Claudio Gavillucci: “Gli arbitri hanno mutuo e rate da pagare, in questo sistema se sbagli perdi tutto”

L'inchiesta della Procura di Milano sul mondo arbitrale ha (ri)portato alla luce un quadro preoccupante e già noto: un sistema fragile, poco tutelato, eroso da malcontento interno, finanziariamente subordinato alla FIGC, che ha bisogno di riforme radicali. Nell'intervista a Fanpage.it, l'ex fischietto Claudio Gavillucci interviene in modo diretto sulle criticità dell'organizzazione, toccando i nodi più sensibili legati a indipendenza, pressioni economiche e credibilità delle decisioni in campo. Dalla mancanza di tutele per i direttori di gara fino al peso della cosiddetta "sudditanza mediatica", l'ex arbitro traccia un quadro controverso di un apparato che fatica a garantire piena autonomia e serenità operativa a chi dirige le partite ogni settimana. Con la spada di Damocle dei voti e della (eventuale) dismissione che pende tra capo e collo, e tutto quel che ne consegue a livello economico.
Qual è la posizione sui casi che coinvolgono Rocchi e Gervasoni: sono loro stessi vittime del sistema oppure hanno gravi responsabilità?
"Dal punto di vista umano sono vicino non solo a loro, ma anche agli altri indagati. Onestamente non ho elementi per giudicare nel merito, perché nelle carte ci sono pochissime righe. Posso dire però che trovo assurdo che persone che operano nell'ambito di funzioni discrezionali, dove è prevista anche la possibilità di errore, si ritrovino con un avviso di garanzia, come nei casi di Nasca e Di Vuolo. Per quanto riguarda Rocchi e Gervasoni, sono sicuro che sapranno spiegare davanti al magistrato quello che hanno fatto. Sul piano tecnico, le decisioni contestate – come gli episodi VAR – sono ritenute corrette: sia il rigore assegnato sia quello revocato sono stati interventi giusti. Se hanno agito, lo hanno fatto per ristabilire la verità del campo, non per alterare i risultati. E non sta me giudicare l'eventuale rilevanza penale dei loro comportamenti".
Perché emergono continuamente scandali nel mondo arbitrale?
"Il problema principale è strutturale. Chi viene dismesso è costretto a rivolgersi alla giustizia ordinaria, perché il sistema non garantisce tutele adeguate a chi ha dedicato una vita a questo mestiere. Questo porta a un effetto domino: cause legali frequenti, esposizione mediatica negativa, perdita di credibilità dell'intero sistema che così si distrugge dall'interno".
Gli arbitri hanno adeguate tutele come lavoratori?
"No. Uno dei nodi centrali è proprio la mancanza di tutele. Gli arbitri non hanno contratti strutturati come lavoratori sportivi né hanno le giuste garanzie. Questa precarietà incide direttamente sulla serenità e sull'indipendenza decisionale. Se perdono il ruolo, perdono tutto. L'unico modo per difendersi è andare in tribunale, e questo non è normale".

Il ricatto del gettone e la pressione mediatica. L'intreccio tra valutazione, voti e compensi (che tra parte fissa, bonus e indennità possono lievitare fino a 180 mila euro annui) appare perverso: quanto condiziona gli arbitri?
"Non parlerei di ricatto ma sono d'accordo che sia uno strumento di pressione che non lascia sereno l'arbitro nell'esercizio delle sue funzioni. Io l'ho vissuto… per noi ogni domenica era un vero ‘dentro o fuori'. L'errore non incide solo sulla gara ma sulla nostra carriera e sulla nostra vita quotidiana. Se commetto uno sbaglio che ha una grande risonanza mediatica, il danno economico è maggiore. Magari ho una famiglia e da pagare un mutuo, le rate della macchina e se perdo dei soldi, se vengo fermato oppure alla fine vado a casa perché dismesso, perdo il lavoro e una fonte di reddito. Tutto questo, nonostante dedichi buona parte del mio tempo alla preparazione e agli allenamenti. E questa mancanza di serenità è sicuramente un fattore che incide".
Soldi e struttura organizzativa: il sistema attuale garantisce l'indipendenza degli arbitri?
"No. Esistono due criticità principali: la dipendenza economica e quella tecnica. Gli arbitri hanno un contratto annuale con la Federazione, i cui vertici vengono eletti dalle leghe e dalle componenti federali. Stessa cosa vale per il designatore che l'AIA, sentito la Federazione, nomina con uno stipendio di 230.000 euro l'anno e che adesso ha un contratto biennale mentre prima era annuale. Questo genera un conflitto di interessi: chi controlla è, di fatto, controllato".
La separazione tra le due entità, AIA e FIGC, può essere una soluzione da cui ripartire per il futuro?
"Sì. L'idea che gli arbitri possano essere inseriti in strutture controllate da Federazione e leghe è assurda. Ci deve essere una distanza netta rispetto alle altre componenti che sono inviati a giudicare. E invece che succede? Nell'ultimo periodo si era paventato addirittura che gli arbitri di serie A e di serie B uscissero dall'AIA e andassero all'interno di un contenitore, di una società di servizi gestita direttamente dalla FIGC insieme alle leghe di Serie A e di Serie B. E questo non va bene".
Dunque, niente più presidente federale che chiama direttamente il designatore?
"No, almeno non nelle modalità avvenute finora. Il presidente federale non dovrebbe avere contatti diretti con il designatore arbitrale. Non si può mischiare la politica con la tecnica. Il corretto funzionamento dovrebbe essere la comunicazione istituzionale tra presidenti: quello federale s'interfaccia con quello degli arbitri, al massimo. Poi sarà il presidente degli arbitri che filtrerà al proprio designatore, nominato in maniera fiduciaria, le eventuali osservazioni. Che è giusto che ci siano, perché non dobbiamo scordarci che gli arbitri prestano un servizio alla federazione e alle leghe e quindi è giusto che quel servizio sia il migliore possibile. E chi paga per quel servizio è giusto tragga le risposte che cerca, ma tutto deve avvenire in un solco istituzionale diverso. All'insegna, ripeto, di autonomia tecnica ed economica".

L'AIA, però, pure è un bell'ambiente… il presidente, Zappi, è stato deferito poi condannato in entrambi i gradi di giudizio endofederali e decaduto dall'incarico dopo la sentenza del Collegio di Garanzia del Coni. Le accuse riguardano presunte pressioni per favorire alcuni arbitri. E questo solleva dubbi sul merito nelle nomine?
"Zappi è stato votato con il 73% dei voti ed è stato per la prima volta votato un arbitro, un presidente che non ha fatto la Serie A, cioè un presidente che è arrivato dal basso perché c'era necessità di rinnovamento in quanto i risultati tecnici erano sotto gli occhi di tutti. Non soltanto a livello di Serie A, ma anche a livello di base: il livello dell'arbitraggio è come quello del calcio, è ai minimi storici… non siamo più quelli di una volta. E per rinnovare bisogna fare anche scelte impopolari. Se è stato eletto, e con quel consenso così largo, un presidente deve avere il diritto di scegliere i suoi uomini, come farebbe un presidente di una società di calcio con l'allenatore".
Poi c'è il caso dell'ex capo della Procura degli arbitri, Rosario D'Onofrio, conosciuto anche come "Rambo"… secondo quanto svelato dall'inchiesta e dal processo conclusi con una condanna per traffico internazionale di droga. In precedenza era stato sospeso dall'Esercito per aver falsamente dichiarato di possedere una laurea in Medicina.
"Dobbiamo essere onesti, questa sembra una storia da film. Nel senso che questo personaggio non ha preso in giro soltanto l'associazione degli arbitri ma anche lo Stato perché era comunque un militare. È riuscito a eludere anche i controlli di un organo statale… una situazione che fa sorridere ma veramente c'è da piangere perché ce l'ha fatta ad arrivare ai vertici della procura arbitrale così come è riuscito a farsi nominare ufficiale medico senza averne i titoli… È stata una cosa isolata e rimarrà tale".
Tutta questa situazione spiega anche perché molti ex arbitri italiani, alcuni anche figure di spicco, hanno preferito andare all'estero?
"In Italia purtroppo non c'erano le condizioni per lavorare in maniera serena, perché tutte le precedenti amministrazioni, tutte le precedenti presidenze erano più concentrate sull'aspetto politico che su quello tecnico. E negli anni, molti dei migliori dirigenti arbitrali hanno lasciato il nostro Paese con il conseguente impoverimento del nostro settore".

Chi è andato via?
"Roberto Rosetti che è l'attuale capo degli arbitri UEFA. Pierluigi Collina è il presidente della commissione arbitri della FIFA. Nicola Rizzoli, ex designatore di Serie A, è il responsabile del dipartimento arbitrale della CONCACAF. Massimiliano Irrati è Project Lead VAR per la FIFA, istruire e designare gli addetti al VAR nelle competizioni mondiali. Paolo Valeri gestisce il progetto VAR e formazione in Grecia. Domenico Messina, nel 2025, è stato nominato presidente della commissione arbitrale della federazione serba. E Antonio D'Amato è a capo della federazione cipriota. Forse qui non c'erano le condizioni per operare con serenità".
Ha mai avuto l'impressione che arbitrare bene in Italia potesse rappresentare un problema?
"No, assolutamente. Mai".
Nel suo libro ‘L'uomo nero. Le verità di un arbitro scomodo' denunciò le criticità del mondo arbitrale. C'è qualcosa che all'epoca non disse e oggi si sente di aggiungere?
"No, non c'è niente che non ho detto. Ho detto tutto. Purtroppo c'è il rammarico che quello che ho detto è di stretta attualità oggi. Nulla è stato migliorato e tante cose andrebbero cambiate".