Opinioni
28 Aprile 2022
9:17

Anatomia di uno scandalo, la grammatica del consenso dove lo stupro si interpreta e non si condanna

Quanto è labile il confine tra ciò che è consensuale e ciò che non lo è? Questo è il tema che emerge ad una visione più attenta di “Anatomia di uno scandalo”, la serie Netflix che al netto degli intrighi e dei risvolti che costruiscono la storia, punta un faro accecante su quanto l’analisi sulla violenza sessuale sia ancora lontana dall’imparzialità.
A cura di Ilaria Costabile

Tra le dieci serie più viste su Netflix, nonostante il crollo degli abbonati, c'è la trasposizione del romanzo di Sarah Vaughan, “Anatomia di uno scandalo” che vede protagonisti Sienna Miller, Rupert Friend e Michelle Dockery. I sei episodi che compongono la serie dimostrano quanto gli inglesi siano dei maestri nel costruire prodotti avvincenti, capaci di attirare lo spettatore, di insinuargli dei dubbi. Ma non è del talento narrativo degli showrunner britannici che si vuole parlare, quanto dei motivi per cui "Anathomy of Scandal" è interessante da vedere, anche quando si pensa di essere di fronte all'ennesima storia tutta uguale. Ciò che risalta, infatti, in maniera prepotente nel nuovo titolo che campeggia tra gli highlights della piattaforma è come viene analizzato e talvolta rimodulato il concetto di stupro in un’aula di tribunale. E in una società in cui la violenza di genere è predominante può diventare uno spunto di riflessione.

La storia sembra essere quella già ampiamente nota e che abbiamo potuto vedere in serie, anche americane, come The Undoing: un uomo potente, in questo caso il ministro inglese James Whitehouse, ha una relazione extraconiugale con una sua collaboratrice, Olivia Lytton, interpretata qui da Naomi Scott, mentre a casa ad aspettarlo c’è la moglie, bellissima e impeccabile, come solo Sienna Miller potrebbe essere. Quello che sembra avere i contorni di uno scandalo pruriginoso, prende una piega diversa quando crolla sul tetto spiovente della ricca casa londinese dei Whitehouse il peso di uno stupro. L'attrattiva della serie è tutta qui: nell'intenso gioco di rimandi tra passato e presente che si intrecciano e si spiegano l'uno nell'altro, in cui si giustifica l'arroganza dei potenti, con i loro segreti e la loro omertà. L'aula di tribunale è il teatro in cui il diritto incontra la logica e dove la giustizia, a colpi di analisi tendenziose, finisce per soccombere.

Cosa c’è di vero nella denuncia di un'amante delusa? Le sue deposizioni sono la ripicca per una relazione finita o sono reali? Svelare la verità è il compito che Kate Woodcroft, l’impeccabile Michelle Dockery, si assume chiamata dalla Corona, pronta a scagliarsi contro il ministro, un ex libertino di Oxford (inteso come facente parte di una confraternita di rampolli spocchiosi e dediti al divertimento), privilegiato da generazioni, che rischia di perdere in un attimo la sua brillante carriera. Ed è sul tema del consenso che si gioca l’intera difesa dell’avvocato davanti ad una giuria pronta ad esprimere il proprio giudizio implacabile: James Whitehouse è colpevole o innocente?

La parola consenso è diventata fondamentale nella nostra società e, specialmente in termini di violenza sessuale, è indicativo riconoscere quanto questo termine abbia un peso specifico, ma soprattutto quanto assurdamente sia labile il confine tra ciò che è consensuale e ciò che non lo è.

In Anatomia di uno scandalo si assiste alla vivisezione di un attimo, una manciata di minuti in cui nello spazio angusto di un’ascensore si sarebbe consumato lo stupro. La vittima, Olivia, è costretta davanti ad un’aula intera a ripercorrere continuamente quei momenti, descrivendo nel dettaglio i gesti, l’impetuosità dei movimenti, il tentativo di liberarsi dalla stretta di un uomo con cui aveva avuto una relazione, l’ansia di essere vista, la delusione e la rabbia per non essere riuscita a fermarsi in tempo.

L’avere una relazione clandestina sul posto di lavoro, in cui sono stati consumati amplessi nei posti più disparati, il fatto che lei fosse ancora innamorata e attratta dal suo capo, la delusione per una storia finita diventano i deterrenti dell’imputato, colpevole di essere stato travolto dalla passione e a lei, rea di provare dei sentimenti e speranzosa in un possibile ritorno di fiamma, viene contestato il fatto di non essere stata chiara, di non aver manifestato le sue intenzioni in maniera palese, di essersi limitata a dire “Non qui”, che per la difesa non è paragonabile ad un “No”, perché implicherebbe il desiderio di continuare quello che era iniziato come un rapporto passionale, in un luogo più appartato, meno alla mercé di tutti.

Che ci siano degli indumenti strappati tra le prove, che la presunta vittima sia sconvolta nel raccontare l’accaduto, che abbia provato più volte a strapparsi di dosso il peso di un uomo che amava ma che non voleva dentro di sé, non conta. Conta la grammatica, la sintassi, conta l’utilizzo di termini chiari, conta la nitidezza con cui siano stati pronunciati, conta l’interpretazione, non conta l’atto in sé. Non conta quello che è successo, conta la lettura che se ne dà.

Al netto di quello che, senza spoiler, emerge dai vari episodi della serie, e dà la possibilità a chi la guarda di farsi un’idea sui vari personaggi, dove non mancano colpi di scena che prendono forma man mano che i minuti vanno avanti, seppur ad un ritmo non propriamente serrato, è interessante vedere come il confine di una violenza subita possa essere così labile. Quante donne, oggi, possono dire di aver avuto un trattamento del genere, quante donne possono riconoscersi in questa cecità della legge, quante di loro si sono sentite tradite da chi avrebbe dovuto proteggerle sopra ogni cosa? Probabilmente tantissime, e il vero scandalo non sta nel ministro di turno che ha una relazione sul posto di lavoro e si diverte negli anfratti dei luoghi del potere, sta nell’avere sotto gli occhi la violenza, subdola, e scambiarla per passione e non per quello che realmente è: un abuso terrificante della volontà.

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