Tom Cruise con Digger sogna l’Oscar mai vinto: nomination possibile, ma è il suo peggior esordio al box office dal 2007

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Dopo tre nomination, Tom Cruise torna a giocarsi una possibile candidatura con Digger di Alejandro González Iñárritu. Il suo nome è già tra quelli in corsa, ma il film ha debuttato sotto le aspettative al box office, finendo anche al centro di una stoccata politica del consigliere di Melania Trump.

Tom Cruise ha passato quasi quarant’anni a correre verso l'Oscar. Dalle nomination per Nato il quattro luglio, Jerry Maguire e Magnolia fino ai cieli di Top Gun e ai grattacieli di Mission: Impossible, la sua carriera ha attraversato generi e trasformazioni profonde, ma quella statuetta ha continuato a sfuggirgli. Nel frattempo è diventato una delle star più riconoscibili di Hollywood, legando il suo nome soprattutto ai grandi film d’azione e ai franchise. Ora, però, Digger potrebbe riaprire quella partita: per la prima volta dopo anni ha messo al centro un personaggio e non la macchina spettacolare costruita intorno a lui, interpretando un magnate del petrolio grottesco, invecchiato, appesantito dal trucco prostetico, moralmente ambiguo, dentro una satira apocalittica diretta da Alejandro González Iñárritu. Una parte che, ancora prima dell’uscita, aveva riacceso una domanda rimasta sospesa per anni: e se fosse questa la volta buona?

Le occasioni sfumate e il precedente di DiCaprio 

In dieci anni, Cruise ha ricevuto tre nomination come miglior attore. La prima nel 1990 per Nato il quattro luglio, dove interpretava il veterano del Vietnam Ron Kovic: vinse il Golden Globe, ma agli Oscar fu Daniel Day-Lewis con Il mio piede sinistro a portarsi a casa la statuetta. Nel 1997 arrivò la seconda candidatura per Jerry Maguire, battuto questa volta da Geoffrey Rush per Shine. Nel 2000 la terza, questa volta come miglior attore non protagonista per Magnolia: sembrava il momento perfetto, ma alla fine vinse Michael Caine per Le regole della casa del sidro. Poi, negli anni, Cruise ha preso una strada sempre più legata al grande spettacolo cinematografico. Con Mission: Impossible ha trasformato le scene d’azione e le imprese fisiche in una parte essenziale del proprio personaggio pubblico, diventando uno dei simboli del blockbuster pensato per la sala.

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I ruoli più lontani da quel territorio, come quelli in Collateral o Tropic Thunder, sono rimasti episodi importanti ma isolati. È anche su questo cambio di identità che, secondo Variety Australia, si è giocata parte della sua distanza dall’Oscar: Cruise è diventato soprattutto una star capace di incarnare il cinema-spettacolo, legato alla fisicità e al mito della star, mentre l’Academy tende a premiare un’altra idea di attore. Digger arriva proprio dopo questa lunga trasformazione e lo riporta in un territorio che Cruise aveva frequentato soprattutto all’inizio della sua carriera: quello della performance al centro del film.

È un terreno che Iñárritu conosce bene. Dieci anni fa, nel 2016, il regista aveva infatti già accompagnato un altro grande nome di Hollywood verso un traguardo inseguito per anni: con The Revenant, Leonardo DiCaprio conquistò finalmente il suo primo Oscar come miglior attore, dopo quattro candidature senza vittoria. Iñárritu aveva costruito il film proprio attorno alla sua interpretazione, affidandogli una prova fisica estrema. Ora, con Digger, quella stessa centralità torna nelle mani di un altro attore che aspetta da tempo la sua prima statuetta per la recitazione.

L’ombra di Scientology sulla carriera di Cruise

Per anni, il rapporto di Tom Cruise con il movimento religioso Scientology ha pesato sulla sua immagine pubblica quasi quanto i suoi film. A metà degli anni Duemila, l'attore era diventato infatti uno dei volti più esposti della Chiesa, fino al punto da attaccare Brooke Shields per aver assunto antidepressivi dopo la depressione post-partum e definire la psichiatria una “pseudoscienza” durante un'intervista a Matt Lauer.  Le sue prese di posizione alimentarono una discussione che andò ben oltre Scientology e finì per mettere in discussione la sua stessa immagine: nel 2006, dopo il risultato deludente di Mission: Impossible III, Paramount decise di interrompere il rapporto con la sua società di produzione, citando proprio il comportamento dell'attore lontano dal set e il danno alla sua popolarità. Da allora, però, Cruise ha scelto una strada molto diversa, parlando sempre meno della propria vita privata e sempre più del cinema.

Il Covid, Top Gun: Maverick e la battaglia per il ritorno in sala

Con Top Gun: Maverick, Cruise ha rafforzato ulteriormente il suo peso nel sistema cinematografico di Hollywood. Uscito nel 2022 dopo essere stato rinviato più volte durante la pandemia, il film era stato difeso dall’attore perché arrivasse prima nelle sale e non direttamente in streaming. La strategia si rivelò vincente: Maverick incassò oltre 1,4 miliardi di dollari nel mondo e ottenne sei nomination agli Oscar, compresa quella per il miglior film, con Cruise tra i produttori candidati. Alla vigilia della cerimonia, il regista Steven Spielberg lo aveva abbracciato dicendogli di aver “salvato Hollywood”. Da allora l'attore ha consolidato sempre di più il suo ruolo di produttore e sostenitore del cinema in sala, fino a diventare uno dei volti più riconoscibili della battaglia per mantenere centrale l’esperienza cinematografica. Un impegno che l’Academy ha riconosciuto anche nel 2025, quando gli ha assegnato l’Oscar onorario ai Governors Awards per il contributo dato al cinema. Nello stesso percorso si inserisce il rapporto stretto con Warner Bros. Discovery, che nel 2024 ha firmato con Cruise un accordo strategico per sviluppare e produrre nuovi film destinati al cinema, originali e legati a franchise, con lui protagonista.

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In America hanno già cominciato a parlare di Oscar

Per Tom Cruise, la corsa all’Oscar sembrava essersi riaperta prima ancora che Digger arrivasse al cinema. Il suo nome aveva cominciato a circolare con una certa insistenza tra i possibili candidati al miglior attore e il 23 settembre Variety si interrogava proprio sulla possibilità che il film di Alejandro González Iñárritu potesse diventare il titolo capace di portarlo alla sua quarta nomination. Il punto di forza, in questa prospettiva, era anche quello che rendeva Digger più difficile da decifrare: un film molto divisivo, lontano dai blockbuster che negli ultimi anni hanno definito la carriera di Cruise e costruito intorno a una prova attoriale decisamente più esposta. Con l’avvicinarsi della stagione dei premi, l’attenzione cresce anche attorno alla campagna promozionale. Vanity Fair, il 2 ottobre, ha letto le apparizioni internazionali di Cruise, le première, la lunga intervista a GQ e perfino la collaborazione con la FIFA come i segnali di una campagna pensata anche in chiave Oscar. Per la rivista, la sfida sarà soprattutto trovare la misura: restare abbastanza presente da convincere i votanti, senza dare l’impressione di essere ossessionato dalla statuetta.

Poi Digger è arrivato nelle sale e l’entusiasmo si è raffreddato. Le reazioni della critica sono state molto contrastanti, e mentre la prova di Cruise è stata spesso indicata tra gli aspetti più riusciti del film, la pellicola nel suo complesso sembra aver convinto meno. L'attore, comunque, non è sparito dai pronostici: nelle previsioni di Next Best Picture aggiornate all'8 ottobre è al quarto posto tra i favoriti per la nomination come miglior attore, alle spalle di John Malkovich per Wild Horse Nine, Matt Damon per The Odyssey e Andrew Scott per Elsinore.

Digger parte male e finisce al centro delle polemiche: il confronto con Melania

Digger, comunque, non ha avuto l’esordio che Warner Bros. e Tom Cruise si aspettavano. Il film è arrivato nelle sale nordamericane il 2 ottobre in 3.321 cinema e ha raccolto 8 milioni di dollari nel primo weekend, a cui si aggiungono i 12 milioni arrivati dai mercati internazionali, per un debutto mondiale da circa 20 milioni. È il peggior esordio della carriera di Cruise dal 2007, quando Lions for Lambs debuttò con 6,7 milioni di dollari e, considerando un costo di produzione salito secondo Variety tra i 160 e i 180 milioni di dollari e circa 100 milioni spesi per il marketing, la strada verso il pareggio appare molto lunga. Anche in Italia, dove è uscito il 1° ottobre, la partenza di Digger è stata sottotono, chiudendo il primo weekend al quarto posto al box office.

A rendere questo risultato ancora più rumoroso ci ha pensato Marc Beckman, senior advisor di Melania Trump, che ha approfittato dei numeri di Digger per rilanciare su X il confronto con MELANIA, il documentario sulla first lady diretto da Brett Ratner. In base all'incasso medio per sala, secondo i suoi numeri, MELANIA avrebbe superato Digger del 67%, pur essendo uscito in circa metà dei cinema (1.778 contro 3.321).

La sua provocazione mette a confronto due film che non potrebbero tuttavia essere più diversi. Digger è una satira politica cupa e grottesca su potere, petrolio, capitalismo e crisi climatica, con un presidente americano interpretato da John Goodman e una storia costruita intorno alle responsabilità di chi continua a trarre profitto da un disastro che lui stesso ha contribuito a creare. MELANIA, invece, è il racconto della first lady e del suo ritorno alla Casa Bianca con il secondo insediamento del presidente Trump nel 2025. Anche il documentario di Amazon MGM, in realtà, ha avuto una corsa al cinema tutt’altro che trionfale: dopo un debutto da 7 milioni di dollari in 1.778 sale, ha chiuso con circa 16,6-16,7 milioni nel mondo, a fronte dei 40 milioni pagati da Amazon per acquisirlo e di altri 35 milioni spesi per il marketing.

Il confronto, insomma, racconta anche il terreno politico su cui Digger si è trovato a giocare: un film hollywoodiano costoso e apertamente critico nei confronti del potere economico e della gestione della crisi ambientale, finito per essere usato proprio dall’area vicina alla Casa Bianca come termine di paragone per celebrare il risultato di un documentario sulla first lady.

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