Cristian Llama: “Simeone a Catania era un malato. Col primo stipendio dissi a papà: basta lavorare”
“Tutto bbbbene”, ci risponde Cristian Llama. Così, in perfetto accento siciliano. Glielo facciamo notare e lui scoppia a ridere: “Eh lo so, me lo dicono in tanti, sono siculo-argentino ormai”. Già, perché Cristian l’Argentina ce l’ha nel cuore, e sul passaporto, ma di fatto è siciliano d’adozione. Dopo aver mosso i primi passi nell’Arsenal di Sarandi, infatti, è arrivata la chiamata che gli ha cambiato la vita. Giungeva da Catania, quella che poi sarebbe diventata la sua città, oltre che la sua squadra: “All’inizio non sapevo nemmeno dove fosse, la cercavo su Google – ci racconta in Esclusiva per Fanpage.it –. Ora in Sicilia ho trovato la mia dimensione”. E, infatti, dopo un lungo girovagare per il Mondo, passando da Firenze, Argentina, Messico, è tornato proprio lì, per viverci, ma anche per togliersi le ultime soddisfazioni di una carriera che, a 39 anni, non smette di regalare successi. L’ultimo all’Akragas, squadra di Agrigento con la quale si è tolto la soddisfazione di vincere il campionato di Promozione, e la Coppa Italia di categoria, scatenando l’entusiasmo in città. E quando gli chiediamo cosa lo spinga, a 39 anni, a calcare ancora un campo di calcio, Cristian ci regala una delle risposte più romantiche mai ricevute: “Lo faccio perché nella vita bisogna sempre darsi degli obiettivi: io mi sono ripromesso di far vivere a Totò, il nostro magazziniere, almeno una partita in notturna, con i riflettori accesi. Finora abbiamo sempre giocato di pomeriggio, ma se andiamo su di categoria, prima o poi arriverà quel momento…”.
Allora cominciamo proprio da quest’ultima annata: cosa ha rappresentato per te questa esperienza all’Akragas?
“È stato bellissimo perché in città si respirava entusiasmo. Io sono un tipo tranquillo, non esco spesso, accompagno solo i miei figli al mare, per cui non “sentivo” l’umore durante la settimana, ma quando giocavamo la domenica, c’era un clima meraviglioso. Sono contento di aver contribuito a dare questa gioia a tutto l’ambiente, perché dopo tanti anni difficili, si meritava una soddisfazione del genere”.
Ma a trentanove anni, dopo una lunghissima carriera, non sei un po’ “stanco” di ritiri, allenamenti e sacrifici? Chi te lo fa fare?
“Ti potrei dire che questo è il mio lavoro, per cui di certo non lo facciamo gratis: facciamo quello che ci piace e per di più ci pagano per farlo, meglio di così (ride, n.d.r.). A parte gli scherzi, non è certamente questo che mi spinge: il pensiero di poter aiutare i miei compagni ed il club a raggiungere un obiettivo così importante per la città, è stata la mia benzina”.
E ora? Qual è il prossimo step della carriera e della vita di Cristian Llama?
“Conto ancora di giocare qualche anno. Ho promesso a Totò, il nostro magazziniere, che gli avrei fatto assistere ad una partita dell’Akragas in notturna, con i riflettori accesi. Dobbiamo sempre porci degli obiettivi, non importa quanto siano importanti per gli altri, è fondamentale che lo siano per noi e per le persone che ci circondano”.
La carriera da calciatore, però, è inevitabilmente a termine: hai già pensato cosa fare in futuro?
“Sto già studiando come allenatore e come direttore sportivo, ma per il momento mi sento più a mio agio in quest’ultima veste. Mi piace analizzare i giocatori, seguirli e immaginare il loro percorso di carriera. Se dovessi scegliere, in questo momento mi indirizzerei su una carriera da DS”.
Dunque, fra qualche anno ti ritroveremo Direttore del Catania?
“Magari (sorride, n.d.r.), ma ne devo fare di strada per guadagnarmi quell’opportunità. Certamente per me sarebbe un sogno, Catania mi è rimasta nel cuore, lo sanno tutti, lì ho vissuto i migliori anni della mia carriera, ma anche della mia vita. Adesso, però, è decisamente prematuro pensare a cosa possa succedere in futuro. Per ora voglio ancora concentrarmi sul campo e magari dare altre soddisfazioni a questa gente”.
A Catania hai avuto davvero grandi maestri, in campo e fuori…
“Eh già, se penso che i miei allenatori sono stati Baldini, Simeone, Zenga, Mihajlovic e Montella, non posso proprio lamentarmi (sorride, n.d.r.). Grandi professionisti, in campo e in panchina, ma – soprattutto – grandi uomini. E, poi, come Direttore ho avuto un “Signore” come Lo Monaco, che mi segue ancora. Qualche tempo fa mi ha chiamato dopo una partita e mi ha detto: “Ti ho visto eh, ma quelle cose le dovevi fare a 23 anni non a 39, mannaggia a te!”. Ogni tanto ripensiamo a quello che è successo: “Avevi quattro o cinque squadre che ti volevano e tu cosa mi combini? Ti vai a rompere il ginocchio…””.
So che fa male, ma ricordiamolo per i nostri lettori: stagione 2009/2010, Serie A, Cagliari-Catania il ginocchio fa crack. Cosa hai pensato in quel momento?
“Ovviamente c’è stata tanta delusione, anche perché stavo facendo un’ottima stagione e già si diceva che, a fine anno, sarei finito in qualche squadra importante. Invece, quel momento ha cambiato tutto. E non solo per quell’anno, perché da quell’infortunio non mi sono mai ripreso completamente, ho sempre avuto la sensazione che il ginocchio non funzionasse più come prima. Il recupero è stato lunghissimo, tipo sette-otto mesi di sofferenza e, poi, quando sono rientrato, ho dovuto fare un altro intervento di pulizia, perché sentivo ancora dolore e mi si gonfiava. È stato davvero un periodo bruttissimo…”.
Come l’hai superato?
“Con la passione e con l’aiuto delle persone che ti vogliono bene, non esiste ricetta migliore. Anche perché quelle che fingono di volerti bene, in quei momenti spariscono. L’infortunio è un po’ come l’Autan: quando lo spruzzi, vedi tutte le zanzare che scappano (ride, n.d.r.). Ad ogni modo, ce l’ho messa tutta, anche se non è stato facile. Anche perché, quando sono rientrato mi sono trovato uno come Papu Gomez, con cui avevo giocato all’Arsenal di Sarandì, e al quale voglio un mondo di bene, ma alla fine se gioca lui, non giochi tu. E quando hai certi giocatori davanti, diventa difficile rientrare”.
In quei momenti immagino che i brutti pensieri si affollino nella testa di un calciatore: mai pensato di non farcela o mai avuto paura per il futuro?
“In quei momenti cerchi di rimanere concentrato su quello che devi fare per rientrare, anche se non è facile. Anche perché avevo solo 24 anni, ero nel mio momento migliore e un po’ di timore inevitabilmente c’è. Fortunatamente sono cresciuto in una famiglia umile, che mi ha insegnato quali sono i veri valori della vita”.
Parliamo un po’ della tua famiglia e dei tuoi inizi: mamma e papà ti hanno sempre sostenuto?
“Sì, soprattutto mio papà, che in me vedeva una sorta di riscatto. Anche lui ha giocato a calcio, arrivando fino in Serie B, ma poi ha dovuto smettere. I suoi genitori non credevano che potesse diventare un calciatore e, poi, aveva anche un problema all’anca che lo perseguitava. Quindi, fin da piccolo mi ha tramesso tutta la sua passione e ha fatto di tutto perché riuscissi a coronare il mio sogno, che – alla fine – era un po’ anche il suo. Ancora oggi quando ci sentiamo si informa: “Come stai? Come va il ginocchio?”. Per lui sono sempre quel ragazzino che sognava di diventare calciatore (sorride, n.d.r.) ”.
Immaginiamo l’emozione quando hai esordito in prima squadra…
“No, non puoi immaginare (sorride, n.d.r.). Giocavamo in casa in Copa Sudamericana, dunque una partita importante. C’era tutta la mia famiglia: genitori, fratelli, zii e cugini fino al decimo grado! È stato un momento speciale per tutti, anche perché la nostra era una famiglia umile e vedere un parente raggiungere un obiettivo così importante, rappresentava un orgoglio per tutti”.
È quello il momento nel quale hai capito di avercela fatta?
“No, era troppo presto. In realtà non ho mai pensato di avercela fatta, anche se il trasferimento in Europa è stato un bel momento, perché rappresentava davvero un sogno che diventava realtà”.
Allora, ripercorriamo i momenti positivi di questa esperienza: quale il più bello?
“Non ce n’è uno in particolare, ma sono estremamente felice di avere avuto la possibilità di lavorare con tanti bravissimi allenatori, che magari ai tempi non erano ancora nel pieno della loro carriera, ma che comunque avevano già idee e personalità. Poi, vabbé, ogni 17 gennaio ormai è come fosse il mio compleanno, mi arrivano centinaia di messaggio con video del mio gol a Marassi contro la Sampdoria. In tanti dicono che sia stato il gol salvezza, perché da quel momento in poi abbiamo cominciato a volare…”.
Sulla panchina di quel Catania, c’era Mihajlovic: che rapporto avevi con lui?
“Bellissimo, aperto e diretto, come lui. Un grande allenatore, ma soprattutto un grande uomo. Mi ricordo il primo giorno: facciamo cerchio a centrocampo e lui comincia a parlare con il suo modo particolare, con inflessione serba e tono profondo. Ad un certo punto fa: “Dov’è Llama? Ah, eccoti: mi hanno detto che tu calci un po’ come me…”. Io – timidissimo – gli rispondo: “Eh Mister, ma io non ti conosco, non ti ho visto giocare”. Mi ha risposto: “Non ti preoccupare, nemmeno io ti conosco. Adesso tocca a te dimostrarmi chi sei”. E tutti a ridere”.
Ti ricordi il momento in cui hai saputo della sua scomparsa?
“È impossibile da dimenticare: purtroppo ero in Argentina, l’ho scoperto dalla televisione e per me è stato un brutto colpo, perché avevo un grandissimo rapporto con il Mister. Quello che dico sempre, però, è che – chi lo ha conosciuto davvero – avrà sempre un po’ di Sinisa nel suo cuore. Una persona splendida”.
Che effetto ti ha fatto, invece, vedere Baldini sulla panchina della Nazionale?
“Sicuramente strano, perché era difficile immaginare che potesse diventarlo quando l’ho avuto io a Catania (2007/2008, n.d.r.). L’altro giorno vedevo delle immagini degli allenamenti degli Azzurri e ho visto un esercizio che faceva fare anche a noi, quello con l’occhio bendato. Quando ce l’ha fatto fare abbiamo pensato fosse pazzo (ride, n.d.r.): alla fine su alcune cose puoi essere d’accordo e su altre meno, ogni allenatore ha i suoi metodi, ma – da quello che ho visto – mi sembra che stia facendo un buon lavoro con i ragazzi. E visto che poi saranno questi ragazzi ad andare in Nazionale, perché non dargli fiducia? Alla fine hai provato con allenatori sulla carta più importanti e hanno fallito, perché non dare una chance anche a lui? Poi magari ti accorgi che fa meglio di tanti altri colleghi sulla carta più qualificati…”.
E Montella che impressione ti aveva fatto? Strano rivederlo ai Mondiali, no?
“Mi aveva fatto un’ottima impressione, lui ma anche tutto il suo staff. Ha creato un team di professionisti molti bravi, che lo hanno seguito dappertutto. Oltre alle sue capacità, i suoi collaboratori sono il “segreto” del suo successo. Con lui sono stato benissimo, è stato lui a volermi a Firenze, anche se poi l’esperienza non è andata benissimo”.
Hai anche saggiato un Simeone alle prime armi: avevi capito subito che sarebbe potuto diventare uno dei migliori tecnici al Mondo?
“Assolutamente sì, perché è malato (sorride, n.d.r.). Incredibile, davvero, mai visto uno così determinato. Vederlo ancora oggi scatenato a bordo campo, mi ricorda i bei tempi di Catania. Mi porto dietro i suoi insegnamenti, ti faceva spingere un metro più in là anche quando non ne avevi più. Ci ha fatto capire quanto fosse importante fare una corsa per il compagno. A volte so di essere un rompicoglioni e che i ragazzi non mi sopportano, ma adesso sono io che glielo ripeto e alla lunga capiranno quanto sia importante. E, questo, me lo ha fatto insegnato il Cholo”.
Sempre parlando di allenatori: tu hai giocato con Aquilani, che impressione di fa vederlo oggi in panchina?
“Bella sensazione, perché mi sembra un ragazzo pulito, che è arrivato lì senza scorciatoie. Già alla Fiorentina era un giocatore molto tattico, si vedeva che leggeva bene la partita. Oggi lo vedo certamente più maturo, ma con una grande passione che può portarlo davvero lontano”.
Torniamo ad oggi: cosa hai trovato in Sicilia che ti ha legato così tanto al nostro Paese?
“La gente è meravigliosa, un po’ come da noi in Argentina. C’è passione, socialità, amicizia, io e tutta la mia famiglia ci siamo sentiti a casa fin dal primo giorno e, oggi, ci sentiamo siciliani d’adozione. I miei figli sono proprio siciliani e vederli crescere in questa terra che ci ha dato tanto, è una bella sensazione”.
Ma ti ricordi cosa hai pensato quando ti hanno detto “Vai a Catania”?
“La prima cosa che ho fatto è stata quella di andare a vedere dove fosse (sorride, n.d.r.). Puoi immaginare, io sono cresciuto in un barrio di Buenos Aires, non è che sapessi molto di quello che c’era fuori dall’Argentina. Per me, però, rappresentava una grande occasione, perché fin dall’inizio uno dei miei obiettivi era quello di venire a giocare in Europa. Per me era il coronamento di un sogno”.
Ti ricordi cosa ti sei regalato con il primo stipendio “sostanzioso”?
“Sono cresciuto in una famiglia umile, che mi ha sempre insegnato quale fossero veramente le cose importanti della vita. E, soprattutto, di chi fidarsi, perché nel nostro ambiente ci sono personaggi che ti girano attorno come squali, solo per approfittarsi di te. Per cui, appena ho cominciato a guadagnare un po’ di soldi, ho detto a mio papà di smettere di lavorare. Lui faceva il macellaio e, con il suo problema all’anca, soffriva tantissimo. La mia soddisfazione maggiore è che – con il mio “lavoro” – sono riuscito a garantire una vita tranquilla a tutta la mia famiglia, dai miei genitori ai miei fratelli, fino a mia moglie e ai miei figli. Questa è la mia vittoria più bella”.
Qual è la prima fotografia che ti viene in mente di Catania?
“La prima cosa che ho pensato è stata: “Ma questi sono matti, mangiano il gelato col pane”. Per me era una cosa assurda. Tutti mi prendevano in giro perché noi mangiamo la pasta con il pane, ma io rispondevo: “Ma parlate proprio voi che mangiate la brioche con il gelato o con la granita?”. Abbiamo riso tanto su questa cosa, adesso però non riusciamo a farne a meno (sorride, n.d.r.)”.
Visto che stiamo parlando di cose “leggere”: il compagno più simpatico?
“Tanti, ma ricordo con piacere Luca Toni, perché quando ci siamo incrociati (Fiorentina 2012/2013 n.d.r.) lui era già Campione del Mondo e poteva anche tirarsela un po’, invece era un ragazzo disponibilissimo e, soprattutto, divertente. Teneva sempre su l’umore dello spogliatoio. Ah, vabbé, poi c’è Morimoto, ma lui è un capitolo a parte. Un personaggio. Mi diceva: “Cri, Cri, vieni qui ti devo dire una cosa”. E poi mi alitava in faccia. Una puzza d’aglio… Io non so cosa mangiasse, ma era una roba insostenibile. Noi lo prendevamo sempre in giro e lui si vendicava così (ride, n.d.r.)”.
Quale, invece, il compagno più forte?
“David Pizarro. Un fenomeno vero. Io l’ho incontrato alla Fiorentina che già un po’ si amministrava, ma faceva ancora la differenza. Che giocasse contro l’Inter, il Milan, la Juve o l’ultima in classifica, non faceva differenza. Vedevi questo frugoletto alto poco più di un metro e sessanta e pensavi “Madonna Santa che giocatore”. Grandissima personalità”.
Qual è il sogno che il piccolo Cristian ha realizzato e quale – invece – quello che il professionista Llama non è riuscito a coronare?
“Fin da piccolo, il mio obiettivo è sempre stato quello di venire a giocare in Europa, dunque esserci riuscito è stata una grande soddisfazione. Da “grande”, invece, avrei voluto vincere uno Scudetto, ma purtroppo non è stato possibile”.
Dunque è questo il rimpianto più grande?
“No, il rimpianto più grande è l’infortunio e non sapere come sarebbe potuta essere la mia carriera senza quell’incidente. Lo Monaco me lo dice sempre: “Ti dovevo vendere a tre-quattro squadre fortissime, ma proprio in quel momento ti dovevi infortunare?”. Oggi ci ridiamo su, ma è ancora dura da accettare”.