Mattia Furlani: “Mi hanno chiesto di fare il tedoforo due ore prima della cerimonia. Ho rifiutato”

È una conversazione che nasce senza formalità quella con Mattia Furlani, che risponde con la naturalezza di chi è abituato ai grandi palcoscenici ma non ha mai perso il contatto con la quotidianità. Tra una stagione alle porte, allenamenti curati nei minimi dettagli e una consapevolezza costruita passo dopo passo, emerge il ritratto di un atleta che ha già fatto molto, ma che sa di essere ancora nel pieno del suo percorso.
Furlani parla di salti, di centimetri, di visualizzazioni mentali e di silenzi prima della gara. Ma anche di musica, di famiglia, di Formula 1 e di scelte fatte senza clamore. A Fanpage.it uno degli atleti più importanti dello sport italiano parla del suo momento personale, della preparazione alla nuova stagione e della strettissima attualità, con la fiaccola olimpica che diventa lo spunto per raccontare un’idea di sport che va oltre la vetrina: appartenenza, rispetto e senso del momento. Senza polemiche, solo con la lucidità di chi lo sport lo vive davvero.
Mattia, come stai vivendo questo periodo?
"Bene. Adesso sono in preparazione piena, anche se ormai siamo quasi alla fine perché il prossimo weekend inizia la stagione. Abbiamo concluso un ciclo importante e tra poco iniziamo ufficialmente il 2026"
Come sono andati gli allenamenti?
"Molto bene. Abbiamo monitorato tutto con attenzione, sotto tutti i punti di vista. Ci sono stati tanti miglioramenti su alcuni aspetti, quindi adesso l’obiettivo è mantenere tutto il lavoro fatto finora per arrivare a dei picchi importanti tra poco".
Nel salto in lungo i dettagli fanno la differenza. Qual è stato il momento in cui hai capito di poter arrivare a livelli internazionali?
"Un momento preciso forse no, ma sicuramente il Mondiale di Budapest 2023 è stata la mia prima vera esperienza assoluta. Mi ha fatto capire qual era il mio valore e quanto fosse importante confrontarmi con atleti di tutto il mondo. È lì che inizi a vedere davvero il livello: con salti sopra gli 8,25 puoi giocarti posizionamenti importanti. Quell’esperienza mi ha dato molta più autostima e consapevolezza, soprattutto nelle gare importanti, senza paura degli avversari".

C’è un salto che consideri il migliore della tua carriera, anche a livello tecnico?
Sì, l’8,44 di Savona, due anni fa. Tecnicamente è uno dei migliori che abbia mai fatto, anche se poi ho fatto fatica a replicarlo. Però quello resta un riferimento importante.
I record e i primati del passato sono un peso o uno stimolo?
"Solo uno stimolo. Il peso non serve. I record diventano obiettivi su cui lavorare, soprattutto ora che arrivo da una stagione in cui abbiamo chiuso un cerchio vincendo praticamente tutte le medaglie delle competizioni importanti. Quest’anno, con meno gare di quel livello rispetto al 2024 e 2025, si può guardare anche ai record in modo più concreto.
Quanto conta l’aspetto mentale nella tua preparazione?
"Conta tantissimo. La visualizzazione è fondamentale: immaginare una gara prima che accada ti rende più preparato. Anche vedere lo stadio il giorno prima mi aiuta a essere più tranquillo. Poi c’è un grande lavoro personale: durante i viaggi, ascoltando musica, rifletto molto su come migliorare e su come trasmettermi tranquillità in gara. Mi immagino la stagione futura, me la costruisco mentalmente".

Che musica ascolti in quei momenti?
"Di tutto, davvero. Posso passare dalla musica classica al rap moderno senza problemi. Magari da Luciano Pavarotti a Gali nel giro di due minuti".
È vero che all’inizio non ti piaceva sporcarti di sabbia, e ora fai salto in lungo?
"Sì, è vero. Il salto in lungo è iniziato davvero nel 2022, con la prima gara indoor. Prima ero sempre stato indirizzato verso il salto in alto, che mi ha sempre appassionato. Provare qualcosa di diverso mi ha fatto vedere l’atletica sotto un’altra prospettiva e mi ha permesso di esprimere le mie doti in modo diverso".
Quanto sei cambiato rispetto a quel Mattia del 2022?
"Tantissimo, direi quasi totalmente. Sono due contesti completamente diversi. Vincere una medaglia importante ti cambia la vita sotto ogni punto di vista. Cambia il modo di vedere l’atletica: passi da un livello giovanile a uno professionale ad altissimi livelli. Da lì si apre un mondo fatto di esperienze internazionali totalmente diverse".

Che rapporto hai con i social network?
"Per me sono un mezzo di comunicazione con il pubblico. Servono per far vedere quanto lavoro c’è dietro e per mantenere un contatto con le persone che mi seguono. Non li uso per leggere commenti negativi o demoralizzarmi: la priorità è la salute mentale. Guardo solo le cose positive".
Fuori dall’atletica, come passi il tuo tempo?
"Ultimamente sono molto appassionato di Formula 1. Ho anche un simulatore, quindi videogaming. E poi sto con la mia famiglia, soprattutto con la mia ragazza. L’atletica occupa già moltissimo tempo, quindi quel poco che resta lo dedico a questo".
Hai un pilota preferito?
"Kimi Antonelli. È un coetaneo, ultimamente anche un amico. Gli voglio molto bene ed è fortissimo, si vede che ha qualcosa in più".
Ci stiamo avvicinando alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina e tu sei stato tedoforo…
"In realtà no"
Ok, scusami. Io non avevo controllato ma ero convinto tu fossi nell'elenco.
"Me l’hanno chiesto a Rieti due ore prima della cerimonia, quindi ho dovuto rifiutare. A Terni, invece, non me la sentivo, non è la mia città. Se non lo senti tuo, è giusto non farlo".
Senza fare polemiche o alimentare un discussione surreale, qual è il tuo punto di vista su quanto sta succedendo?
"Dipende dal punto di vista. Da atleta posso capire chi si infastidisce nel vedere persone che magari non conoscono il significato dell’Olimpiade o i sacrifici che ci sono dietro. Però, dall’altra parte, è anche vero che lo sport è di tutti e portare la fiaccola è un’opportunità unica. Quindi ognuno fa le sue valutazioni: questa è semplicemente la mia".
Ultima domanda: se potessi parlare al Mattia di qualche anno fa, che consiglio gli daresti?
"Di non cambiare nulla e di credere nel lavoro che stava facendo. Prima di ottenere certi risultati ti fai mille paranoie: se stai lavorando bene, se il percorso è giusto. A volte rischi anche di cambiare metodi che invece erano corretti. Credere nel lavoro è la cosa più importante, ed è quello che abbiamo fatto. Poi i frutti arrivano".