Massimo Gramellini: “La7 unica rete Tv che ha voci dissonanti con il governo. Capisco Mentana, ma non siamo schierati”

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Il conduttore di “In altre parole” in un’intervista a Fanpage dice la sua su quello che accade a La7: “Non ci sono capi ultrà, la Tv si fa per chi ti guarda. Io radical chic? Sono ceto medio. Sostituto di Mentana? È il più grande, il direttore non è il mio mestiere”.

"Il segreto è essere seri senza prendersi troppo sul serio". Massimo Gramellini riparte su La7 con In altre parole, rivendicando un modello televisivo che rifiuta le liti e preferisce "il tinello al salotto", come definisce il suo studio. In un'intervista a tutto campo a Fanpage, il giornalista analizza l'evoluzione dell'informazione e respinge le etichette: "Io radical chic? Vado al supermercato, mi sento ceto medio". Sulla crisi della Rai e il ruolo di La7 è netto, l'occupazione della TV pubblica nasce dalla riforma Renzi, ma guelfi e ghibellini non servono: "Definire i giornalisti di La7 dei capi ultrà è ridicolo". E sulle voci di un suo futuro al posto del direttore del Tg La7 scherza: "Mentana è il più grande di tutti, io il suo erede? Per carità, non è il mio mestiere".

Sabato 19 settembre si ricomincia. In una rete a vocazione prevalentemente informativa, come definiresti in altre parole?

Ci hanno definiti un rototalk, espressione che mi piace molto. Arrivare nel fine settimana ci fa rischiare di ripetere cose già dette, ma ci dà anche la possibilità di rivederle in profondità. Anche se ormai il sabato è diventato un giorno di notizie in diretta, a partire dal tragico 7 ottobre di tre anni fa. Da allora ci è successo sempre più spesso di dover cambiare la scaletta all’ultimo.

La finestra dell'attualità un limite o un valore aggiunto per questo tipo di programma?

Un valore aggiunto, credo. Da una parte io sono uno che ama la narrativa, dall'altra però mi sento sempre addosso l’adrenalina del giornalista. Pur non essendo un cronista d'assalto, le notizie piacciono anche a me… I fatti però non oscurano mai la nostra vera inclinazione, che è quella di provare a offrire un racconto della realtà mediato dalla riflessione, dall’ironia e, quando possibile, dall’autoironia: il segreto è essere seri senza prendersi troppo sul serio.

C'è il rischio, per chi fa il tuo mestiere, di sentirsi un "salvatore della patria"?

Speriamo di no, povera patria. Sono una persona fortunata perché faccio un lavoro che mi piace e che tiene compagnia a chi mi guarda da casa in una serata di festa. Cerco di rilassarlo, o almeno di non stressarlo. Per questo prediligo l’ascolto alla rissa: nel nostro programma non sentirai mai dire "per favore, lei ha già parlato, adesso lasci parlare me".

La politica si nutre di parole, che sono il pane di questo programma. Vista la campagna elettorale alle porte, come la affronterete?

Mi preoccupa la tendenza, esasperata dai social, a dividere ogni cosa in bianca o nera, tutta giusto o tutta sbagliata. Un po’ tutti tendiamo ad arroccarci sulle nostre posizioni e ad ascoltare solo le versioni di un determinato fatto che confermano un nostro pregiudizio. Io ho le mie idee, ovviamente, ma questo non mi impedisce di criticare i politici o gli intellettuali che talvolta le incarnano. Per dire: sono tifosissimo del Toro, ma se il mio portiere fa una papera lo dico, anche se la mia critica farà magari contenti i tifosi di altre squadre.”

In un'epoca di tifoserie contrapposte, è difficile farsi strada mantenendo questo equilibrio.

Il nostro non è un salotto, ma un tinello, o se preferisci una saletta da pranzo in cui il sabato sera si ritrovano familiari e amici. Nel nostro programma invitiamo persone che si stimano. Non facciamo le guardie svizzere tra due contendenti e spesso rifiutiamo di invitare gli ospiti troppo scalmanati, ribaltando le logiche televisive. Il pubblico del sabato ha voglia di capire, ma se urli non capisce niente.

Eppure, in questa epoca di contrapposizioni, programmi in cui la lite si evita rischiano di essere considerati "roba da intellettuali". 

Sì, è vero. So che c’è chi ci definisce radical chic, anche se io mi muovo proprio male negli ambienti snob. Ho sentito Vannacci attaccare in tv "quelli che mangiano la quinoa" per dire che certi intellettuali sono staccati dalla realtà. Mah. Io vado al supermercato regolarmente, e temi come la sicurezza o l'integrazione mi stanno a cuore da anni. Speriamo si superi questo pregiudizio per cui, se hai letto tre libri, diventi subito un intellettuale chiuso nella torre d'avorio. Oggi il capitalismo in versione turbo sta abolendo il ceto medio e io mi sento molto più ceto medio che élite, di cui invece fanno parte proprio quei Trump che piacciono a chi distribuisce agli altri la patente di radical chic.

Il vittimismo è diventato una vera e propria strategia di propaganda?

Sì, perché solletica l'impulso all'autocompassione. La logica dell'underdog, del povero Calimero incompreso, è qualcosa che paga sempre: tutti ci sentiamo vittime e finiamo per empatizzare con chi si racconta come tale, anche se non lo è.

Tra i temi dell'estate, quali parole ti porti dietro?

La prima è "caldo": le prossime estati saranno anche peggiori e dovremo imparare ad adattarci. La seconda è "remigrazione": un tema sventolato per additare un capro espiatorio, mentre i veri problemi strutturali sono che non facciamo più figli e che i pochi che facciamo vanno all'estero e non tornano più. Infine "intelligenza artificiale": com'è possibile che una tecnologia che può cambiare o persino distruggere l'umanità sia stata lasciata in mano ai privati senza controllo da parte degli Stati?

Sul calo demografico, quest'estate si è parlato molto di social freezing, il congelamento degli ovuli. Pensi sia un tema in grado di farsi spazio nella campagna elettorale che verrà?

È un tema importantissimo, ma ancora troppo sofisticato. Siamo una società anziana e i politici parlano agli anziani perché costituiscono la maggioranza del bacino elettorale. Quando andavo alle elementari (parliamo delle Guerre Puniche…) eravamo in 36 per classe con il doppio turno, oggi nella stessa aula ne trovi 18 a tempo pieno. La popolazione giovanile si è ridotta a un quarto e questo purtroppo le ha tolto peso politico. E poi la paura del nuovo, si sa, è un sentimento che aumenta con l’età.

Manca una visione di futuro?

Si lavora sempre sull'emergenza e sull'ultimo minuto. Manca la visione. I leader sono diventati follower: inseguono le prime pagine dei siti invece di anticipare i tempi che verranno. Un tempo si usavano gli slogan, oggi nei social ci sono scenette da vecchio Carosello, fatte però con l'intelligenza artificiale. Si è persa la sacralità e la serietà della politica.

Un'altra parola riesumata dalla cronaca recente è "faccendiere", associata inevitabilmente a Lavitola.

È l’imprenditore dei nostri tempi. Da un lato c'è chi vive di rendita, dall'altro chi agisce in quell'area grigia tra il legale e l'illegale per racimolare soldi slegati da qualsiasi produzione reale.

La vicenda di Report e Sigfrido Ranucci ha acceso una luce sul concetto di "killeraggio mediatico". Come pensi che andrà a finire?

L'impressione è che la Rai aspettasse l'occasione per liberarsi di un programma scomodo. Dopodiché Report è una trasmissione più forte di qualsiasi conduttore. Anche di uno che si è scelto come amico del cuore un personaggio per lo meno ambiguo.

Tre anni fa lasciavi Rai3 parlando della sua involuzione identitaria. Gli eventi recenti non hanno fatto che confermarla. 

Bisogna essere onesti: tutto nasce con la riforma Renzi del 2015. Prima c'era un equilibrio lottizzato: Rai 1 all'area di governo, Rai 2 al centrodestra e Rai 3 al centrosinistra. Chiunque fosse al governo, una rete era comunque garantita alle opposizioni. Con la riforma che lega la dirigenza della Rai non più al Parlamento ma al governo in carica, era inevitabile che, vincendo il centrodestra, la maggioranza si prendesse anche Rai 3. Non è giusto, ma è la conseguenza di quella legge. Ovviamente io vorrei una TV pubblica affidata a un’Authority svincolata dalla politica (come avviene in tanti altri paesi europei), ma finora chiunque è andato al governo non ha avuto la forza, o la voglia, di rinunciare al controllo.

Che effetto ti fa l'idea che La7 venga percepita da molti la "nuova Telekabul" o, come dice Mentana, la vera "anti-Telemeloni"? 

La7, nell'attuale contesto televisivo, è sicuramente l'unico canale in chiaro in cui si possa sentire ogni giorno una voce dissonante rispetto a quella del governo. Per quanto mi riguarda, chi la pensa già come me mi stimola meno di chi la pensa diversamente. Tuttavia, non sempre questa considerazione vale per il pubblico. Siamo in un periodo di estrema contrapposizione e di reciproca delegittimazione. Mi è capitato talvolta di essere attaccato da destra per avere criticato la sinistra, quasi che il copyright per parlare male del centrosinistra ce l’avesse quella parte, e il mio ruolo in commedia fosse solo quello di abbaiare contro la Meloni.

La polarizzazione di La7 è anche un tema di ospiti, di chi accetta di venire e chi no. 

Certo, nell’era dei social i politici preferiscono intervistarsi da soli. Ma è un fenomeno, come ti dicevo, che riguarda anche il pubblico: se inviti certi personaggi, una parte di spettatori cambia subito canale. I conduttori, alla fine, nel fare le scelte rispondono anche ai desideri di chi li guarda.

Quindi non sei in disaccordo con Mentana, ma mi pare di capire tu ritenga l'attuale declinazione di La7 una cosa naturale.  

Ritengo succeda un po' in tutte le reti, su La7 come a Rete 4.

Così La7 rischia di diventare una TV schierata?

Su La7 lavorano alcuni tra i migliori giornalisti e conduttori italiani: da Gruber a Floris, da Mentana a Formigli, da Augias a Cazzullo, Zoro, Aprile, Telese, solo per limitarci a quelli in onda la sera. Immaginare che professionisti di questo livello si schierino come capi ultrà è ridicolo. Ognuno ha le sue idee, ma dimentichiamo spesso che la Tv si fa per chi la guarda, e se tu fai una cosa che la gente non vuole, puoi anche essere considerato un eroe, ma probabilmente non funzionerà. Ad esempio, sono certo che un duello Meloni-Schlein su La7 farebbe record di ascolti, mentre un’intervista singola alla premier forse meno. Il vero padrone del conduttore e dei programmi, quello che ne decreta o meno il successo, è il pubblico. Urbano Cairo non si permette mai di interferire sui contenuti o sugli ospiti. Da questo punto di vista, La7 è un luogo di totale libertà.

Ci sono state tensioni attorno al futuro di Mentana. Come credi che andrà a finire? 

Spero bene per tutti. Mentana è il più grande conduttore di telegiornali della storia della Tv.

Sai che in caso di addio finiresti inevitabilmente nella rosa dei papabili successori?

Per carità, il direttore non è il mio mestiere: non lo farei mai e nessuno mai me lo chiederà. Il dibattito sui giornali è surreale. La7 oggi è l'unico luogo televisivo in cui c'è spazio per chi non la pensa come il governo, ma il mio desiderio è che la guardino tutti, anche chi vota a destra oppure che non vota, magari per mettere in discussione qualche sua certezza.

Smussare gli angoli ed evitare lo scontro come mantra. 

Mi ha sempre guidato una frase che mi disse Gino Strada: "Non puoi essere un pacifista, se dentro di te hai la guerra". E ricordo quando Madre Teresa rifiutò di partecipare a una manifestazione contro la guerra, dicendo che avrebbe partecipato solo a una manifestazione per la pace, perché le parole contano. E pesano.

In un'era in cui dire la propria su tutto pare quasi obbligatorio, come si vive l'esperienza di dover scrivere almeno un pensiero al giorno? Capita mai di non avere le parole?

Succede, ogni giorno. È il motivo per cui preferisco raccontare storie piuttosto che fare sermoni.

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