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Opinioni

“Non voglio domande dai giornalisti. Bloccala”: cosa succede quando si prova a fare una domanda a Lucio Presta

Durante la presentazione del suo libro, Lucio Presta mi ha tolto il microfono. “Non voglio domande dai giornalisti”, ha detto davanti al pubblico. Un autore che pubblica accuse riconoscibili contro altri decide così di sottrarsi al confronto. Un confronto su temi che affronta ampiamente nel suo libro. Con una differenza sostanziale: lì le domande non esistono.
A cura di Stefania Rocco
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C’è un passaggio curioso nella promozione de L'uragano, il libro in cui Lucio Presta racconta i retroscena televisivi legati alla sua carriera e lancia accuse pesanti, tra cui quelle rivolte a Sonia Bruganelli, descritta come protagonista di presunte relazioni extraconiugali durante il matrimonio con Paolo Bonolis.

Nel libro, Presta non fa nomi. Ma fornisce una serie di coordinate che un lettore attento può provare a decifrare. Fornisce, tra le altre cose, una serie di elementi, circostanze, momenti di vita privata e riferimenti precisi a professioni. Indizi disseminati qua e là che, per chi prova a ricostruire, restringono il campo. È legittimo chiedere chiarimenti a chi sceglie di pubblicare allusioni di questo tipo? Certamente sì. Più complesso è riuscire a porre una domanda che vada in questa direzione, se l’autore pretende di gestire non solo il racconto, ma anche il perimetro entro cui quel racconto può essere affrontato.

La domanda che non si può fare

Dopo aver letto il libro e individuato due possibili uomini la cui identità mi sembrava coerente con gli indizi forniti, ho contattato l’ufficio stampa di Presta chiedendo conferma. La risposta è stata netta: nessuna informazione aggiuntiva. Nel pomeriggio, Presta era a Napoli per presentare il libro in una libreria Mondadori.

Qui, in merito a Mondadori, consentitemi un inciso: non è curioso che l’altro pilastro del gruppo Fininvest, insieme a Mediaset, marchi controllati entrambi dalla famiglia Berlusconi, decida di pubblicare un libro che racconta episodi poco lusinghieri della vita di Maria De Filippi e Paolo Bonolis, entrambi volti di punta di Canale5? Il libro di Presta – basta controllare la copertina – è pubblicato da Piemme, casa editrice che fa parte del gruppo Mondadori. Singolare, considerata la potenza di fuoco scatenata addosso a Fabrizio Corona quando è stato l’ex re dei paparazzi ad attaccare alcuni tra i volti più noti di Mediaset.

Ma torniamo al nostro racconto. Sono stata invitata all’evento. Prima dell’inizio, mi sono presentata direttamente con Presta e gli ho rinnovato sia la richiesta di un’intervista che l’invito a intervenire telefonicamente durante la successiva diretta di Non è la tv – format video in onda tutti i giovedì dalle ore 22:00 sul Canale YouTube di Fanpage.it – precisando che non lo avrei messo in imbarazzo ponendogli la domanda alla quale aveva già chiarito di non voler rispondere. La risposta è stata un rifiuto, motivato con l’orario della trasmissione. Fin qui, nulla di anomalo.

Durante la presentazione, al momento delle domande “concesse” (e non utilizzo il termine "concessione" a caso) al pubblico, ho chiesto la parola, così come diverse altre persone presenti all’evento. Quando mi è stato passato il microfono e l’autore ha capito chi fossi, ha detto: “No, lei no. Non voglio domande dai giornalisti, sennò domani ci fa un articolo”. Ho chiarito che non intendevo porgli la domanda sull’identità dei presunti amanti (questione, peraltro, che lui stesso solleva nel SUO libro), che volevo chiedergli altro. Ma il microfono mi è stato tolto. A una persona dietro di me è stato detto: “Bloccala tu”.

Nessuna polemica, benché fossi contrariata. Ho restituito educatamente il microfono e ho aspettato che l’incontro finisse per poi avvicinarmi e tornare a chiedere educatamente un’intervista. L’ufficio stampa di Presta mi ha intercettata. “Così lo irriti, lo dico per te, in vista di una prossima occasione”. Ho risposto che non ce ne sarebbe stata un’altra, se non mi avesse concesso lo spazio per fare il mio lavoro: porgli qualche domanda. Presta mi ha liquidata velocemente: “Parla con il mio ufficio stampa, vediamo se per giovedì si riesce a organizzare questa intervista”. Era evidentemente un modo per congedarmi, tanto è vero che oggi l’ufficio stampa che temeva potessi “irritarlo” ha confermato che Presta non ci sarebbe stato.

La comodità di una promozione senza contraddittorio

Chiariamo un aspetto. Un autore non è obbligato a rispondere a una domanda. Non è obbligato a concedere interviste. Ma quando si pubblica un libro che contiene accuse e allusioni riconoscibili, si entra inevitabilmente in uno spazio che prevede quantomeno il confronto. La frase “non voglio domande dai giornalisti” è una scelta. Una scelta che dice molto di chi la pronuncia. Forse anche più di quanto possa fare un libro nel quale, chi scrive, decide di mettere nero su bianco pezzi della sua vita, sapendo che quelle stesse righe non conterranno la versione di coloro che lui stesso cita.  Che non ci sarà contraddittorio.

Se si decide di mettere nero su bianco vicende personali di terzi, è difficile sostenere che le domande rappresentino un’invasione. Non ho insistito su un quesito a cui aveva già detto in privato di non voler rispondere, né ho forzato il confronto. Quindi mi chiedo da quale pulpito Presta – che fa nomi e cognomi, e racconta fatti avvenuti dietro le quinte a terzi – decide cosa sia lecito o meno chiedere quando è lui a diventare il protagonista del dibattito?

Chi scrive accuse si assume anche il rischio delle domande. Che a porla sia un giornalista, il Presidente della Repubblica (che durante la presentazione Presta ha citato, raccontando compiaciuto di essere stato l’unico riuscito nell’impresa di portarlo a Sanremo), una casalinga o un meccanico.

Volevo ospitare Lucio Presta a Non è la Tv per parlare del suo libro. In quasi vent’anni di lavoro non mi era mai capitato di partecipare a una presentazione pubblica, alzare la mano e sentirmi dire: “No, lei no. Non voglio domande dai giornalisti”. Perché? Quando si pubblica un libro carico di particolari su un ambiente popolare come quello dello spettacolo, si accetta l’eventualità di un confronto. Rifiutare un’intervista è legittimo. Rispondere “no comment” è legittimo. Ma togliere il microfono a chi chiede la parola in un evento aperto al pubblico è una scelta diversa. E le scelte raccontano sempre qualcosa.

Quello che mi è stato impedito non è stato un attacco personale (che non ho mai avuto intenzione di fare), ma l’esercizio di una funzione: porre una domanda su ciò che è stato messo nero su bianco dall'autore stesso. I dettagli a cui facevo riferimento sono presenti nel libro: chiederne conto significa semplicemente prendere sul serio chi ha deciso di renderli pubblici. Chi sceglie di scrivere di altri non dovrebbe sottrarsi se, per una volta, è lui a dover rispondere del contenuto delle sue stesse pagine.

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Giornalista dal 2016, area Spettacolo. Scrivo prevalentemente di televisione. Collaboratrice di QBR Magazine dal 2007, poi diventato Ciaopeople Magazine e infine Fanpage.it. Autrice del caso "Prati/Caltagirone" seguito su Fanpage.it.
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