È passato meno di un anno da quando, a Minneapolis, in Minnesota, una serie di video amatoriali diffusi poi sul web testimoniavano la brutale uccisione da parte di un poliziotto bianco del 46enne George Floyd, fermato poco prima e accusato di aver pagato un pacchetto di sigarette con una banconota contraffatta. 9 minuti, tanto durò la pressione del ginocchio di Derek Chauvin sul collo di Floyd, che pochi minuti dopo fu dichiarato morto in ospedale. Le grida di Floyd che, da terra, più volte urlò di non riuscire a respirare fino a perdere conoscenza, aprirono un'enorme crepa nella comunità afroamericana statunitense, che diede il via alle proteste che unirono tutti gli Stati Uniti al grido di Black Lives Matter. Le ore che seguirono la morte di George Floyd furono probabilmente tra le più delicate nella storia recente degli States e subirono un'ulteriore accelerata quando, appena tre mesi dopo, il 23 agosto, Jacob Blake, 30enne afroamericano di Kenosha, in Wisconsin, fu colpito da 7 proiettili da un poliziotto in servizio, da disarmato e davanti agli occhi dei figli, rimanendo paralizzato. Blake stava semplicemente cercando di sedare un rissa.

Questo secondo episodio determinò il definitivo punto di non ritorno, dinanzi al quale l'NBA prese una durissima posizione a partire dal boicottaggio della gara 5 di Playoffs tra Milwaukee Bucks e Orlando Magic in programma nella notte tra 26 e 27 agosto, fatto accaduto solo nella famosa Clippers-Warriors del 2015, con la querelle sulle frasi razziste dell'allora proprietario di Los Angeles Donald Sterling, gentilmente accompagnato alla porta dalla lega per una serie di epiteti contro la comunità afroamericana emersi in una conversazione con l'ex compagna. I 3 mesi dalla morte di George Floyd ai colpi di pistola contro Jacob Blake hanno convinto la stragrande maggioranza dei giocatori NBA a prendere una posizione netta contro le violenze della polizia e i crimini nei confronti degli afroamericani, con attiva partecipazione alle proteste civili in atto negli Stati Uniti e una serie di durissimi comunicati che si spinsero al punto di minacciare il prosieguo della stagione faticosamente ripresa nella bolla di Orlando. Le discussioni si allargarono al Sindacato dei Giocatori, al Commissioner Silver e addirittura all'ex Presidente americano Barack Obama, nell'insolita veste di advisor dei giocatori maggiormente esposti e pronti a fermare le partite. Il primo grande risultato della protesta fu l'istituzione da parte della lega di una serie di comitati e coalizioni per favorire e incentivare l'integrazione sociale abbattendo le discriminazioni razziali, seguito da attività per incentivare la partecipazione al voto giocando un ruolo cruciale nell'elezione dell'attuale Presidente Joe Biden.

Da quel momento, giocatori attualmente in attività come Steph Curry, LeBron James, Malcolm Brogdon, Jaylen Brown, Kyle Korver, Kevin Love, seguiti da coach come Gregg Popovich, Steve Kerr, Lloyd Pierce, Doc Rivers, presero in più occasioni posizione, a mezzo social, video-call e interviste, contro le violenze perpetrate dalle forze dell'ordine e il silenzio del Presidente in carica Donald Trump, la cui battaglia ai protagonisti della National Basketball Association fu arricchita quindi dall'ennesimo roboante capitolo di botte e risposte già ripetutesi negli anni precedenti. La partecipazione al dibattito sui crimini della polizia e il fattivo contributo offerto prima alle proteste e poi all'implementazione di strumenti atti ad abbattere tali discriminazioni ha palesato una volta di più il ruolo focale delle franchigie NBA e dei giocatori, tramite le loro piattaforme, nel rappresentare le istanze delle minoranze e supportare le battaglie per la parificazione delle condizioni tout court della comunità nera rispetto a quella bianca degli Stati Uniti. Più di tutti, l'ex NBA Stephen Jackson, che di Floyd era amico di infanzia, ha tenuto nei mesi sempre i riflettori accesi sull'omicidio e sulle conseguenti proteste, nella speranza di non spegnere mai l'attenzione mediatica dei media in attesa del giudizio.

Il preambolo serve semplicemente a capire con che occhi e con quali aspettative tutta la lega fosse sintonizzata sul processo a Derek Chauvin nel tardo pomeriggio di ieri. E a intuire le ragioni per cui, letta la sentenza di condanna dopo le circa 10 ore di Camera di Consiglio che hanno stabilito la colpevolezza dell'ormai ex poliziotto per tutti i capi di imputazione, a partire dal più grave omicidio involontario di secondo grado, si siano succeduti minuto dopo minuto comunicati da parte delle squadre, tweet dei giocatori e una formale ulteriore presa di posizione da parte della lega, che ha subito emanato un comunicato per evidenziare quanta strada ci sia ancora da fare e quanta volontà da parte dell'NBA ci sia di andare avanti nel percorso intrapreso ormai un anno fa: "L'omicidio di George Floyd è stato cruciale per come intendiamo i concetti di razza e giustizia nel nostro Paese, e siamo felici che si sia fatta quest'ultima. Sappiamo però che c'è ancora molto lavoro da fare e la NBA e la NBPA insieme alla coalizione creata per la Giustizia sociale intensificheranno i loro sforzi per sostenere un cambiamento significativo nella giustizia e nelle forze dell’ordine

L'unica parola usata da LeBron James sui social, "Responsabilità", è diventata trend su Twitter nel giro di pochissimi minuti. Kyrie Irving ha aggiunto Abbiamo ancora una lunghissima strada da percorrere come Paese. È un ottimo momento per riflettere e vedere fin dove siamo arrivati". Stesso tenore dei commenti di Karl-Anthony Towns, Trae Young, Jamal Crawford, Kevin Love, Steph Curry, Magic Johnson, Trae Young e delle tante franchigie che hanno mostrato meglio di tutto quante aspettative ci fossero sulla pronuncia nei confronti di Chauvin. E per una sentenza che farà la storia, l'NBA risponde presente nella consapevolezza del ruolo recitato finora e di quanto ancora sia lungo il percorso verso una più diffusa consapevolezza delle problematiche del Paese.