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Sanremo e disabilità, Palma Marino Aimone: “Serve partecipazione reale, non solo eroi e pietismi”

Sanremo e inclusione, parla a Fanpage Palma Marino Aimone, vicepresidente dell’Associazione Italiana Disability Manager e da anni impegnata anche nel contesto Rai sui temi dell’inclusione : “Il passo successivo è la partecipazione di artisti, non solo la sensibilizzazione. Si mostri il talento, raccontare la persona in una dimensione normale invece che straordinaria”.
A cura di Andrea Parrella
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Il Festival di Sanremo è da sempre uno specchio, a volte deformante, della società italiana. Anche nell’ultima edizione il palco dell’Ariston è diventato terreno di discussione non solo musicale ma culturale, riaccendendo il dibattito sulla rappresentazione della disabilità nei media. Dalla presenza del coro ANFFAS ad alcuni passaggi della conduzione e degli ospiti, la questione non ha riguardato tanto la visibilità quanto il modo in cui la disabilità viene raccontata.

Secondo Palma Marino Aimone, vicepresidente dell’Associazione Italiana Disability Manager e da anni impegnata anche nel contesto Rai sui temi dell’inclusione, il punto centrale è proprio questo: passare dalla semplice sensibilizzazione a una partecipazione piena. Non più persone con disabilità come simboli o eccezioni, ma come soggetti presenti nei ruoli artistici, professionali e decisionali. Perché, come lei sottolinea, i media non si limitano a descrivere la realtà: contribuiscono a costruirla.

Dopo l’ultima edizione di Sanremo si è riacceso il dibattito sulla rappresentazione della disabilità nei media. Che cosa ci dice questa discussione sul livello di maturazione culturale del Paese?

Quando un evento popolare di grande rilievo mediatico come il Festival di Sanremo genera un dibattito sul linguaggio e sulla qualità della rappresentazione, significa che la sensibilità collettiva sta crescendo. Il fatto stesso che questi temi trovino spazio in un contesto così seguito dimostra anche l’attenzione crescente che il servizio pubblico dedica al tema dell’inclusione. Il dibattito, infatti, non ha riguardato la presenza della disabilità sul palco, ma il modo in cui viene raccontata. In particolare, si è discusso dello spazio dedicato al coro di ANFFAS e di alcune interazioni avvenute durante la serata: la domanda rivolta da Carlo Conti all’atleta paralimpica Giuliana Turra, il riferimento di Giovanni Malagò agli atleti paralimpici e il racconto della storia di Paolo, persona con disabilità sopravvenuta dopo una grave aggressione. Questo dimostra che oggi l’attenzione non è più soltanto sulla visibilità della disabilità, ma sulla qualità del racconto.

Uno dei punti sollevati riguarda l’assenza di artisti con disabilità nella gara come concorrenti e non solo come ospiti. Secondo lei è ancora difficile immaginare una partecipazione pienamente competitiva?

Negli anni non sono mancati artisti con disabilità che si sono affermati per il loro talento, come Andrea Bocelli, Pierangelo Bertoli, Annalisa Minetti o Aleandro Baldi. Il tema sollevato nel dibattito riguarda piuttosto la capacità di intercettare e valorizzare il talento artistico senza pregiudizi. La vera sfida oggi è non limitarsi a momenti dedicati, ma aprire alla partecipazione piena anche nei contesti competitivi, dove il criterio di valutazione deve restare il valore artistico.

Il momento del coro ANFFAS è stato letto da alcuni come più sociale che artistico. Dove si colloca il confine tra valorizzazione e rischio di rappresentazione simbolica? 

Il confine è sottile. Iniziative di questo tipo possono avere un valore positivo perché danno visibilità a realtà importanti, come le persone con disabilità intellettive rappresentate da ANFFAS. Le condizioni di disabilità sono molteplici e richiedono attenzioni narrative differenti. Nel caso delle disabilità di natura intellettiva o psichica può essere più difficile, per il pubblico, riconoscere immediatamente il talento artistico. Proprio per questo è importante evitare rappresentazioni che scivolino nella dimensione simbolica o paternalistica. La vera valorizzazione avviene quando la partecipazione diventa parte della qualità artistica dell’evento e non soltanto un momento di sensibilizzazione.

Lo slogan “Sono come te” è stato interpretato come una semplificazione delle differenze. Perché messaggi che vogliono essere inclusivi rischiano talvolta di produrre l’effetto opposto?

Perché l’inclusione non passa dall’annullamento delle differenze. Messaggi come “siamo tutti uguali” o “sono come te” possono sembrare rassicuranti, ma rischiano di semplificare una realtà molto più complessa. Le condizioni di disabilità comportano esperienze e bisogni differenti che non possono essere cancellati con uno slogan. Il punto non è negare le differenze, ma riconoscerle dentro un quadro di pari diritti e pari opportunità.

Alcuni passaggi sul palco, come la domanda all’atleta paralimpica Giuliana Turra o il riferimento agli atleti come “eroi moderni”, hanno riaperto il tema della retorica dell’eccezionalità. Perché questa narrazione continua a tornare?

Perché per molto tempo la disabilità è stata raccontata attraverso categorie narrative molto forti: la fragilità da proteggere oppure l’eroismo da ammirare. La figura dell’“eroe” può sembrare positiva, ma rischia comunque di collocare la persona in una dimensione straordinaria invece che normale. Il vero cambio di prospettiva avviene quando la persona viene raccontata prima di tutto per la sua competenza e per il suo ruolo.

Lei parla spesso di tre registri ricorrenti nella narrazione mediatica: pietismo, eroismo e metafora. Perché queste categorie sono ancora così presenti nel racconto televisivo?

Perché sono schemi narrativi semplici e immediatamente comprensibili dal pubblico. Il problema è che queste cornici tendono a semplificare la complessità dell’esperienza umana. La persona fragile da proteggere, il guerriero che combatte, la storia esemplare che ispira: sono immagini potenti, ma rischiano di oscurare la dimensione quotidiana della vita, del lavoro e della professionalità.

Nel caso della storia di Paolo, lei sottolinea il rischio che l’emozione prevalga sulla voce diretta della persona. Come si può raccontare una storia forte senza scivolare nel paternalismo?

L’emozione fa parte del linguaggio televisivo ed è anche uno strumento importante per sensibilizzare. Il punto è mantenere al centro la voce e la soggettività della persona. Quando la narrazione diventa esclusivamente emotiva, il rischio è che la persona venga raccontata più come simbolo che come individuo con una propria storia e identità.

Negli ultimi anni il tema della disabilità è comunque entrato molto di più nel dibattito pubblico. Qual è il passo successivo che i media dovrebbero compiere per passare dalla sensibilizzazione alla vera inclusione?

Negli ultimi anni il tema della disabilità è entrato molto più stabilmente nel dibattito pubblico, e questo rappresenta senza dubbio un progresso. Eventi come Sanremo e il servizio pubblico radiotelevisivo hanno avuto un ruolo importante nel portare questi temi all’attenzione del grande pubblico e nel favorire una crescente sensibilità sul tema dell’inclusione. Il passo successivo è passare dalla sensibilizzazione alla partecipazione reale: aprire spazi di presenza nei ruoli artistici, professionali, autoriali e decisionali. Quando le persone con disabilità smettono di essere solo oggetto di racconto e diventano soggetti pienamente presenti nei contesti culturali e professionali, l’inclusione smette di essere un messaggio e diventa una pratica.

Lei parla di “normalizzazione” e di partecipazione piena. Che cosa significherebbe concretamente, in un grande evento televisivo come Sanremo?

Quando parlo di normalizzazione intendo esattamente questo: la presenza non deve essere percepita come eccezionale. In un grande evento televisivo come Sanremo significherebbe vedere artisti con disabilità partecipare alla gara, lavorare dietro le quinte e contribuire ai processi creativi e autoriali. Quando questo accade, la disabilità smette di essere un tema e diventa semplicemente parte della realtà culturale e artistica del Paese. Il servizio pubblico ha tutte le potenzialità per continuare a svolgere un ruolo importante in questo percorso.

Infine, qual è il ruolo che una figura come il Disability Manager può avere nei processi creativi e narrativi dei media?

Come professionista che si occupa di disability management da anni, sia come vicepresidente AIDiMa sia nella realtà Rai, posso dire che il Disability Manager può contribuire a leggere la complessità delle condizioni di disabilità, prevenire stereotipi e orientare le scelte organizzative e comunicative con maggiore consapevolezza. Integrare questa competenza nei processi culturali e mediatici può aiutare a migliorare la qualità della rappresentazione e a costruire narrazioni più responsabili e rispettose della complessità della disabilità. La rappresentazione della disabilità resta uno dei terreni più delicati nella costruzione della cultura dell’inclusione. I media non si limitano a descrivere la realtà: contribuiscono a costruirla.

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