Gino Paoli e il legame con lo sport: la boxe, la passione per il Genoa e il mito di Fausto Coppi

C’era un’immagine che riassumeva l’anima di Gino Paoli: quella di un uomo che guardava il mondo attraverso il fumo di una sigaretta, con la stessa distanza aristocratica con cui si osserva un traguardo lontano. Per lui, lo sport non è mai stato una questione di cronometri o statistiche, ma di sentimento puro, quasi metafisico.
Oggi è arrivata la notizia della sua morte, all'età di 91 anni, ma quelle passioni restano come l'eredità più umana di un artista spesso indecifrabile.

Il mito dell'Airone: Fausto Coppi e la solitudine
Mentre l’Italia correva verso il futuro, Paoli restava ancorato alla figura di Fausto Coppi. Non era semplice tifo, era un’identificazione spirituale. Per Gino, Coppi non era un atleta, ma l’incarnazione dell’eroe tragico: l'"Airone" capace di staccare tutti e restare finalmente solo con se stesso.
Nel 1988, nell’album "L’ufficio delle cose perdute", gli dedicò una canzone che oggi suona come un testamento di stima. In quei versi non si sente il rumore delle catene, ma il respiro di un uomo che sfida il tempo. Coppi, per Paoli, rappresentava quella bellezza sofferta che è stata il filo conduttore di tutta la sua esistenza.

Il Grifone nel cuore (con una punta di sale)
E poi c’era il Genoa. Il tifo di Paoli per il Grifone è stato come i suoi testi: schietto, a tratti spigoloso, visceralmente ligure. Una fede che non ha mai nascosto, pur vivendola con quell'ironia distaccata tipica di chi ha visto troppo per prendersi troppo sul serio.
È passato alla storia per il suo "paradosso" pacifista che faceva infuriare i tifosi più caldi:
A Genova ci vorrebbe una squadra sola perché così tutti i genovesi andrebbero d'accordo. Sono contento quando la Samp vince perché è una squadra di Genova, ma lo sono ancora di più quando vince il Genoa perché io sono genoano.
Una dichiarazione che rivelava la sua vera natura: un uomo che amava la sua città sopra ogni cosa. Per Gino, il calcio era una "saga paesana", un rito collettivo che doveva unire sotto la Lanterna, anche se il suo cuore, inevitabilmente, batteva in rossoblù.
Dal ring alla "pigrizia" d'autore
Pochi ricordano che, prima di diventare il saggio della canzone d'autore, il giovane Gino aveva i guantoni alle mani. Fu il padre a spingerlo verso la boxe, una disciplina che praticò con un’intensità sorprendente prima di capire che la sua vera arena era il palcoscenico.
Forse è proprio lì, tra un gancio e l'altro, che aveva compreso che la fatica fisica estrema non faceva per la sua indole contemplativa. In età matura, con quella sua tipica maschera cinica, a chi gli chiedeva se praticasse sport rispondeva secco: "No, lo odio". Un odio amorevole: quello di chi preferiva guardare gli altri correre e soffrire, trasformando la loro fatica nel mito eterno di una canzone.