"Rimbocchiamoci le maniche anche noi". In piena emergenza coronavirus Maxime Mbandà scese in campo per aiutare la sua città, Parma, e lanciò un bel messaggio di solidarietà. Non si limitò alle parole, fece dell'altro e si mise al servizio della comunità. Prestò alla Croce Gialla spalle grosse, buona volontà e quella capacità di resistere agli urti della vita come fossero i colpi più duri ricevuti dagli avversari nei placcaggi come nelle mischie e nel settore di terza linea che è un po' la sua zona di caccia.

Il "flanker" delle "zebre" emiliane e della Nazionale azzurra ha raccontato in un lungo post su Facebook l'esperienza vissuta in prima persona definendola i "70 giorni più impegnativi" sia sotto il profilo della fatica sia sotto il profilo umano. Non lasciatevi ingannare dall'aspetto muscoloso e dal fisico "piazzato" costruito con allenamenti duri, sotto quel petto batte il cuore dell'uomo che ha dato tutto se stesso e ha pianto. Le lacrime erano la valvola di sfogo della sera, compagne delle notti insonni, cartoline di giornate che gli scorrevano dinanzi agli occhi tra angoscia e dolore, compassione e sofferenza.

Sono stati i 70 giorni più impegnativi della mia vita – si legge nel post di Mbandà -. Ho trasportato più di 100 pazienti, fatto turni massacranti dove pranzavo alla sera, perché non potevo togliermi quella tuta per non rischiare di contagiarmi finché non venivo sanificato. Mi sono fatto una promessa prima di entrare per la prima volta su un'ambulanza e ho cercato di rispettarla.

Mbandà ha ripreso gli allenamenti da poco ma la sua esperienza da volontario gli ha lasciato addosso sensazioni difficili da dimenticare. Volti, drammi, paure che gli hanno tolto il sonno regalandogli notti tormentate. Due mesi durissimi dal punto di vista emotivo per Max che non ha avuto alcuna remora nel raccontare cosa gli è successo, come si è sentito.

Durante il periodo più intenso ho pianto la sera – ha aggiunto nel post editato sui social – sfogandomi per quello che vedevo durante il giorno ed a cui non ero abituato, non riuscivo a prendere sonno la notte nonostante fossi distrutto e mi sono ritrovato anche a svegliarmi alle 3 del mattino tutto bagnato per poi scoprire che mi ero fatto la pipì addosso. Quella tuta è stata così tanto la mia seconda pelle in questi due mesi che una volta dopo ore di servizio (e per fortuna avevo finito l'ultimo trasporto della giornata) non sono riuscito a trattenermi e me la sono fatta sotto, di nuovo. Pensavo di avere problemi, stavo vivendo una seconda infanzia in pratica, ma semplicemente non stavo rispettando il mio corpo.

Mamma di Benevento e papà medico congolese, nato a Roma e cresciuto a Milano, Mbandà ha compiuto un bel gesto e rappresentato un bell'esempio. La sua è stata la migliore risposta anche per chi, qualche mese fa, lo prese di mira con insulti razzisti per il colore della pelle. Gli dissero "negro di merda, tornatene al tuo paese". Il suo Paese è l'Italia e quando "chiamò" si fece trovare pronto.

Volevo essere in servizio il più possibile e mi sentivo addirittura in colpa quando non ero in Croce Gialla ad aiutare gli altri volontari. Detto questo, rifarei tutto dall'inizio. Anzi, ho ammesso più  volte in questo periodo di essermi pentito di non aver iniziato prima e consiglierò d'ora in poi a chiunque di provare a svolgere dei servizi di volontariato e di cercare di percepire le emozioni che lascia, che sono imparagonabili con qualsiasi altra esperienza. E' giusto pensare ai soldi e alla sopravvivenza nella vita, ma a volte fare qualcosa senza pensare a una retribuzione ma facendola partire dal cuore ha un sapore che per me è paragonabile a quello di un tiramisù, il mio dolce preferito.