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Cadere per vincere tutto: la lezione di vita di Juventus Primo Amore

“Eravamo una squadra di amici, una grande famiglia”, hanno sottolineato Tardelli e Boniek in conferenza. Il regista, Bozzolini: “Il messaggio che per me sarebbe importante passasse è che solo attraverso le grandi sconfitte si può arrivare a grandi conquiste e a raggiungere poi, come hanno fatto loro, il tetto del mondo”.
A cura di Redazione Sport
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Come si può raccontare un pezzo della storia d'Italia attraverso il calcio? Lo fa Juventus Primo Amore, il docufilm che racconta le gesta della squadra che scaldava il cuore dell'Avvocato Agnelli, aveva il volto di Boniperti e in campo quello di Trapattoni, alla guida di un gruppo di calciatori che ancora oggi si ricorda a menadito: Zoff, Gentile, Cabrini, Furino, Brio, Scirea, Bettega, Tardelli, Rossi, Platini, Boniek… letti così, l'uno dietro l'altro, fanno accapponare la pelle e azionando il rewind dei ricordi tra il 1975 e il 1985. Un decennio d'oro, in Serie A e in ambito internazionale. "Eravamo una squadra di amici, una grande famiglia", hanno sottolineato Tardelli e Boniek in conferenza. Il blocco bianconero era quello della Nazionale. Il blocco bianconero era l'emblema di un'Italia che viaggiava a bordo dei motori Fiat, con l'animo in subbuglio per il periodo di trasformazioni sociali e il sentimento greve degli anni di piombo. Il blocco bianconero, quella generazione di calciatori, sono legati indissolubilmente a uno dei ricordi più belli, come la vittoria della Supercoppa Uefa contro il Liverpool, e a un altro che ancora fa male, la serata tragica e maledetta dell'Heysel che si tinse di rosso sangue per le 39 vittime della furia degli hoolingas. In quegli istanti il calcio si svegliò in una dimensione infermale.

"Se una cosa questo film può fare – sono le parole del regista, Angelo Bozzolini -, questo primo amore può fare è lasciare il messaggio del come senza assennatezza, e questo riguarda anche i campioni che devono fungere da esempio sul campo, si può creare qualche cosa di sconvolgente che cambia la storia dello sport, cambia la storia della vita delle persone. E quella sera ha distrutto la vita di 39 famiglie".

L'inizio del film ha un significato carico di valore umano per il messaggio che manda: i dieci anni più belli della Juve sono scanditi (anche) da due sconfitte cocenti: in finale di Coppa dei Campioni del 1983 ad Atene contro l’Amburgo e nella volata scudetto con il Torino nella stagione 1975-1976. "Oggi l'elogio della sconfitta è qualcosa di impensabile, invece è uno spunto di riflessione importante – ha aggiunto Bozzolini -. Il messaggio che per me sarebbe importante passasse è che solo attraverso le grandi sconfitte si può arrivare a grandi conquiste e a raggiungere poi, come hanno fatto loro, il tetto del mondo. Che per arrivare a giocare come Marco Tardelli ti devi allenare con serietà, quotidianamente, ci devi credere e poi, chissà… E ho in animo ancora un altro messaggio: la dimensione del gruppo e la familiarità che tra di loro c'era… tutta una serie di cose forse oggi un po' assenti nel calcio di oggi ma che se questo film le fa passare alle giovanissime generazioni sarebbe un successo".

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