È morto Renato Cortesi, la voce italiana di Depardieu, Jim Belushi e Pippo: aveva 87 anni
Sul grande schermo c’erano Gérard Depardieu, Jim Belushi, William Hurt, Liam Neeson. Ma dietro a tutti quei volti, a dare loro una voce italiana, c’era Renato Cortesi. L’attore, doppiatore e direttore del doppiaggio è morto a Roma sabato 3 ottobre, a 87 anni. Per oltre mezzo secolo ha attraversato cinema, teatro e televisione, prestando la voce a grandi interpreti internazionali e a personaggi che hanno accompagnato l’infanzia di intere generazioni.
“Dottó… ma io la voce sua la conosco!”
A raccontare meglio di qualsiasi definizione cosa significasse essere Renato Cortesi è stato proprio lui. In un’intervista del 2024 a La Gazzetta dello Spettacolo, parlando del rapporto con il pubblico, raccontava: “Capita molto spesso di sentirmi dire, qui a Roma, ‘Dottó… ma io la voce sua la conosco!’”. È il particolare destino di chi lavora dietro le immagini: una voce può diventare familiare, essere immediatamente riconoscibile, senza che chi la ascolta sappia necessariamente associare un nome o un volto a chi c’è dall’altra parte del microfono.
Cortesi è nato a Bergamo il 28 luglio 1939 e ha cominciato dalla recitazione. Dopo aver frequentato la scuola del Piccolo Teatro di Milano ha lavorato al Teatro Universitario, affrontando testi di autori come Thornton Wilder, Eugène Ionesco e Sławomir Mrożek. Nel 1966 è partito per Roma insieme alla moglie e ai loro due figli, lasciandosi alle spalle la vita milanese per provare a costruire nella capitale una nuova strada professionale. I primi tempi è stata la cugina Isa Bellini, anche lei doppiatrice, ad aiutarlo, mettendogli a disposizione una villetta a Monte Porzio Catone: proprio lì Cortesi aveva iniziato a muovere i primi passi nel mondo del doppiaggio. Il teatro, però, non era mai stato per lui un semplice punto di partenza, ma la base stessa del mestiere. “Non si può essere doppiatori se prima non si è attori”, spiegava nella stessa intervista a La Gazzetta dello Spettacolo, ribadendo ai giovani che volevano intraprendere quella strada l’importanza di imparare prima di tutto a recitare su un palcoscenico.
Da Depardieu a Jim Belushi
Nel corso degli anni Cortesi ha dato la voce ad alcuni degli attori più importanti del cinema internazionale. È stato tra i doppiatori italiani più ricorrenti di Gérard Depardieu e André Dussollier, ma ha lavorato anche con William Hurt, James Caan, Liam Neeson e molti altri. Tra i ruoli più immediatamente riconoscibili c’è quello di Jim Belushi in Una poltrona per due, uno di quei film diventati negli anni un appuntamento fisso della televisione italiana nel periodo natalizio. Cortesi aveva inoltre doppiato Brad Dourif in La bambola assassina e il Fabbricante di Chiavi di Matrix Reloaded.
Ma la sua voce era arrivata anche molto lontano dai set e dai grandi divi, entrando nell’immaginario di chi è cresciuto con i cartoni animati. Era Lafayette ne Gli Aristogatti, Pippo nei cartoni Disney degli anni Ottanta, Tigro nell’universo di Winnie the Pooh e il Primo Antenato di Mulan. È stato anche la prima voce italiana del preside Skinner ne I Simpson.
L’incontro con Fellini e quei turni infiniti in sala di doppiaggio
Tra gli incontri che hanno segnato maggiormente la sua carriera c’è stato quello con Federico Fellini, al quale Cortesi era particolarmente legato. Lo raccontava lui stesso a La Gazzetta dello Spettacolo, spiegando di aver costruito con lui, negli anni, non solo una collaborazione professionale, ma "un’amicizia bellissima" e ricordando di aver conservato le fotografie e le caricature che il regista gli faceva durante i turni di doppiaggio. Il loro legame aveva avuto origine proprio in sala di registrazione: Fellini lo aveva chiamato per doppiare Peter Gonzales, l’attore messicano che in Roma interpretava il regista da giovane. A convincerlo era stata anche la sua capacità con i dialetti, compreso quello romagnolo. Il regista rimase talmente soddisfatto del risultato da volerlo nuovamente con sé in altri otto film, tra cui Prova d’orchestra, Casanova, Ginger e Fred e L’intervista. Con Fellini, però, anche il lavoro in sala di doppiaggio poteva diventare un’esperienza fuori dall’ordinario. In un’intervista del 2003 riportata su ilQuotidiano.it, Cortesi raccontava che il regista aveva l’abitudine di far pronunciare agli attori, durante le riprese, una serie di numeri destinati a trasformarsi in vere battute soltanto al momento del doppiaggio. Lo stesso Cortesi ricordava quanto potesse essere meticoloso il regista, soprattutto durante Amarcord, nel quale arrivò a interpretare più personaggi. “Con Fellini bastava che uno dovesse dire una piccola frase che ti teneva due o tre turni”, raccontava, prima di chiudere il ricordo con la sua solita ironia: “Meno male perché il portafoglio si gonfiava!”. Era, insomma, un rapporto professionale fatto di grande rigore ma anche di una certa complicità, dentro quella sala di doppiaggio dove Cortesi aveva finito per diventare una delle voci a cui il regista riminese si affidava più spesso.
Una carriera anche davanti alla macchina da presa
Pur essendo diventato celebre soprattutto come doppiatore, Cortesi non aveva mai smesso di fare l’attore: aveva recitato al cinema e in televisione, continuando a mantenere un rapporto costante con il teatro. Negli anni più recenti era comparso anche in serie come Don Matteo, Provaci ancora prof!, Preferisco il paradiso, Vita da Carlo e L’Ora – Inchiostro contro piombo. Con il passare del tempo aveva poi progressivamente ridotto il lavoro al leggio, dedicandosi soprattutto a copioni e adattamenti, senza però perdere il legame con il mondo del doppiaggio. Nel 2024 era stato inoltre protagonista di un incontro alla Festa del Cinema di Roma, dove era tornato a raccontare il lavoro che aveva segnato più di cinquant’anni della sua carriera e i tanti attori incontrati lungo il percorso. Un’occasione che mostrava quanto fosse ancora legato a quell’ambiente, anche dopo aver rallentato l’attività. Una passione che aveva finito per lasciare il segno anche in famiglia: il figlio Marco Cortesi è diventato a sua volta direttore del doppiaggio, proseguendo nel settore in cui il padre aveva lavorato per oltre mezzo secolo.