Giovanni Malagò: “Un uomo e una donna portabandiera alle Olimpiadi. Sinner ha dato la risposta corretta”

Lunga intervista a Giovanni Malagò, Presidente del Coni, a meno di 100 giorni dalle Olimpiadi di Parigi 2024. Le ambizioni in vista dei Giochi, la delusione per la mancata candidatura di Roma, il momento di Jannik Sinner e i nomi per i portabandiera: le sue parole a Fanpage.it.
A cura di Alessio Morra
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Giovanni Malagò da oltre dieci anni è il numero uno dello sport italiano e si appresta a vivere da Presidente del Coni la sua terza edizione delle Olimpiadi estive. A Parigi l'Italia volerà con un carico enorme di aspettative, ma anche con tante concrete speranze. Le proiezioni dicono che il record di medaglie di Tokyo si può battere. Nella lunga chiacchierata ai microfoni di Fanpage.it, Malagò ha toccato diversi argomenti, a partire dalla scelta dei portabandiera, in previsione dell'annuncio previsto per i prossimi giorni: ha confermato che saranno un uomo e una donna nel rispetto degli auspici del CIO. E poi il momento magico di Jannik Sinner, il rimpianto per le Olimpiadi mancate a Roma e le criticità, non solo sportive, in vista dei Giochi invernali di Milano-Cortina nel 2026.

Malagò, venerdì 26 luglio a Parigi ci sarà la cerimonia inaugurale dei Giochi. Per un attimo magari chiuderà gli occhi e penserà a Roma 2024, a cosa sarebbe stato quel momento. Qual è il pensiero che a distanza di anni le fa più rabbia?
Certo che ci penserò quel giorno, lo farò un pochino più degli altri giorni. Mi viene spessissimo da pensarci, per evidenti motivi. È così quando entro nell'ufficio della Fondazione Milano-Cortina, ma anche quando penso alla problematica degli stadi in Italia. Basta pensare che se ottieni la candidatura per le Olimpiadi estive devi mettere a disposizione tra gli otto e i dieci stadi dove si gioca il calcio e il rugby a 7. Mi viene anche da pensare che contemporaneamente alle Olimpiadi del 2024 sono state assegnate quelle del 2028, quindi avremmo potuto avere anche quattro anni di tempo in più.

Il progetto dei Giochi Olimpici a Roma è stato stoppato quando il cammino era già iniziato e la galoppata stava procedendo bene.
Riguardo Roma è giusto fare una precisazione. Io ci tengo a sottolineare, anche a chi ci ascolta e chi leggerà, cosa è successo all'epoca: a noi non ci è stato detto di non candidarci, a noi è stato richiesto di ritirare la candidatura dopo che avevamo già fatto metà della traversata del deserto, motivo per cui abbiamo vinto poi con Milano e Cortina. Ci è stato chiesto di tornare indietro ed è un concetto molto diverso. Un elemento assurdo, oltre che un'aggravante.

A Tokyo l’Italia ha ottenuto risultati straordinari. Come si gestisce il carico di pressione dopo l’Olimpiade più vincente di sempre?
Sono una persona che fa fatica a capire cos'è l'ansia, perché sono uno che mette sotto pressione e in automatico mi metto sotto pressione. Ma non vuol dire che non sono agitato. La preoccupazione è un'altra. A Tokyo abbiamo fatto il record e le proiezioni dicono che possiamo migliorare. Ma migliorare nello sport lascia il tempo che trova. Ci sono troppe variabili che possono incidere. Se ci fosse un campionato sarebbe diverso? I numeri sono molto chiari. Bisogna ripetere la prestazione intera due, tre o quattro volte, oppure devi giocare gli ottavi e poi i quarti di finale e andare sempre avanti.

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Gli sport di squadra hanno fatto un po’ di fatica nel processo di qualificazione, alcuni sono ancora in ballo. Perché?  
Qui non c'è una una risposta univoca. Dipende anche dalle generazioni di atlete e di atleti. Quando c'è la chimica gli italiani negli sport di squadra diventano molto, molto forti. Però di base sappiamo che siamo più individualisti, siamo nati con una ecletticità singola che è formidabile, figlia forse della differenziazione delle regioni. La nostra storia sportiva, pensando anche al ranking olimpico e alle medaglie, passa da questo tipo di risonanza.

Ora, senza voler sfociare in pressioni aggiuntive, c’è uno sport o un atleta che attende con particolare aspettativa e fiducia a Parigi? 
Pugilato, taekwondo, scherma, pallavolo. A livello numerico anche l'atletica. E poi pallanuoto, vela, mi sento dire arrampicata, forse anche il surf e la ginnastica. Insomma, sulla carta sono abbiamo tante federazioni che ci possono portare risultati più importanti rispetto a quelli di Tokyo.

Guardiamo più avanti. I Giochi di Milano-Cortina sono diventati come prevedibile anche un affare politico. Cosa si è sbagliato nella gestione della pista da bob?
Caos, casino, problemi, polemiche. Allora che facciamo? Non gareggiamo, non competiamo, non ci mettiamo in discussione? Il problema, e non lo dico perché sono di parte, è che gli intoppi non nascono mai dal mondo dello sport, ma sono tutte criticità inerenti alla realizzazione di un'opera.

Perché è così difficile in Italia costruire dei nuovi impianti?
Quando c'è un cespite di mezzo, c'è un immobile, uno stadio, o una pista da bob, c'è un infrastruttura sportiva che fino a prova contraria è legata a dinamiche pubbliche, statali, governative, enti locali, quello che sia, e lì sorge il problema. Ma più di fare una candidatura (quella di Milano e Cortina 2026, ndr) con il 92% delle opere che è già esistente, cosa si deve fare?

Ci può fare un esempio?
Se non ci fossero state le Universiadi a Napoli, io sfido chiunque a trovare una soluzione per risolvere i problemi dell'impiantistica della città di Napoli. Quale sarebbe stata in quel caso la strategia della politica? Il discorso vale a qualsiasi livello, possa essere governativo, statale, regionale o comunale. Come si può dare una mano nel dare una risposta ai problemi delle infrastrutture sportive?

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A proposito di impianti e lavori. Per gli Europei del 2032, al di là di quelle che saranno le strutture del torneo, quanti stadi di calcio nuovi conta di vedere in Italia?
Mio padre mi ha sempre detto: "Ma chi te lo fa fare?". Eh, ma io uno ha una bellissima patologia, che è quella dello sport. Su questo argomento basta fare una riflessione. Partendo dal 1956, dai Giochi Invernali di Cortina, al 2024, in questo paese, che è un colosso nello sport, c'è mai stata un'opera pubblica realizzata ex novo non legata a un grande evento internazionale? Non parlo solo degli stadi, ma anche dei palazzi dello sport. E quindi cosa vuol dire? Che purtroppo, come in certi giochi da tavolo, devi passare per un casello. Questo casello è la coercizione, l'obbligatorietà, il dovere avere quel giorno la struttura pronta, altrimenti non ne vieni a capo.

E ci sono mille variabili che possono complicare piani.
Perché magari cambia il proprietario della società di calcio e quindi cambierà strategia. E poi c'è il sindaco, l'amministrazione comunale, poi ne arriva un altro e magari c'è un'idea diversa. Vedi cosa è successo con Raggi e con il Movimento Cinque Stelle. Cambia la regione e magari entra in contrasto con il comune. Cambia il governo, che magari è più incline o più disponibile, oppure rimane lo stesso. Cambia lo scenario internazionale, il quadro macroeconomico, le guerre, l'inflazione e il calo dell'energia. Allora tu devi aprire e chiudere l'operazione in un arco di tempo molto ristretto. Se lasci aperto, se la sfilacci, sei spacciato. Perché purtroppo il pubblico non è in grado di programmare. Questo è un dato di fatto.

L'Italia comunque riesce a organizzare grandi eventi sportivi. A Roma ci saranno gli Europei di atletica a giugno, lo scorso anno sono stati organizzati gli Europei maschili e femminili di pallavolo. Poi ci sono le ATP Finals di tennis a Torino.
Sono d'accordo, ma c'è un piccolo problema perché lo Stadio Olimpico di Roma è stato ristrutturato l'ultima volta per i Mondiali di calcio del '90, tanto per darci il buongiorno. Le Finals di tennis si fanno in un luogo che esiste perché abbiamo organizzato le Olimpiadi di Torino 2006, altrimenti non potevamo candidare a nessun livello la città con un'impiantistica competitiva. Gli Internazionali di tennis a Roma? Tutto nasce dai Mondiali di Nuoto del 2009, che ci hanno permesso di realizzare un nuovo stadio. E potrei andare avanti.

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Da numero uno dello sport italiano: quanto orgoglio c’è nel vedere il modo in cui Jannik Sinner ha reagito ad una palese ingiustizia come quella che lo ha danneggiato a Montecarlo? 
Rispondere è quasi banale, gli aggettivi si sprecano. Sono molto orgoglioso, ma aveva già dimostrato qualche giorno prima di avere maturità e sensibilità. Quando sono andati a parlargli del tema del portabandiera, lui ha dato una risposta corretta. Perché quel ruolo deve essere una prerogativa di chi le Olimpiadi le ha fatte già, di chi le ha vinte, se no tutto il nostro mondo farebbe fatica a capire. Lui stesso le disputerà e ha sottolineato più volte che l'obiettivo principale della stagione sono i Giochi, che si giocano in uno scenario prestigioso come il Roland Garros.

Sinner in pochi mesi è diventato lo sportivo italiano più popolare, ma non si rischia di caricarlo di troppe responsabilità? Pensando sia al discorso del portabandiera che a quanto successo con Sanremo.
Gli scivola tutto addosso, non mi sembra che tutta questa pressione possa rappresentare un problema. D'altronde gli italiani sono fatti così. Ecco, lui mi sembra molto attrezzato a gestire tutto questo. Magari per la sua storia altoatesina, ma soprattutto per formazione e per mentalità, seppur giovanissimo.

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E tra qualche mese potrebbe diventare numero uno del tennis. Un italiano al comando della classifica ATP pareva una cosa impensabile.
Nel nostro paese tante cose nello sport sembravano impensabili. Si poteva pensare che l'Italia avesse l'uomo più veloce della terra e l'uomo che saltava di più? Ci sono paesi con centinaia di milioni di abitanti, la Cina ne ha un miliardo e mezzo. Tante nazioni non hanno una caratteristica che abbiamo noi. Magari qualche sport lo facciamo meno bene, altri molto bene. Ma non tutti riescono a farli bene. Noi gli sport proviamo a farli tutti. Se pensi a qual è la nostra storia, la nostra cultura, partiamo dalle Alpi e finiamo praticamente con la latitudine al livello dell'Africa. Siamo attrezzati multidisciplinarmente. Poi ci sono degli anni in cui a volte si va meglio e altre peggio.

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Periodicamente il calcio italiano inciampa su episodi di razzismo. A volte si ha l’impressione che ci sia quasi un disagio anche solo nel fronteggiare, riconoscere e parlare del problema. Perché?  
A persone come te o me sembra una follia. Ma qual è il punto? É che noi facciamo fatica ad accettare una cosa del genere. Ma in tante cose, come anche sulla vicenda della pista di bob, c'è una minoranza molto, molto più protagonista, più chiassosa, più attiva. Non è una critica, ma è un dato di fatto, rispetto al resto degli italiani. Questo vale dappertutto e succede anche negli stadi. Quando si parla di razzismo, questa minoranza deve essere accantonata, perché poi si identifica con il resto del paese e i comportamenti di pochi creano problemi a tutti.

É stato fatto il suo nome anche per la presidenza del CIO, c'è qualcosa di vero? 
Rispondo con franchezza, non sono diplomatico. Tutti i membri del CIO possono aspirare a diventare Presidente del Comitato Olimpico Internazionale. Sinceramente non so cosa mi riserverà il domani, faccio anche l'imprenditore e devo dedicarmi anche alle mie attività, ma non è assolutamente possibile che accada. Perché, lo dico con franchezza, ci sono da verificare alcuni aspetti. Intanto bisogna capire quali sono i reali candidati e se ci sarà una proroga per il presidente Bach, è tutto da verificare. Inoltre esistono delle scelte di vita e ho delle idee molto chiare.

Per la scelta dei portabandiera i tempi siamo ormai maturi. Quanto andiamo lontani se pensiamo a Tamberi e Paltrinieri? Hanno vinto, sono popolari, hanno alle spalle un percorso importante.
Questo non lo so. Ne parleremo in giunta. Penso saranno un uomo e una donna, ma questa è una mia personale idea, considerando che il CIO lo auspica. Visto che il presidente del Comitato Olimpico Italiano è un membro del Comitato Olimpico Internazionale e considerando che noi tra un anno e mezzo avremo le Olimpiadi in casa, non sarebbe elegantissimo se non ascoltassimo un modesto suggerimento. Se poi i nomi sono quelli che si fanno, vedremo.

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