Alessandra Tripoli incinta denuncia: “Insultata perché mostro il pancione”
Alessandra Tripoli, la ballerina professionista di Ballando con le stelle ora in dolce attesa del secondo figlio con Luca Urso, ha parlato pubblicamente dei messaggi di odio ricevuti negli ultimi giorni. Ha pubblicato sul suo profilo Instagram fotografie nelle quali mostra con orgoglio il pancione: ma quello che per lei è un modo spontaneo e felice per raccontare la maternità, si è trasformato nel pretesto per molti utenti social per riversarle addosso commenti violenti e insulti gravi.
Nel salotto di Caterina Balivo oggi ha raccontato cosa le è accaduto: tra i messaggi ricevuti ce ne sono alcuni che lasciano senza parole. "Mi hanno scritto "poi vi chiedete perché vi stuprano", oppure "ecco perché alcuni bambini escono malati", ha dichiarato. Parole che raggiungono un livello di aggressività che non può passare inosservata. La ballerina ha spiegato che il marito Luca Urso le ha consigliato di non dar corda ai leoni da tastiera, "Ma io sento la responsabilità di dover divulgare questi messaggi", seppur senza mostrare volti e i nomi dei responsabili. Il problema non è il singolo profilo, ma un fenomeno molto più ampio. "A mostrare la vita c'è così tanto orgoglio e gioia. Vediamo così tante cose brutte, che questo momento lo sto vivendo con tutta la serenità del mondo. Devo insegnare ai miei figli di fare quello che vogliono con il loro corpo", ha dichiarato la Tripoli. E le sue parole aprono una riflessione. È inquietante il fatto che una donna debba ancora giustificare il modo in cui pubblica fotografie del proprio corpo, soprattutto quando sta per dare vita a un bambino. Il caso di Alessandra Tripoli è soltanto uno dei più recenti episodi di odio social, arriva subito dopo lo sfogo pubblico di Sabrina Salerno, anche lei bersaglio di commenti feroci e auguri di morte.

Le due storie sono diverse, ma accumunate dalla stessa dinamica. Denunciare pubblicamente i commenti di odio che si ricevono è un modo per non farli passare inosservati ed evitare che vengano liquidati come una conseguenza inevitabile dell'esposizione mediatica. Raccontare questi episodi, come hanno fatto le due donne di spettacolo, significa rifiutare che l'odio diventi parte del prezzo da pagare per essere famosi e anche ricordare che nessuna forma di popolarità può trasformare una persona in un bersaglio.