Scontri a Milano, i talk in tv: Sangiuliano attacca i leninisti da Parenzo, Infante chiede l’Ambrogino d’oro per i carabinieri

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Elaborazione grafica mediante AI.
Il lunedì dei talk dopo il weekend di saccheggi a Milano: Sangiuliano a L’aria che tira evoca stalinisti e islamismo, Furfaro lo smonta. A Ore 11 Milo Infante difende i carabinieri e li propone per un premio.

Il lunedì dopo un fine settimana di vetrine sfondate non comincia con il caffè ma con il telecomando. Due giorni di disordini nel centro di Milano hanno consegnato ai talk del mattino la materia prima: sabato il corteo contro il carovita degenerato in scontri con la polizia, domenica i saccheggi, con gruppi di ragazzi incappucciati, molti dei quali minorenni, che hanno svuotato negozi tra piazza Duomo, Cordusio e il Castello Sforzesco. Su La7, a L'aria che tira con David Parenzo, e su Rete 4, a Verità nascoste con Milo Infante, le stesse immagini sono state lette in due modi che non potrebbero stare più lontani. E nessuno dei due studi, a guardarlo bene, ha davvero risposto alla domanda che resta sul selciato di via Orefici: chi sono questi ragazzi?

Sangiuliano a L’aria che tira: dalla piazza all’islamismo

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Sangiuliano a L'Aria che tira

Il primo a prendersi la scena è Gennaro Sangiuliano. L’ex ministro della Cultura, ospite a L’aria che tira, lo fa a modo suo, gonfiando il petto senza mostrare alcun dubbio sulla regia del weekend milanese: dietro scontri e saccheggi ci sarebbero movimenti di matrice stalinista e leninista. È solo l’attacco. Da lì parte un crescendo rossiniano in cui ogni argomento ne chiama uno più grande: dalla piazza si passa all’immigrazione, dall’immigrazione all’islamismo, in un’escalation che a un certo punto sembra parlare d’altro rispetto ai cappucci neri che uscivano dai negozi con le buste piene.

Al tavolo, Marco Furfaro, Claudia Fusani e Tommaso Cacciari lo ascoltano e all'unisono lasciano un "farneticazioni".

Furfaro: “Un giochino semplice”

Marco Furfaro, deputato del Pd, contesta ovviamente Sangiuliano, parlando di semplificazione e sottolineando "il giochino politico" che c'è alle spalle: “Un giochino semplice, perché tu inquadri le minoranze e poi fai decreti che non servono a niente. Il decreto sicurezza, per esempio, non solo non serve a fare niente per i ragazzi che hanno devastato Milano, ma rischiano di mandare in galera gli autotrasportatori che manifestano bloccando le strade”.

Il riferimento è alla norma che ha trasformato il blocco stradale in reato, uno dei punti più contestati del pacchetto sicurezza. Il paradosso in effetti c'è perché, allo stato attuale, la legge colpisce maggiormente chi protesta a volto scoperto con un camion di traverso, mentre chi sfonda una vetrina con il manubrio di un monopattino e sparisce in un vicolo resta fuori dal perimetro di ogni decreto.

Ore 11, Infante e l’Ambrogino d’oro ai carabinieri

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Milo Infante a Verità Nascoste

Basta cambiare canale e cambia l’aria, letteralmente. Su Rete 4, a Ore 11, Milo Infante sceglie la linea della difesa senza riserve delle divise. “Se puntiamo il dito contro le forze dell’ordine, non è giusto”, scandisce il conduttore, che rilancia con una proposta: l’Ambrogino d’oro, la massima onorificenza civica milanese, per i carabinieri intervenuti nel weekend.

Una presa di posizione che arriva mentre la gestione dell’ordine pubblico è già diventata terreno di scontro politico, con il sindaco Beppe Sala che ha lamentato la presenza di troppo pochi agenti in strada e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi che gli ha dato del radical chic.

Collovati e i “martiri”

È Caterina Collovati a spingersi oltre, auspicando che i poliziotti vengano armati meglio. Dallo studio, fuori campo, arriva la replica che gela il discorso: “Sì, così poi dopo diventano loro i martiri”.

Infante chiude la questione a modo suo: “Non servono! Qui hai due carabinieri che hanno messo in fuga questi scappati di casa”. E fa partire le immagini dell’assalto in via Orefici: i ragazzi che escono da Under Armour con la merce tra le braccia, un carabiniere che prova ad arginare da solo l’onda di cappucci neri che gli scorre intorno. È la sequenza che in queste ore sta facendo il giro dei telefoni, e che racconta meglio di qualsiasi editoriale la sproporzione numerica di domenica pomeriggio.

L’estintore e il fantasma di Genova

Poi la foto che cambia il registro della puntata: un ragazzo immortalato nell’atto di lanciare un estintore. Infante la mostra e tira fuori dal cassetto la memoria più pesante della piazza italiana: “Non abbiamo imparato nulla da allora?”. Il riferimento è a Genova, al G8 del luglio 2001, quando un estintore diventò una delle immagini simbolo di quei giorni e della morte di Carlo Giuliani. Un parallelo che in studio nessuno raccoglie fino in fondo, ma che spiega da solo perché quella battuta sui “martiri” abbia fatto rumore.

Due Italie davanti allo stesso video

Messe una accanto all’altra, le due trasmissioni restituiscono un Paese che guarda lo stesso filmato e vede due film diversi. Da una parte il complotto ideologico e la questione migratoria, dall’altra la denuncia di una politica che produce decreti per i camionisti e lascia scoperte le vie del centro. Nel mezzo, la retorica delle divise da premiare o da armare.

Quello che manca, in entrambi gli studi, è il profilo dei protagonisti: ragazzini, molti sotto i diciotto anni, che si muovevano a gruppi, vestiti da trapper, colpivano le catene di abbigliamento sportivo e si dileguavano prima dell’arrivo dei reparti antisommossa. Un fenomeno che non si lascia incasellare facilmente né nel leninismo di Sangiuliano né nel garantismo di piazza.

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