
Ci sono immagini che restano e quella di Chiara Ferragni che si scusa dopo il caso pandoro è diventata in Italia il paradigma dell'ammissione di colpa, la pietra di paragone del concetto di penitenza. Da quel giorno in poi, il grigio per noi non ha più lo stesso significativo, la declinazione interpretativa dell'utilizzo di questo colore segue una traiettoria che porta direttamente all'influencer.
È dentro questo codice che si inserisce il video di Giorgia Meloni dopo la sconfitta al referendum. Nessuna scenografia, nessuna costruzione apparente: modalità selfie, tono asciutto, e soprattutto quel grigio che ritorna. Non è una copia, non è nemmeno una citazione diretta, ma è un linguaggio: Chiara Ferragni ha trasformato l’ammissione pubblica in un format e Giorgia Meloni lo ha adottato. O per meglio dire lo ha rispettato.
Pur essendo ipotizzabile che Meloni non abbia scelto una mise specifica per il video di sconfitta, o che comunque non ne avrebbe utilizzato uno differente per quello di un'eventuale vittoria del Sì, si impone in questo caso la legge della comunicazione, dove tutto è casuale ma niente è per caso. Il video di Meloni si colloca quindi nell'immaginario collettivo anche per merito di quel grigio che sa di penitenza. Un giorno prima sei in cima al mondo, quello dopo devi affrontare un crollo e ormai il video di ammenda è un passaggio fondamentale per attutire l'urto. Quel che conta non è la caduta, ma l'atterraggio, direbbe un celebre film.
È l'armocromia della sconfitta, funzionale a rispondere in modo significativo a un momento di difficoltà fisiologico dopo un successo senza contrasti. La sensazione che emerge dal video di Meloni va quasi al di là delle sue parole, restituisce la sensazione che ci fosse una scelta precisa nell'estetica di quello che ha detto in pochi secondi. Qualcuno penserà a una resa, ma non è affatto così: si tratta di un esercizio preparatorio a una discesa controllata dopo quattro anni di invulnerabilità.