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Bertotto: “Passai dai rimborsi treno al primo stipendio da calciatore. Mondiale 2002 unico rimpianto”

Dalla lunga carriera all’Udinese alla nuova avventura sulla panchina del Picerno in Serie C, Valerio Bertotto racconta a Fanpage.it il suo calcio senza compromessi. Esperienza, responsabilità e lavoro quotidiano al centro di un progetto che guarda oltre i risultati immediati.
A cura di Vito Lamorte
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Valerio Bertotto arriva al campo con passo misurato e sguardo vigile, lo stesso che per anni ha guidato la linea difensiva dell’Udinese e che oggi osserva, analizza, pesa ogni dettaglio dalla panchina dell’AZ Picerno. Non è un uomo che ama nascondersi dietro le frasi di circostanza: parla come ha sempre giocato, diretto e senza fronzoli. La sua carriera è un filo continuo che unisce campo e panchina, fatta di fedeltà, scelte scomode e sfide accettate senza cercare scorciatoie.

In un momento delicato della stagione, Bertotto si racconta senza filtri: il presente al Picerno, le difficoltà da affrontare, il peso dell’esperienza e una visione del calcio che resta profondamente legata al lavoro, alla responsabilità e alla crescita quotidiana.

A Fanpage.it mister Bertotto si racconta oltre i risultati e permette a tifosi e osservatori di entrare nella testa di un ragazzo nato a Torino nel 1973 che non ha mai smesso di credere nel percorso, sia quanto era in campo da capitano che in panchina.

Cosa l’ha convinta ad accettare la sfida Picerno dopo l’esperienza a Giugliano?
"A Giugliano ho vissuto due stagioni molto arricchenti, umanamente e professionalmente. Poi ho capito che non c’erano più i presupposti per continuare. Io mi innamoro dei progetti dove ci sono stima e fiducia reciproca. Quando è nato il dialogo con il direttore Greco ho sentito subito che questa era una sfida vera, con persone e situazioni che potevano farmi crescere".

Ha trovato una situazione più complessa del previsto ma adesso la domande che tifosi e osservatori si pongono: che tipo di Picerno vuole costruire Bertotto?
"Sì, con grande onestà. Ma non mi ha mai spaventato. Analizzo le difficoltà e cerco soluzioni. Qui il lavoro è stato molto più articolato: non solo moduli, ma aspetti mentali, identitari, organizzativi. Le difficoltà sono tante, ma l’atteggiamento è sempre stato positivo e con me c'è sempre Claudio Bazeu, il mio assistant coach da una vita. Ora vorrei vedere una squadra con una nuova identità, che curi i dettagli. Perché è lì che finora siamo mancati. Abbiamo qualità per meritare più punti di quelli raccolti. Ora serve continuità e lucidità".

Lei è stato un grande difensore: quanto è stato difficile diventare allenatore?
"Per nulla. Era una progressione naturale. Già da calciatore sapevo che avrei fatto questo. Amo questo lavoro, mi assorbe completamente, ma è una passione totale".

Quanto è stata formativa l’esperienza da selezionatore della Nazionale U20 di Lega Pro?
"Una palestra straordinaria. Ho visto oltre 2.500 calciatori, costruito un metodo, una rete di scouting. È stata un’esperienza manageriale che mi ha fatto crescere tantissimo".

Bertotto a contrasto con Messi durante Barcellona–Udinese.
Bertotto a contrasto con Messi durante Barcellona–Udinese.

Nota differenze profonde tra i giovani di oggi e la sua generazione?
"È cambiato il mondo. Oggi c’è meno fame, meno urgenza di emergere. Non per colpa dei ragazzi, ma di un sistema che ha investito poco su strutture, mentalità e crescita. I talenti ci sono, ma il percorso va ricostruito".

Il tema dei guadagni precoci incide sulla mentalità?
"Sì, se non sei solido rischi di sentirti arrivato troppo presto. I soldi non possono diventare il fine. Questo è un lavoro serio, con responsabilità verso compagni, società e tifosi".

Lei se lo ricorda il suo primo stipendio?
"Sono passato da rimborso spese per il treno a essermi guadagnato il mio primo stipendio di 1.8 milioni di lire (da gennaio a giugno) all'Alessandria, ma i soldi li misi da parte. Nonostante offerte più vantaggiose dalla Serie B (Palermo, Atalanta), scelsi l'Udinese in Serie A con uno stipendio inferiore, perché mosso dall'ambizione e dal desiderio di capire se ero all'altezza del massimo campionato".

Valerio Bertotto all’Udinese con la fascia da capitano.
Valerio Bertotto all’Udinese con la fascia da capitano.

Udine è stata casa sua per quindici anni: cosa rappresenta oggi l’Udinese?
"Tutto. Sono cresciuto lì come uomo e come calciatore. Ho vissuto una realtà che è diventata grande con lavoro, visione e continuità. Sono arrivato giovanissimo e ho trovato un ambiente ideale. Ha assistito alla crescita costante della società sotto la famiglia Pozzo, che si è trasformata da una squadra "saliscendi" a un club di livello europeo. Essere capitano dell’Udinese è un orgoglio enorme".

Ha mai pensato di lasciare Udine prima?
"Ci sono state opportunità importanti, anche con top club. Ma non ho mai vissuto l’Udinese come un ripiego. Era una ‘piccola' che si comportava da grande".

Ha avuto tantissimi allenatore in terra friulana ma, probabilmente, quelli che hanno portato innovazioni vere sono stati Zaccheroni e Spalletti: quanto hanno inciso sulla sua formazione?
"Sì, sono d'accordo. E hanno inciso tantissimo. Zaccheroni mi ha formato da giovane, Spalletti mi ha fatto fare un salto ulteriore da calciatore maturo. Due allenatori che hanno lasciato un segno profondo".

Bertotto con la maglia della Nazionale Italiana.
Bertotto con la maglia della Nazionale Italiana.

Ha collezionato quattro presenze in Nazionale, ma un infortunio le ha tolto il Mondiale 2002: è il più grande rimpianto della sua carriera?
"Il rimpianto è non esserci stato, non per quello che non ho fatto. Dopo l’infortunio ho lavorato per tornare subito e dimostrare di esserci. Sono in pace con me stesso".

Ha recentemente pubblicato un docu-film sulla sua carriera sul suo canale YouTube ufficiale, raccontando la sua storia dal primo minuto in campo alla panchina: ci racconta come è nata questa idea e come l’ha realizzata?
"
È un progetto documentaristico nato con due giovani professionisti di "Verticale Milano" per mostrare una visione diversa del suo lavoro e della sua vita quotidiana da allenatore. Avrà presto un seguito anche nella sua attuale realtà a Picerno".

Che allenatore è oggi Valerio Bertotto rispetto agli inizi?
"Più consapevole, più maturo. Continuo a rimettere in discussione le mie certezze. Mi sento pronto. Non so dove arriverò, ma voglio togliermi le stesse soddisfazioni che mi sono tolto da calciatore".

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