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Lucchetta svela il segreto del momento d’oro del volley italiano: “C’è una cosa che conta più delle vittorie”

Andrea Lucchetta spiega a Fanpage.it come sport, inclusione e responsabilità sociale possano diventare un progetto di vita: dalla “Generazione di fenomeni” alla comunicazione e al linguaggio, dal campo da gioco al racconto per costruire un percorso di rispetto e inclusione.
A cura di Vito Lamorte
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Andrea Lucchetta è un simbolo della celebre “Generazione di fenomeni” della Nazionale Italiana di pallavolo e racconta, da anni, come lo sport possa diventare un veicolo per trasmettere valori universali e come passione e determinazione possano aprire strade anche al di fuori del campo da gioco.

L'ex capitano dell'Italvolley al teatro Renato Borsoni di Brescia per la terza tappa dell’edizione 2025-2026 di #CAMPIONIdiVITA, il tour nazionale ideato dalla società RG in collaborazione con Intesa Sanpaolo e patrocinato dal Comitato Italiano Paralimpico, insieme a Oney Tapia (atleta paralimpico specializzato nel lancio del disco e nel getto del peso) e Oxana Corso (atleta paralimpica specializzata nella velocità) ha riflettuto su come costruire un percorso di vita mettendo al centro l’impegno, la resilienza e la voglia di raggiungere i propri obiettivi, senza mai dimenticare il rispetto e l’inclusione.

Un progetto che mette al centro i valori più importanti della vita: il rispetto degli altri, la valorizzazione delle diversità, l’inclusione e la capacità di affrontare ogni sfida con determinazione e passione. A Fanpage.it Andrea Lucchetta ha parlato del suo incontro con circa 300 studenti di due scuole superiori di Brescia e del momento d'oro della pallavolo italiana.

Andrea Lucchetta incarna lo sport e il racconto dello sport: cosa vuol dire essere un esempio per le nuove generazioni e un testimonial di un evento come #CAMPIONIDIVITA?
"Quando racconti una storia di vita e apri un talk, l’emozione che trasmetti torna indietro amplificata: dagli sguardi, dalla tensione, dalle domande finali. Soprattutto quando hai davanti ragazzi delle scuole secondarie che interagiscono con campioni che portano storie diverse. La mia è una storia di normalità che, col tempo, è diventata una struttura solida messa a disposizione degli altri. Prima ero un esempio tecnico, e l’esempio tecnico deve essere anche comportamentale. Oggi lo sono con la voce, con il racconto, con l’animazione. Quando commento per Rai Sport o entro nelle case di milioni di persone, oppure quando ogni primavera gioco con 35 mila bambini – ormai sono arrivato a 450 mila – l’esempio deve andare nella direzione dell’etica e della responsabilità sociale. Essere un esempio positivo non è uno slogan: è una scelta quotidiana".

Un momento dell’evento #CAMPIONIdiVITA al teatro Borsoni di Brescia.
Un momento dell’evento #CAMPIONIdiVITA al teatro Borsoni di Brescia.

Nel suo racconto sport, paralimpiadi, animazione e divulgazione si intrecciano molto…
"È un percorso che per me è sempre stato naturale. Dal 2012, con Gran Galà Paralimpico, poi con City Volley, una disciplina paralimpica che nel tempo ha portato due ori europei e partecipazioni olimpiche e paralimpiche. Oggi tutto questo dialoga anche con l’animazione: mostro trailer, racconto storie come quelle di Oksana e di altri atleti. Non esiste confine tra gesto atletico olimpico e paralimpico: è molto più formativo capire come le sfide continuano quando il destino ti mette alla prova".

Quanto conta l’inclusività nei suoi progetti, come Super Spike Ball?
"È centrale. In Super Spike Ball ho inserito personaggi con caratteristiche diverse: Nino, Viola e Lj. Storie che parlano di fragilità, ma soprattutto di possibilità. Tutto quello che faccio è rivolto a lanciare messaggi trasversali: dai bambini ai nonni che mi vedevano giocare…"

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È una domanda banale, ma che momento sta vivendo la pallavolo italiana?
"Non è un momento, è una struttura. C'è una cosa che conta più delle vittorie. Basta guardare sotto la superficie: attività giovanile, City Volley, numeri dei tesserati, risultati dall’Under 14 all’Under 23. È un iceberg solido, con una base larga che resiste alle correnti, anche alle sconfitte. Le vittorie contano, ma conta di più la solidità del sistema".

Come si fa a mantenere questo livello così alto?
"Lavorando sotto la linea di galleggiamento. Club Italia, promozione, attività giovanile, cartone animato, Spikeball. Io ho la fortuna di commentare i ‘picchi' in TV, ma è la base che alimenta tutto. È una linea verticale che non si interrompe".

Lucchetta ha fatto parte della celebre “Generazione di fenomeni”: cosa rendeva davvero speciale quel gruppo, dentro e fuori dal campo?
"Lo spogliatoio. L’autoesigenza. L’autoregolazione. Eravamo noi a pretendere il massimo da noi stessi".

Lucchetta capitano della Nazionale, in un muro a tre con Andrea Zorzi (a sinistra) e Luca Cantagalli (a destra), durante la fase finale della World League 1992.
Lucchetta capitano della Nazionale, in un muro a tre con Andrea Zorzi (a sinistra) e Luca Cantagalli (a destra), durante la fase finale della World League 1992.

C’è un episodio che si porta dentro di quel periodo più di altri?
"Dopo aver vinto il Mondiale ed essere stato premiato come miglior giocatore, subito dopo aver alzato la coppa ho messo tutto in un cassetto. Letteralmente. Come Indiana Jones con l’Arca Perduta. Il successo dura un attimo, poi devi aprirti a nuove sfide e rimetterti al servizio degli altri".

Ultima cosa: si dice spesso che le nuove generazioni siano più lontane o meno prese dallo sport rispetto a prima. Riscontra questa cosa oppure sono i ‘boomers' a raccontarsela così?
"Dipende da chi ci parla. Io non ho mai visto ragazzi annoiati. Se sai comunicare, se usi il linguaggio dell’emozione, ti seguono. Il problema non sono loro, ma chi non sa trovare le chiavi giuste. Le nuove generazioni sono stimolanti: bisogna solo saperle ascoltare".

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