Serena Bortone: “Usiamo la parola ‘maranza’ come si faceva con ‘terrone’ negli anni ’50, stiamo attenti”
I maranza e i terroni, quando le parole smettono di essere semplicemente descrittive e entrano nel territorio del disprezzo. A suggerire la comparazione è Serena Bortone, nel corso della sua trasmissione radiofonica su Radio 2 "Stai serena". La giornalista, nel corso di un intervento telefonico del linguista Giuseppe Antonelli, ha sostanzialmente contestato l'abuso di una delle parole più presenti nel dibattito pubblico delle ultime settimane: maranza.
L'analisi di Serena Bortone
Bortone con la sua provocazione prova a intercettare un tema reale, l'uso sconsiderato e spesso stigmatizzante che il dibattito pubblico fa delle etichette quando la cronaca nera si tinge di tensioni sociali: "Se io dico maranza per indicare i responsabili dei saccheggi sto dicendo una cosa corretta, o rischio di attribuire a un'intera classe sociale e etnica una responsabilità che non hanno, che potremmo ricollegare alla parola "terroni" negli anni Cinquanta?".
Il cortocircuito logico sulla parola maranza
Il rischio, lascia intendere Bortone, è quello di ridurre il fenomeno dei maranza a sinonimo di teppista o saccheggiatore attraverso un’operazione di pigrizia intellettuale. La definizione può certamente portare con sé il riferimento a tensioni legate al disagio delle periferie, all'integrazione imperfetta e a un'esuberanza giovanile che può risultare fastidiosa o rumorosa. Ma sovrapporre la figura del ragazzino che veste in tuta acetata e ascolta musica a palla sul motorino con il facinoroso che devasta vetrine o saccheggia negozi durante un corteo è un cortocircuito logico prima ancora che giornalistico.
Bortone, nel corso della conversazione con il linguista, ha infatti invitato gli ascoltatori a usare con attenzione certi termini: "Le parole formano la realtà e quindi dobbiamo avere sempre una grande attenzione nel pronunciarle. Non rischiamo di attribuire a una categoria di persone responsabilità che non hanno?".