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Cosa significa la ginga nel calcio: lo stile di gioco di Pelè

Colpo di testa, palleggio, cambio di passo, pressing e dribbling veloce, tiro spettacolare: la storia del calcio brasiliano raccontata attraverso la ‘ginga’, il passo base della capoeira applicato al calcio bailado. Quello riscattato da Pelè, un ragazzo di soli 17 anni che portò il Brasile sulla vetta del Mondo nel 1958, facendo ritrovare unità, passione e identità ad un intero Paese.
A cura di Alessio Pediglieri
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La storia di Pelé, inserito nella lista tra le "20 persone più importanti del ventunesimo secolo", è quella di un ragazzo, Dico, che partito dal nulla, grazie al pallone è arrivato a essere un uomo con ‘tre cuori‘, raccogliendoli da Três Corações, il posto in cui è nato: "Dove sono nato, dove sono cresciuto, dove ho giocato a calcio. Tutto questo ha dato anche a me tre cuori”. E per capire l'epopea di un campione assoluto, dentro e fuori il campo è forse utile partire proprio dalla fine di quella immensa carriera, quando durante il suo ultimo match il 1° Ottobre 1977, allo Giants Stadium, di fronte a settantacinquemila tifosi, Pelé gridò al cielo “Amore! Amore! Amore!”.

Amore, per il calcio, amore per la vita, amore per le sue origini, umili che si rispecchiarono in quel modo di intendere le proprie virtù con la palla tra i piedi. Pelè in Brasile è amato, rispettato, ricordato soprattutto per questo: per aver consegnato al Santos prima e alla Nazionale poi, le radici di un intero popolo, riscattandole nella maniera più sublime, coinvolgendo un intero Paese. Con un calcio ‘sporco' nella forma ma ‘pulito' nella sostanza, e che ha permesso proprio per questo al Brasile, attraverso la figura di Pelè, di ritrovare la propria identità.

Cos'è la ginga nel calcio: il significato

Il Mondiale del 1958 è un'altra data fondamentale per comprendere l'importanza che Pelè ha avuto nella storia del suo Paese: riscatta il Brasile contro i padroni di casa svedesi (5-2 in finale con doppia perla del giovane O'Rey). E riscatta le umili origini del calcio brasiliano, mostrando a tutti la sublimazione massima del gioco della nazionale, indicato in un termine intraducibile, la ‘ginga'.  Un calcio ‘bailado', tipico verdeoro ma fino all'avvento di Pelè vissuto con un complesso di inferiorità perché umile, povero. Non è un caso se la parola deriva infatti dal gergo della ‘capoeira', antica danza-lotta simulata praticata dagli schiavi africani in Brasile come forma di resistenza fisica e culturale al dominio dei portoghesi.

In Svezia, Pelè trasforma la ‘ginga' nella sua massima espressione, conquistando un Mondiale straordinario e che avrà un effetto importante sull'identità di un intero Paese: riconoscere e accettare la convivenza di diverse culture e tradizioni. Un calcio giocato e vissuto, che valorizza la diversità attraverso un gioco “grezzo”, viscerale, scomposto, ballato.

Trasformando questa peculiarità in una ulteriore ricchezza, nel gioco e nella cultura. Da condanna la ginga si trasforma in identità:  colpo di testa, palleggio, cambio di passo, pressing e dribbling veloce, tiro spettacolare. La via per realizzare il sogno più grande, di un ragazzo di soli 17 anni che insegna ai compagni e ai connazionali ad amare un calcio giocato non come si dovrebbe fare ma come sanno, riscattando l'umiliazione del ‘Maracanazo' otto anni più tardi, al suono unico della ‘ginga'.

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