringhio" per gli amici (pochi) e per gli avversari (tanti), disse addio al Milan. E badate che per uno come lui, che al Milan deve tutto e per il quale il Milan è stato tutto, staccarsi da quella panchina, dall'ambiente rossonero, da quell'inferno nel quale è riuscito perfino a portare il ‘diavolo' a un passo dalla Champions, da quel club che lo ha accolto ragazzino e l'ha fatto uomo, è stato come un graffio sul cuore. "Questa società è patrimonio dell’Unesco, altro che Manchester City e Psg: loro sono senza storia", lui ne ha scritto una delle pagine più belle "da tifoso, capitano e presidente". Brucia ancora.

E anche in virtù di quel blasone, di tutto ciò che ha rappresentato, guardò negli occhi l'amministratore delegato, Ivan Gazidis, e gli spiegò che per sé nulla voleva, non mandò schiere di avvocati in avanscoperta, né fece fuoco e fiamme a margine di una stagione nella quale s'era preso (anche troppe) colpe che non erano sue. Ci aveva messo la faccia, aveva dato tutto e andò via a testa alta. Da professionista, non da ammutinato.

Se avesse voluto, in quel Milan che non era (e non è ancora) padrone del proprio futuro, non avrebbe faticato a trovare ragioni per ribellarsi né a fabbricare alibi. Ma lui è ‘ringhio', considera "la predisposizione alla fatica quasi una malattia". E che sarebbe stata difficile, che non sarebbe stata una passeggiata di salute, lo capì fin dal primo momento, quando Brignoli (il portiere del Benevento lanciatosi all'attacco per disperazione) segnò un gol pazzesco e ne scandì così l'esordio al posto di Vincenzo Montella. "Sarebbe stata meglio una coltellata che prendere questo gol", rivelò Gattuso. È la legge del calcio, sa che in campo va così: a volte è indulgente e ti perdona altre ti punisce in maniera inesorabile, ti va male o ti va bene. E a lui andò bene nel 2003. Ricorda come fosse ieri la (s)fortuna di Kallon e quel tiro che sembrava gol: "Il mio derby preferito è quello di Champions, con la parata di polpaccio di Abbiati che salvò la qualificazione".

Il Napoli che passa da Ancelotti, un allenatore che ha vinto tutto (ma sotto il Vesuvio gli è andata male come a Monaco), a Gattuso, un tecnico che ha una carriera breve alle spalle, non è per forza un passo indietro. Come sempre, i risultati del campo saranno l'unico metro di valutazione tangibile. Una scommessa? Sì. Un azzardo? Certo. E non è il primo nella storia del club. "Ringhio" ha spalle grosse abbastanza per mettersi all'opera sfidando la diffidenza di quanti lo ritengono inadeguato, non all'altezza. Anche lui ha la valigia pronta, sempre che tutto non cambi da un momento all'altro e sia costretto a disfarla. Nel bagaglio a mano metterà poche cose utili che lo hanno sempre accompagnato e fanno parte del corredo accessorio di quella "fame addosso" che ne ha contraddistinto il modo di giocare.

  • L'umiltà: "Quando vedo giocare Pirlo, quando lo vedo col pallone tra i piedi, mi chiedo se io posso essere considerato davvero un calciatore".
  • La cultura del lavoro, spirito di sacrificio e niente chiacchiere: "Io sono quello che la gente vede. Perché so bene che nella vita, come nel calcio, i palloni gonfiati fanno poca strada".
  • Il rispetto delle regole che sono alla base di un gruppo: "A vent’anni mi sono fatto la barba in spogliatoio e non ho pulito il lavandino. Costacurta mi diede uno schiaffetto e mi disse: Non è casa tua, vai a pulire". 
  • La determinazione di chi come Antonio Conte "sembra Al Pacino in Ogni maledetta domenica".
  • La disciplina della sopravvivenza che ti rende ruvido ma senza trascurare il lato umano. "A Glasgow c’era un ragazzo più o meno della mia età che mi voleva pulire le scarpe. Mi sembrava umiliante per lui. Io le scarpe me le pulivo da solo".
  • Quel mai mollare del ‘paròn Rocco', in campo come nella vita, che aiuta a dare forma ai sogni. E pensare che da ragazzino voleva fare il pescatore: "Fino a 13 anni ho giocato solo sulla spiaggia, non so tirare le punizioni e non so come si fa un assist, eppure ho vinto un Mondiale".

Dal comandante in tuta che in vita sua non aveva "mai chiesto un cazzo a nessuno" e costruì un'avventura bellissima partendo da zero, al calciatore che s'è fatto allenatore in un "ringhio". Napoli non è fatta per un leader calmo. Non lo vuole, non lo capisce. Non lo digerisce. Brucia in fretta i Masaniello e mal tollera i "reucci di maggio". Napoli è tutto un sogno coccolato nel ventre molle della città che venera un solo D10s in terra, il campione del popolo. "Mai chiesto autografi in via mia. Lo avrei chiesto volentieri a Maradona, ma non ho mai avuto il piacere di incontrarlo". Magari Gattuso lo avrà. Prima, però, dovrà tornare a far battere il corazon a quel San Paolo che oggi è un tempio spoglio.